| Roberto Gennaro |
Note biograficheRoberto Gennaro nasce il 23 gennaio 1978 a Genova, dove vive. Laureato in Ingegneria Civile all’Università di Genova nel 2005 con tesi sulla verifica sismica di edifici esistenti in muratura, relatore Prof. S. Lagomarsino, esercita la libera professione operando in ambito strutturale e di consulenza. Dopo alcune isolate opere giovanili, si dedica fattivamente alla scrittura dal dicembre 2006. Pubblica, nel dicembre del 2007, la sua prima raccolta di poesie Spazi di luce (nelle sere di dicembre); nel gennaio 2009, la raccolta di poesie L’isola dei versi (LP1); nel novembre 2009, assieme alla poetessa Maria Teresa Vivino, la raccolta a quattro mani Volo sulle note dell’anima. È coautore, con tre racconti, dell’antologia Un’estranea partecipazione edita nell’autunno 2009 e, come premio di edizione, ottiene la pubblicazione della silloge Settantasei sensi del mare con le Edizioni Stravagario. Dal giugno 2007 ha conseguito oltre 100 premi e riconoscimenti in ambito letterario. Nel biennio 2007-2009 ha conseguito 18 primi premi, 15 secondi premi, 12 terzi premi in concorsi internazionali di poesia e narrativa. Nel corso dell’anno 2010 (agg. Aprile) ha conseguito 6 primi premi, 1 secondo premio e 1 terzo premio in concorsi internazionali di poesia e narrativa. Dal giugno 2008 è socio del Circolo Culturale I.P.LA.C. (Insieme Per LA Cultura) con sede a Mestre (VE). Dal gennaio 2009 svolge l’attività di Delegato Regionale Ligure per l’Associazione Chiese Storiche di Palermo. Dal novembre 2009 è socio dell’A.N.PO.S.DI. (Associazione Nazionale POeti e Scrittori DIalettali).
Note criticheColpisce di questa lirica, credo, il senso di arcaicità che promana e l’umile fierezza riposta nella misurata parola. È un canto primitivo, ma proprio per questo sempre nuovo, primigenio. È il canto dell’uomo alla sua terra, al vento, - che racconta vecchie storie senza riparo -, al mare, in particolare, che non appartiene ai bagnanti agostani che non conoscono né la miseria né la sua rabbia. E a quel mare vissuto, all’Essere ancestrale che frange lento davanti allo scoglio della nostra Pietra, e non all’occasionale distrazione che il Poeta rinnova perenne un tacito voto di devozione. La sua voce poi si unisce, o meglio, non si estranea dal coro universale degli elementi: concorre fattiva – fisicamente oltre che idealmente – al rinnovarsi ciclico del mondo con le sue guerre personali, con le sue carte sgualcite, tra la schiuma del mare e le reti che ritagliano un sole fradicio e fiori appassiti in mezzo ai prati. Il sentimento di un amor perduto permea ogni verso e sembra alludere ad una più struggente e profonda nostalgia di una Patria, oltre alle amate Cinque Terre, al di là del pianto delle stelle. Motivazione a: O mæ paise a San Loenso (Levanto)- Il mio paese a San Lorenzo Levanto) di Pio Ciuffarella per Premio Letterario Internazionale Voci 2008 - 2° classificato sezione vernacolo Densità problematica e calda umanità si uniscono per costruire un linguaggio poetico chiaro, comunicativo e proteso nel fluire inesorabile del tempo. La poesia si snoda in un verso morbidamente pausato, moderno e concreto, in scansioni melodiche di sicura efficacia. Motivazione a "Così sia" dell’On. Prof.ssa Gabriella Mondello, Presidente della Giuria del Premio Letterario Internazionale Ida Baruzzi Bertozzi 2009 - Premio speciale della Giuria Una nenia semplice e vigorosa si anima al tramonto sul mare, maestro di vita e compagno per la minuta famiglia di pescatori che ad esso affida ogni speranza per il domani. Una preghiera sommessa si snoda e si slarga, come una dolce brezza, tra i flutti e le reti, tenendo unito il tutto in un unico quadro. Una poesia elementare ed eterna, legata agli elementi ed essenziale. Intrigante il gioco tecnico del verso, con un sapiente impasto di rime interne ed una musicalità quasi ruvida, scarnificata. Motivazione di "I vecchi pescatori" (") della giuria del premio Voci 2009 - 3° classificato sezione poesia in lingua Nella poesia s’avverte netta l’essenza dolce-amara del mare con il suo inarrestabile movimento – sotto il cielo notturno dell’Orsa: la metafora dell’uomo continuamente proteso al Divno e dell’inquietudine che lo spinge al volo e alle inevitabili cadute. Qui si canta la