| Mirella Guerri Mazzucca |
Note biograficheMirella Guerri, nata nel 1944, milanese, da dieci anni vive in provincia circondata da tanto verde che cura con passione, pur recandosi ancora quasi quotidianamente a Milano, città che ha raccontato in alcune liriche. Insegnante in pensione si è dedicata alla crescita culturale di alunni sia italiani che stranieri con uguale impegno. Laureata allo IULM ricorda gli anni di università come i più interessanti della sua vita. Ora insegna a distanza, attraverso e-mail, a stranieri che desiderano imparare l’italiano. Scrive da quando era bambina, ma solo da poco ha iniziato a partecipare ai concorsi letterari, ottenendo qualche segnalazione. Un suo racconto fa parte dell’e-book “Italians, una giornata nel mondo” e una sua poesia è inserita nell’Antologia di poesia religiosa dell’associazione Penna d’Autore. Premi e riconoscimenti recenti Il Premio speciale della Critica al Concorso Città di Salò 2009, è stato assegnato a Mirella Guerri per la lirica "Si può ancora parlare di rondini e nidi". Il Premio della Giuria al Concorso Via Francigena 2009, è stato assegnato a Mirella Guerri per la lirica "La poesia fatica a intrufolarsi".
RecensioniMi capita spesso di leggere poesie di autori esordienti, poeti e poetesse. Per essere sincero, spesso questo esercizio mi annoia, altre volte mi irrita e mi chiedo se non fosse stato meglio, per l'autore, impiegare meglio il proprio tempo. Ma a volte, fortunatamente, non è così e scorgo nei versi che leggo quell'illuminazione che la vera poesia dovrebbe irradiare sul lettore: non importa se poesia lirica od epica, sentimentale o intimista o di protesta. Insomma, basta che sia Poesia. Il lavoro poetico della Guerri è proprio questo: poesia vera. Sorge naturalmente, come tutta la poesia, dal profondo buio dell'intimo universo dello scrittore, ma si colora, venendo alla luce, di riflessi che parlano al cuore del lettore. Direi: poesia intimista, soffusa di una sottile vena di rimpianto, nel senso che in Portogallo si dà al termine saudade, una nostalgia anteriore, cioè una nostalgia non di qualcosa che si aveva e si è perduto, ma di qualcosa che avrebbe potuto essere e che non è stato. Ed è proprio il trasporre in versi questa visione della propria vita, che incornicia la poesia della Guerri in un contesto leggibile da tutti e ne fa poesia universale poiché, a ben vedere, tutte le vite vissute da ciascuno di noi sono un inventario di cose perdute: la giovinezza, i figli piccoli che sono diventati grandi. Gli amori non realizzati, i lavori non fatti, le amicizie smarrite. I genitori e le persone care che scompaiono. La professione che si annulla nel pensionamento. I pezzi di città che crollano sotto le ruspe, i prati che cedono il passo alle costruzioni. Tante, troppe cose perdute. Ecco, qui sta l'essenza della sua poesia: Mirella Guerri ci racconta cose, emozioni, sentimenti che in fondo erano già dentro di noi. È un'operazione di maieutica lieve e suadente che fa emergere, insieme ai suoi, anche i nostri momenti d'introspezione e ci fa capire perché, in certi momenti della nostra vita, ci sentiamo come velati di tristezza. Non è il presente che ci parla in quei momenti, ma il passato che riaffiora. E, al tempo stesso, ci fa amare quel passato, anche se non tutto quello che, in potenza, conteneva si è infine realizzato. Cosa saremmo noi, davvero, senza il nostro passato? Carlo Alfieri
LettureMirella delle Mirelle Non sono un poeta, non chiamatemi tale. Sono solo una Mirella tra le tante, ma mi piace pensare. A volte un rametto mi spunta dalla testa: invece di foglie fioriscono idee. Metafore come fiori profumati, anafore per gemme mai sbocciate ossimori e litoti per versi ancora ignoti. Quando tornavo a casa attraverso il giardino ti vedevo affacciata ad aspettarmi. La tua testa compariva tra i gerani, la mano sventolavi a salutarmi. La tua impazienza di riavermi accanto m’irritava non poco: sapevo che passavi le ore ad aspettarmi. Una vita non vissuta, io pensavo tornando a casa dai miei molti affanni. Ora la tua testa non c’è, dietro ai gerani le finestre chiuse. Questa notte, in sogno, cercherò di spiegarti perché è stato così difficile amarti. Cordoglio sulla Fiera che non c’è più. Era nei miei sogni di ragazza, fiera della milanesità, il luogo delle magie. Padiglioni più belli di quelli del sogno, futuro da provare a portata di mano. Ci si andava come ad un rito per diventare grandi. Per un giorno si viveva quello che sarebbe avvenuto. Poi si tornava a casa orgogliosi di esserci stati. Ora la dinamite ha tirato giù tutto: fretta, rumore, polverone. Tutto si è dissolto, come il mio passato. In via Farini c’era un cinemino dove andavamo spesso da bambini. Ora c’è un multipiano, con la pancia strapiena di metallo, che di sé pensa “Qui ci volevo io” e pazienza se i sogni in bianco e nero me li devo cercare più lontano. Sto partendo, lascio il giardino lascio il fiore che grande mi saluta ondeggiando nel vento. - Conservati, Fiore e aspettami. - Che non ci sia grandine a rovinarti le foglie non geometridi a mangiarle, né oziorinchi (tutti così voraci). Spero che la tua vita, pur breve, consenta di tornare e ritrovarti.