pena di un’anima che, in un’epoca sconosciuta, era riuscita ad approdare a quel lontano fulgore, ed ora, per amore, si è lanciata dall’Olimpo per ricadere sulla Terra. Per amore ha "tradito" quello Splendore ed è piombata nelle nebbie dell’inverno, per stringere "due mani calde" che "racconteranno di quella sera, quando la carne…" lo "fece diavolo / dietro a un camion abbandonato". È anche questa la grande avventura dell’Uomo, che custodisce il segreto dell’immensa forza dell’amore e che ciclicamente, per libera scelta, la spinge ora in alto, ora in basso; per scoprire, poi, che non c’è né un su né un giù; né bene né male; né inferno, né paradiso, ma soltanto l’amore, che tutto genera e tutto sostiene, nel perenne, meraviglioso, gioco dell’esistenza. Motivazione di "L’angeo innamuou - L’angelo innamorato" della giuria del premio Voci 2009 - 1° classificato sezione vernacolo È la notte di San Lorenzo. Il cielo è pieno di stelle, ma la vera protagonista è la luna. È lei che ispira la rievocazione di un passato colmo di ricordi, di incontri, di sentimenti vissuti nella speranza. Questa magica notte, illuminata dalle stelle cadenti, non si smentisce e dolcemente accompagna l’avverarsi di un desiderio d’amore. Il linguaggio è essenziale, lontano da sentimentalismi artificiosi, e mette in risalto il valore e il senso della speranza. Motivazione di "Tu che da lassù miri le nostre notti" del Presidente dell’Associazione Universum Dott. Valerio Giovanni Ruberto e del Presidente della Giuria del Premio Europa 2009 Dott. Aldo Moresi – 1° classificato sezione poesia in lingua L’autore incentra la sua lirica su un sogno d’amore che riprende vita tra sentieri di morte. "È un incontro di emozioni": la donna desiderata deposita fiori per l’uomo perduto, un incrocio di sguardi riaccende un’antica speranza. Tra tenerezza e audacia si consuma l’ultimo bacio. I versi scorrono fluidi con una sequenza di immagini sapientemente costruite Motivazione di "In morte del dottor Juvenal Urbino" del Presidente del Premio Letterario Internazionale Colonna d’Eroma 2009 Salvo Inserauto - 1° classificato L’autore, o meglio ancora l’artista, nel canto e nell’incanto dei suoi versi, riesce efficacemente a colorare ogni immagine del suo prediletto mondo marino. Sembra quasi far sparire le montagne e tutto il resto. Solo il suo mare, con un tetto di cielo, di stelle, di luna, di sole, e lui lì a svolazzare. Non occorre altro. Il mare che scorre nelle sue vene, le sue labbra che sembrano sempre sapere di sale; le spiagge, le barche, il vento, le onde. Il suo mare, che di tanto in tanto, per brevi attimi, culla un amore che poi s’immerge…risale…scompare. È tale la sensazione che riesce a trasmettere questo autore che non ci sarebbe da stupirsi se in un’ipotetica reincarnazione lo riscoprissimo "felice Gabbiano" Motivazione di "L’isola dei versi" del Presidente del Premio Letterario Internazionale Colonna d’Eroma 2009 Salvo Inserauto - 2° classificato Il senso del tempo scandisce la vita dell’uomo che, nell’alternarsi delle stagioni, misura il trascorrere dei suoi sogni, delle speranze, delle paure, il suo divenire. Anche la natura ha una sua anima, e la terra, vecchia e stanca, al soggiungere dell’inverno si ritrae, "lasciando il creato senza madre…" Favola dell’esistenza che si rinnova, e che trova senso e pienezza nelle parole che i Saggi continuano a ripetere ai giovani senza stancarsi , anche oltre ogni ragionevole speranza. Racconto senza azioni, ma quanto mai mosso, alla maniera di Bernanos, ricco di moti dell’anima che si condensano in delicato equilibrio tra introspezione e riflessione. Allora si fa certezza la speranza che su tutto tornerà a risplendere il sole della Bontà, della Bellezza, della Giustiza. Anche l’epicentro prospettico del tempo che non conosce riposo morale armonizza la dimensione interiore dei singoli, che si riconoscono parte di un insieme circolare e dialettico. Motivazione del racconto "Cercavano la promessa" del Presidente del Premio Letterario Internazionale Colonna d’Eroma 2009 Salvo Inserauto - 3° classificato La poesia di Roberto Gennaro è una voce forte sapiente della volontà-emozione che si fa parola, che canta la condizione del cuore, attraverso espressioni calde, profondamente accorate, supportata da un’acuta sensibilità. Quella che si dipana tra le pagine è una raccolta temporalmente breve, date scandite, come sottotitoli-graffiti, tatuaggi indelebili nel tempo che è stato, fermo immagine di una sensazione che proprio nell’arco della poesia ha svolto il suo nascere, divenire e svanire, lasciando al lettore quella necessità di ripercorrere alcuni stralci sapientemente apposti, vibratili ricerche che si ricuciono nella scioglievolezza del verso, non ricercato tecnicamente e metricamente, ma la cui saldezza è dettata dalla parola voluta e incastonata al posto giusto e al momento giusto, non cadendo mai nella sbaffatura del già detto, del già letto. Nei suoi voli descrittivi si susseguono quadri organici capaci di raggiungere le corde dell’anima, come in "Tu che da lassù miri le nostre notti" : "…/Una duna di sassi/nasconde lo scorcio di mare/dove il sole accorcia l’afrore/della sua via verso il tramonto./ ..." Roberto Gennaro ha la capacità di emozionare, motivando la sua efficace dialettica con infinità e creatività emozionale, nelle più svariate sfaccettature dell’amore cantato, vissuto, intessuto ed assimilato nelle cellule del proprio vivere "La voce del mare" :"Se il mare avesse/ la voce del vento,/ogni tramonto sarebbe un concerto/ …/" e ancora da "Le cicatrici del destino": "…/Le stelle, tese verso un cielo turchese,/vociano istanti rubati/al mio sogno d’amore./Lembi di cuore/si avvicinano al paradigma del mare./..." coinvolgendo chi dipana i suoi versi nel sottile sussurrare le parole. La figurazione emotiva nel nostro autore riesce a portare la sua poliedricità dove vuole, riuscendo a scavare nell’animo e a soggiornarvi edificando ciò che è proprio del poeta: fermare l’attimo nella plasticità disquisitiva e fugace. Nota critica per la silloge "Settantasei sensi del mare" del Presidente Associazione Culturale Gennaro Sparagna & Edizioni Stravagario Dott. Irene Sparagna (poetessa-scrittrice-editrice - critico letterario) - 1° classificato premio Ali di Aliante 2009 Roberto Gennaro non crede alla crisi dell’uomo occidentale. La sua impostazione metastorica lo porta a concepire una universale koinonìa (congiunzione), nella quale armonicamente la vita con se stessa e il tempo si avvitano nella loro spirale di libertà e di gloria. Fermamente convinto di poter produrre con la sua narrativa un mutamento interiore in chi legge, concentra tre racconti attorno a un libro sapienziale perduto, a una conchiglia chiusa nel suo mistero e a un lillà, la pianta delle fate. Senza distinguere soma (corpo) e psyché (anima), conoscendo una sola indecomponibile sostanza, Roberto Gennaro torna a fabbricare il mito delle segrete relazioni fra il mondo oggettivo sensibile e il mondo soggettivo psichico, evidenziando da un lato una capacità di acuta osservazione, dall’altro una disposizione sentimentale non stucchevole, né risaputa. In uno stile sentenzioso e favolistico, costruito su frasi ad ampie volute, l’autore ci restituisce nuovi principî, scarnificati dal nichilismo dominante, allo scopo di dimostrare come ci si possa opporre appassionatamente con la sola forza delle parole al relativismo e a tutti i mali storici, causati dalla nostra interminabile condizione di decadenza. Donato Di Stasi - Dalla Prefazione al volume antologico "Un’estranea partecipazione" - Racconti pubblicati: Cercavano la promessa - L’uomo e la conchiglia - Le fate tramandano
LettureI vecchi pescatori (2) La sera irrequieta sul far del tramonto sbroglia la rete. Tra i radi capelli, stoppia profeta riarsa di sete, un frammento di corallo e fili di vento riportano a galla il vostro essere umani. Il pensiero al domani, stringete al cuore la nuova semenza, amore profondo e ancestrale cucito al senso materno da un nodo di lenza. Uno sguardo eterno rivolta il mare, compagno di mille albe, mozzo ammutinato. Vi ha amato, nudo, come Dio lo fece. Il vostro saluto s’innalza, salmo di antico rispetto, erompe dal petto, e fiata una prece
Così sia (27 luglio 2008) Andar per mare, camuffarsi da onda e cavalcare cavalli impazziti. Contemplare la luna quand’è il turno di ronda, passare nella cruna del vento che stropiccia occhi sfiniti. Spegnere la miccia del tramonto, tenere il mondo in liquide mani e, con niente, vivere solo il presente senza pensare a domani.
Tu che da lassù miri le nostre notti (10 agosto 2008) Di voci, o luna, ho pieno il cuore. Una duna di sassi nasconde lo scorcio di mare dove il sole accorcia l’afrore della sua via verso il tramonto. Di passi, o luna, ho piene le strade. Le contrade in cui pugnai sono libere dai sogni, i vecchi mugnai macinano il passato che più non tornerà. Di versi, o luna, ho pieno il mio diario. Le parole dell’abbecedario più non bastano a contenere i fiumi dispersi della memoria, acqua delle luci di perdute città. Di storie, o luna, ho piena la vita. Canta con me, stasera è finita l’attesa dell’anima gemella, una stella caduta nel mare avvera il disio, a lei più non penso. È il dieci di agosto, la notte di san Lorenzo.
La voce del mare (11 agosto 2008) Se il mare avesse la voce del vento, ogni tramonto sarebbe un concerto, vedresti il sole che arpeggia mentre cuori di amanti si toccano sulla spiaggia nell’arcobaleno di rossi colori Se il mare avesse la voce delle stelle al suo suono vibrerebbe la pelle una mano violerebbe il senso rubato incolpando il segreto destino, invocando il tocco del fato. Se il mare avesse la voce del tuono, ogni uomo mieterebbe la terra muovendo la guerra contro i draghi, unendosi ai maghi per salvarsi l’anima. Ma il mare ha solo la voce di un’onda, il suono di una lacrima che fende un viso a digiuno. Il mare è fragile, insicuro muove sospiri nel cielo di un uomo innamorato e come questi, vivendo un amore furtivo, conosce il motivo per cui è stato creato.
O mæ paise a San Loenso (Levanto) O mâ o franze lento davanti a-o schêuggio da nostra Prïa Sorva in vento ch’o me conta vëgie stöie sensa nïo Mesc-e a sccciûmmâ rinvegno e seie de nna stæ che sola a cria Dentro o çê de mezo agosto puntòu de luxi in bocca a-o Dio Cao o mæ chêu, ti stæ inseguendo in sêunno de n’amô perdùo Le a l’è anneta a laita a sâ in sce-nna barca da pescouei In mezo a golfo s’issan rei che retaggian in sô scùo Ch’o cianze lägrime de stelle, sciôi passi in mezo a prouei Pochi fanti che no dorman castigan môgge-e lasciae in scia spiaggia N’onda a l’issa na gragneûa de prïe rionde arrubatté In mezo a pê che no conoscian né a misëia né a so raggia L’è a nottoann-a dei dexidëi, un di mæ o pensa a-e mæ guære Vegnà a mattin a ridestame da queste carte arregnocché Pin-ne de versi de in poeta nasciô a-e porte de Çinque Tære
Il mio paese a San Lorenzo (Levanto) Il mare frange lento davanti allo scoglio della nostra Pietra Sopra, un vento che mi racconta vecchie storie senza riparo Mischiate alla schiuma ritrovo le sere di un’estate che sola grida Dentro il cielo di mezzo agosto trapuntato di luci in bocca a Dio Caro mio cuore, stai inseguendo un sogno d’amor perduto Lei è andata a mungere sale su una barca da pescatori In mezzo al golfo s’alzano reti che ritagliano un sole fradicio Che piange lacrime di stelle, fiori appassiti in mezzo ai prati Pochi ragazzini insonni castigano mogli lasciate sulla spiaggia Un’onda alza una grandinata di sassi rotondi rotolati In mezzo a piedi che non conoscono né la miseria né la sua rabbia È la notte dei desideri, uno dei miei pensa alle mie guerre Verrà il mattino a risvegliarmi da queste carte sgualcite Piene di versi di un poeta nato alle porte delle Cinque Terre
L’àngeo innamuou Quande l’orizzonte e l’Orsa baxan n’onda in te ‘na luxe In te e stacche da mæ borsa versiô prïe nûe de mâ Accendiô o chêu con ‘n salmô ch’o saiâ a primma voxe de n’amô ch’ho vissŷu inte in ‘na nêutte smangiâ da-a sâ O tramonto o se maiâ, sûo de sangue, Cristo in croxe E nûvie rosse cianziàn na stella e in sciâ mæ barca da mainâ issiô o lensèu di mæ peccôuèi, veietta in sce un gûscio de noxe affidandu a o vento l’anima, da o çè cheita e rennegâ Passiô in scia-a Menna a remiate, ae de sæa e tôe man cäde me contiàn de quella seia, quande a carne a m’ha fâetu diao derrê a in camion in dimiscion, into canto de-e due stradde dove i Santi in procescion, sfiddan a nêgia dell’invernô aççemme ai gran-ni d’ou in resta a Madonna do Rosaio, ch’a l’è moë anche de mi, che ho portou l’amô a l’infernô
L’angelo innamorato (genovese) Quando l’orizzonte e l’Orsa baceranno un’onda dentro una luce nelle tasche della mia borsa verserò pietre nude di mare accenderò il cuore con un salmo che sarà la prima voce di un amore che ho vissuto in una notte graffiata dal sale Il tramonto si sposerà, sudore di sangue, Cristo in croce Le nuvole rosse piangeranno una stella e sulla mia barca da marinaio Alzerò il lenzuolo dei miei peccati, una veletta su un guscio di noce Affidando al vento l’anima, dal cielo caduta e rinnegata Passerò sulla Mena a mirarti, ali di seta, le tue mani calde mi racconteranno di quella sera, quando la carne mi fece diavolo dietro a un camion abbandonato, all’angolo delle due strade dove i santi in processione sfidano la nebbia dell’inverno assieme ai grani d’oro al collo della Madonna del Rosario che è madre anche di me, che portai l’amore all’inferno.
Le fate tramandano Venticinque anni, l’età giusta per staccarsi dall’unità familiare, dalle coccole di mamma, dai tempi di papà. Il lavoro andava piuttosto bene, le provvigioni sulla vendita e sulla locazione degli immobili in quei tempi di fervido mercato mi consentivano una solida tranquillità economica. In cinque anni di case ne avevo girate un sacco, e mentre le visitavo per il mandato o quando, successivamente, accompagnavo un potenziale acquirente, mi veniva naturale proiettare una mia ambientazione domestica in quei luoghi. Mi immedesimavo in un io a misura di quegli ambienti, come se fossero proprio quelli deputati ad accogliere il mio futuro nido. Il paragone con la vita vissuta con i genitori era altrettanto inevitabile, e fino al giorno galeotto in cui visitai la mansarda di vicolo Givello l’agio familiare l’ebbe vinta. Accompagnavo una coppia di studenti della facoltà di Architettura, erano i primi di settembre e il loro vecchio padrone di casa li aveva cacciati per riaffittare l’appartamento ad un cugino della moglie. Pagavano la pigione in nero, senza un contratto da far valere le parole contavano ben poco. Avevano preferito non inveire contro di lui né piangersi addosso, risolvendosi a trovare al più presto, prima dell’inizio delle lezioni autunnali, un luogo in cui trasferirsi, magari comodo alla sede della facoltà. Avevo ricevuto il mandato per locare la mansarda del civico 5 di via Givello da una signora anziana che vi aveva abitato per cinquantasei anni. La salute e le gambe malferme non le consentivano di affrontare i lunghi e stretti rampanti delle scale più di una volta al giorno, e spesso era costretta a farsi portare la spesa a domicilio. Pressata dai figli, si era risolta a trasferirsi vicino alla dimora della più grande, un appartamento a piano terra in riviera, comodo a mezzi e servizi. C’era stato un principio di battibecco tra noi: le avevo prospettato l’idea di vendere l’immobile per trarne benefici maggiori e più rapidi. Peraltro, ciò facendo, avrei ottenuto una provvigione più cospicua. Aveva replicato seccamente che la casa, eredità di sua nonna, non era vendibile finché lei fosse stata in vita. Successivamente i figli avrebbero disposto come più confaceva loro. Accettai il mandato per la locazione, fissai il mio compenso a trattative completate e le dissi che l’avrei chiamata quanto prima per portare potenziali affittuari a vedere la casa. Pochi giorni dopo mi trovai con i due universitari davanti al vecchio portone dell’edificio, verniciato con uno smalto verde brillante che palesava l’insufficiente carteggiatura del sottostante antico rivestimento. Suonai alla signora, avvertita in precedenza, e salimmo quegli interminabili gradini in ardesia. Erano talmente consumati dall’usura da essere arrotondati sulla testa della pedata. In discesa si sarebbe dovuto prestare molta attenzione a non scivolare e mentre mi arrampicavo mi figuravo la proprietaria che affrontava quel cimento da così tanti anni, ogni santo giorno. La mansarda era costituita da un soggiorno con cucina, una camera matrimoniale, una cameretta più piccola ed un minuscolo bagno. L’ambiente era ordinato e profumato, quell’odore di candeggina e sapone di Marsiglia di cui sono intrisi i pavimenti in mattonelle di cemento dei palazzi più vecchi del centro storico. Notai che il soggiorno era illuminato da una porta finestra, chiesi il permesso alla signora e l’aprii, scoprendo un abbaino versante su un’ampia terrazza. La vista sul mare dominò i miei sensi, rapiti e catturati dalla luce del sole che era quasi al suo apice, erano le 11.30. La terrazza era contenuta dalle mura degli edifici adiacenti. Sui due lati contrapposti, più alti del suo livello di un piano, si scorgevano le ardesie di copertura degli altri tetti. Un osservatorio tra un nido di tegole, quasi fosse l’obiettivo di un regista alla ricerca dell’inquadratura perfetta sul fronte del porto e più in là, verso l’orizzonte. Sconcertato per quello scorcio visivo, la percezione successiva fu il rapido cambiamento olfattivo, un nuovo profumo che si sostituì a quello delle cose pulite. Intenso, ma delicato. Sfiorava i sensi, avvicinandosi lento e poi scuotendoli violentemente. Attirava l’attenzione, distratta dalla vista sul mare. Direzionai il mio naso verso la fonte di quel profumo. Nell’angolo sinistro della ringhiera della terrazza vidi una pertica ed un tralcio sul quale era abbracciata una pianta che pareva rampicante, dai fiori violacei, un poco avvizziti. S’inerpicava affondando le radici in una grossa conca zincata riempita di terriccio, per metà incastrata nel solaio della terrazza. Cercai nei gangli della memoria un nome per quella pianta, alle elementari avevamo organizzato un erbario e…sì! "Glicine!!" esclamai convinto, voltandomi verso la signora ed i ragazzi. Lei scoppiò in una risata ragazzina, e fece "Oh mondo, oh mondo!!" rovesciando il suo sorriso nella mia vergogna. Avevo toppato alla grande, lo riconobbi a me stesso e risi a mia volta, per contagio. "Giovane ragazzo di città!" interruppe la signora, "Quello non è glicine, anche se fa parte di quella famiglia di piante" continuò. "Probabilmente sei stato tratto in inganno dalla pertica", cercò di giustificarmi, e mi spiegò che a differenza del glicine quella non era una pianta rampicante, era stata legata al tralcio da sua nonna che l’aveva trapiantata in quel luogo e di cui si era presa cura ogni giorno, per tutta la vita. Lei stessa l’aveva ereditata e se ne era presa regolarmente cura per tutti quegli anni. La potava periodicamente perché non si espandesse lateralmente offuscando la vista sul mare e non superasse il livello del tetto adiacente. La ringraziai per la spiegazione e a quel punto tanto valeva chiederle quale fosse il nome di quella pianta dal profumo di miele. "È Lillà, giovanotto. Syringa Vulgaris, o più semplicemente Lillà". Compiaciuto dall’identificazione, il pensiero ritornò sulle sensazioni provate su quella terrazza. I clienti mi fecero cenno di scendere, salutammo la signora e rientrammo in agenzia. Mi dissero che l’appartamento era vecchio e scomodo. Non vollero sapere nemmeno la richiesta di pigione, li portai a vedere un altro appartamento del mio portafoglio trattative e concludemmo su quest’ultimo. La sera, rientrando dai miei, mi figurai il tramonto visto da quella terrazza. Cambiai la mia vita nello spazio di pochi minuti, presi la decisione che tanto avevo rimandato e pochi giorni dopo affrontai il trasloco nella nuova mansarda. Trasportai solo le necessità personali, i mobili sarebbero rimasti in luogo, la proprietaria non aveva intenzione di tenerseli. Forse, nella sua concezione, essi erano casa quanto i muri dell’abitazione. Concludemmo il contratto, triennale. Dopo aver firmato la signora cavò dalla borsa due mazzi di chiavi, me le porse e sorrise. Non una risata come quella di simil derisione dovuta al misunderstanding sul nome della pianta, che ancora ricordavo. Questo era un sorriso compiacente, come quelli che le persone fanno quando sanno di aver agito seguendo il karma, sulla rotta del sentiero tracciato da un dito del destino nelle vicende umane. "Abbia cura del lillà" si premurò di dirmi, "è un esemplare molto antico e dà profumo e gioia nella misura in cui riceve". Faticai non poco ad abituarmi alla vita da single. Dopo un periodo di rodaggio raggiunsi ritmi di vita accettabili e mi organizzai in modo da non dover praticare le scale troppe volte in un giorno solo. Imparai a scenderle al volo, la paura di scivolare passò una volta constatata la misura delle alzate ed adeguato il ritmo di discesa. Comprai un divano da esterni, lo incastrai nel lato sinistro della terrazza, contro la pianta di Lillà, i cui petali sfiorivano lentamente decorando l’ecru del rivestimento in tessuto. La sera, fino a quando le temperature l’avevano concesso, ero solito sedermi sul divano a leggere uno dei libri della mia riserva. Ad ovest, destra della terrazza, il sole calava, ogni giorno sempre più vicino. L’autunno era ormai inoltrato, il Lillà completamente sfiorito. Passò l’inverno, più caldo di quelli passati, non nevicò neppure una volta. Gli affari stagnavano, la solita pausa dei mesi freddi. Il mercato si sarebbe ripreso al ritorno delle belle giornate più miti. Una volta alla settimana andavo a cena dai miei, ma la loro non era più casa mia. Non sentivo più mie quelle stanze, quei profumi. Vedere i miei genitori era piacevole, ma tiravo un sospiro lungo dopo aver corso le scale ed aperto la porta della mia mansarda. Verso la fine di febbraio, la mattina, facendo colazione, presi l’abitudine di monitorare la pianta di Lillà. Avevo cercato di curarmene sistematicamente, annaffiandola con regolarità e potando le appendici più lunghe nei tempi di luna calante, come mi aveva suggerito la padrona di casa. Volevo scorgere fin dal primo giorno il progredire della prossima fioritura. Vidi le prime gemme diventare grappoli, poi la pianta si inebriò e fu il pieno sbocciar di colori e profumi. All’inizio della primavera la terrazza divenne un tripudio sensoriale, mi dava un equilibrio interiore ed una centratura rispetto all’universo mai provati prima di allora. Il ventiquattro di marzo compii venticinque anni, festeggiai con una pizzata tra amici, poi ci trasferimmo in un locale a Levante. Passai il resto della serata a colloquiare con una ragazza di bell’aspetto, conosciuta su presentazione di uno dei miei amici. Discorsi saltellanti, briosi, ci scoprimmo nello spazio di poche ore, ed entrambi percepimmo quell’alchimia che albeggia solo quando due anime sole riflettono la stessa luce. Mi offrii di accompagnarla a casa, abitava nell’entroterra. All’imbocco dell’autostrada cambiò idea: "Portami da te". Facemmo l’amore a lungo, traendo un piacere estatico e calmo, come il caos delle passioni fugaci e leggere, ma intrise dalla complicità di chi si conosce da molto ed usato tempo. Non riuscii ad addormentarmi. Poco prima dell’alba mi alzai dal letto ed andai alla finestra del soggiorno, l’aprii e uscii sulla terrazza. Dopo tanti tramonti era giusto concedersi un’alba e il mattino successivo all’amore pareva dipinto a misura e compimento del piacere. Un bacio sfiorato sulla spalla, si era alzata anche lei. Mi abbracciò da dietro intrecciando le dita sul mio petto e si appoggiò con la guancia contro la mia, ancora ispida di barba. Sorse il sole, come un pulcino dal guscio uscì dal mare fradicio, poi si asciugò nel sereno, all’inizio dell’arco di quel giorno. Fu ancora amore, sul divano esterno, sotto al Lillà. Mi resi conto che in tutta la serata e la notte precedente avevo conosciuto tutta la sua pelle e soppesato compiacente le sue emozioni, fuse con le mie nell’istmo di sogno della perfetta identità, eppure non mi sovveniva il suo nome. Lo percepivo fuggevole, un’eco lontana venuta dal mare, lo sentivo come conosciuto da lungo tempo, sicuro per i miei sensi come fosse un profumo già amico, di casa. Glielo chiesi,con il timore di chi si appresta ad un ricordo. Mi rispose, con un bacio sussurrato a fior delle mie labbra: "Serenella".
Cercavano la promessa ‹‹La nostra vita è maestosa e buona…un romanzo celestiale, E tutti noi facciamo parte di una danza universale. Il nostro futuro tra le stelle è certo, glorioso e libero; E indosseremo una corona di vita, e ameremo in eterno.›› (E.J.M. , "Queen of the sun") Se ne vanno i giorni di questa primavera, e sembrano come correre inseguendo le calde giornate d’estate, quasi cercassero di farle loro spose. Luglio, Agosto. Come apparivano lontani agli occhi dei mesi d’inverno, quando Dicembre e Gennaio si fasciavano con pesanti sciarpe di lana e spessi maglioni, quando tutto sembrava assopito sotto un bianco tappeto, e la terra vecchia e stanca aveva preferito abbandonarsi a se stessa, donandosi al freddo, lasciando senza madre il creato…! Allora, nulla lasciava presagire che un giorno il sole l’avrebbe ancora riscaldata e destata con i suoi baci di luce, conducendola verso una nuova giovinezza. Ci furono tempi in cui l’inverno alle porte diventava un acerrimo nemico per tutta la natura, perché questa sembrava aver dimenticato i mezzi per difendersi dai suoi attacchi, per resistere al suo lungo assedio. Come sembrava fievole la speranza che accompagnava tutte le creature in quei giorni, incerta quasi come la fiamma di un acciarino in una tempesta di pioggia e vento, ma solida e necessaria come l’albero maestro di una nave in balia degli oceani…! Nessuno, in fondo, credeva veramente di poter avere ancora una vita, passato l’autunno. Pochi erano disposti ad ascoltare le parole dei vecchi Saggi, i quali tramandavano alle nuove giovani leve la storia di una rinascita. Era la favola di un’esistenza che si rinnova, la leggenda scritta nel Romanzo della Vita, le cui parole erano andate perdute tanto tempo prima, sillabe che ai più apparivano farneticanti e prive di senso, annebbiati come erano dal timore del "poi", dalla paura di non esserci più. I Saggi, da parte loro, perseveravano continuando a narrare ancora dei bei tempi passati, e raccontavano ai giovani la storia di una promessa, della promessa della Vita. Ci furono alcune creature che tuttavia emersero dal costume dell’inerzia. Si costrinsero a credere a quei racconti, quasi come se una forza impressionante si fosse impadronita di loro, e così diedero vita ad una spedizione per ritrovare informazioni sul prezioso volume, sognando dentro di loro che quelle che avevano ascoltato non fossero solo le parole di una leggenda. Gli indizi erano pochi e scarni, solo frasi frammentate tramandate di famiglia in famiglia, di specie in specie nel corso dei millenni. La ricerca di loro consimili fu per molti giorni e molte notti assolutamente vana. Qualcuno di loro si arrese alle prime difficoltà, qualcun altro non riuscì a proseguire, e la compagnia si trovò ben presto dimezzata, incerta più che mai se continuare a credere in quella che in fondo era solo una fiaba o rassegnarsi ed affrontare il Generale Inverno con le proprie forze, con la consapevolezza arresa di avere di fronte un nemico invincibile. Una notte, sfiancati e sfiniti dalla solita giornata pellegrina, con il gelo che mordeva le loro membra, cercarono rifugio sotto i rami di una quercia sulla sommità di una collina, inermi e impotenti di fronte a quello che ormai sembrava essere l’inevitabile. Una voce, una timida voce li svegliò. Quella voce ripeteva una frase che qualcuno di loro riconobbe quasi come se provenisse dal proprio petto, dal proprio cuore. Si ritrovarono improvvisamente tutti insieme a cantare, un solo ed unico coro in mezzo alla notte. A quel primo verso se ne aggiunsero altri, e altri ancora, fino a formare una grande poesia, fino a che tutte le loro voci si ritrovarono a cantare un intero inno, un inno che loro stessi credevano perduto, l’inno della leggenda, il Romanzo perduto. Scoprirono allora che quello che avevano cercato per molti giorni era scritto dentro ciascuno di loro e scoprirono che ogni cosa che li circondava conteneva frammenti del grande Libro, che tutto risuonava di quelle parole, che tutto riluceva di quei colori. Incominciarono a credere che sarebbero sopravvissuti, che avrebbero superato i momenti difficili, e appresero come ognuno di loro fosse stato creato e preservato dalle mani caritatevoli della terra, osservato dagli occhi dell’azzurro del cielo, accarezzato dal soffio dell’aria del mattino, custodito e abbracciato dall’intero universo, e impararono ad affrontare ogni nuova difficoltà. Lo scoiattolo scoprì che un buco in un albero e una buona scorta di noci e nocciole erano il giusto occorrente per una sana dormita; la marmotta capì che anche sotto lo spesso manto di neve sarebbe stata al caldo grazie alla sua folta pelliccia, e l’orso si ricordò di quella grande caverna nella montagna, e pensò di invitare i suoi amici della foresta a trascorrere con lui i mesi più freddi, magari davanti ad un bel tavolo ricco di bacche e miele. La rondine ebbe la visione di un luogo lontano dalla sua patria, un luogo in cui andare per un po’ di tempo in vacanza, e incominciò ad allenare le sue forti ali per il lungo viaggio. Anche le piante e gli alberi riscoprirono antichi segreti che avrebbero permesso loro di sfuggire alla cattura del freddo, dapprima donando i propri frutti agli altri animali, e poi proteggendo la terra con le loro foglie. Tutte le altre creature scoprirono, ad una ad una, come sconfiggere e convivere con quello che era stato fino ad allora il grande nemico, e che ora appariva solo un momento della loro vita, una esperienza come altre, una fase irrinunciabile, affascinante e nuova. Solo allora si ricordarono delle parole dei Saggi e compresero di essere loro stessi la realizzazione della promessa di cui i vecchi avevano loro parlato: la promessa che fu fatta nella notte dei tempi ai padri dei loro padri, fino a risalire agli antenati più lontani. La promessa di avere una discendenza numerosa come le stelle del cielo, come tutte quelle luci che da lassù li stavano guardando, talvolta sorridendo, talvolta piangendo, mosse da uno spirito antico e dal desiderio di donare loro una vita felice. La promessa che a nessuno di loro sarebbe mai stato fatto del male. Solo allora compresero che agli occhi di tutto il creato loro stessi erano stelle nel cielo dell’amore del quale e nel quale ogni creatura si disseta, si sazia e vive. Aprile 2010 - Roberto GENNARO riceve il Premio Città di Cattolica, per il testo inedito di canzone.
La nuova raccolta poetica di Roberto GENNARO |