La poesia fatica a intrufolarsi nelle nostre giornate troppo serie. Scrivo parole amiche che regalo, giorni infelici o lieti mi piace ricordare con qualche verso, fiorito tra le pieghe di una giornata normale. Eppure, chi le riceve, spesso solo sorride, imbarazzato, dice – bello – e non sa come altro commentare, dimostrare di aver gradito, di sentire che una piccola luce diversa ha illuminato qualche secondo di un giorno altrimenti banale.
Cosa ne ho fatto, del mio tempo, la scorsa settimana? Nulla, se ci ripenso, di così importante d’aver lasciato un segno. Ore preziose, perse per sbadataggine, sfuggite come sabbia tra le dita. Minuti che non torneranno indietro, finiti nelle ampolle sulla luna. Nessun cavallo alato che mi possa aiutare a ritrovarli.
12 febbraio 2009 Riceviamo e volentieri pubblichiamo un racconto di Mirella Guerri Mazzucca
Un’ora della vita Un’ora in terrazza dando l’acqua alle piante, incoraggiandole per cominciare bene il giorno. Mi congratulo con i fiori viola di una petunia esuberante, saluto quelli rosso-arancio della bignonia arrampicata sull’arco, anche oggi affronteremo insieme una calda giornata di giugno. Un’ora passata a guardare le vetrine tra piazzale Cadorna e via Manzoni, a Milano, notando che certi negozi che amavo, purtroppo, non ci sono più, sostituiti da altri di cui non si sentiva la necessità. Un pomeriggio un po’ freddo e grigio d’inizio ottobre. Un’ora di yoga, cercando di piegare la schiena e ritrovare l’agilità dei trent’anni, se non dei venti, ma ormai anche quell’età è lontana, le mani faticano ad arrivare in fondo, le ginocchia si piegano e fanno male, alla fine di settembre. Un’ora al capezzale di mia madre, a spiarne il respiro, a stringerle la mano, a cercare di aiutarla a superare il momento più difficile della vita di ognuno, alla fine di luglio. Un’ora in treno, per raggiungere la città, leggendo un libro da meditare a fondo: I miei martedì col professore, struggente, sereno, tremendo e dolcissimo, oggi. Un’ora sprecata in una rissosa riunione di condominio dove, chissà perché, tutti gridano scompostamente. Persone compite che salutano e cedono il passo si trasformano in belve se si tratta di ridipingere una facciata. Un’ora a spasso col cane, quello del canile che aspetta la domenica, sì secondo me lo sa quando è domenica, perché arriva uno strano Duezampe un po’ imbranato che lo porta fuori a seguire tracce di odori molto interessanti, e che poi, chissà perché, dopo un po’ lo riporta lì e addio passeggiate. Un’ora a far compagnia alla zia centenaria, che traballa quando è in piedi, che ci sente poco, che si dispiace di non avere niente da offrire, ma che è felice ogni volta che la si va a trovare e mi fa vedere che ha conservato tutte le cartoline che le ho spedito negli anni. Un’ora in cucina impegnata a non far bruciare, attaccare, smontare, rovinare in mille modi quello che sto preparando, con gioia, con cura, con amore, perché oggi tornano Daniele e la moglie dal viaggio di nozze e la felicità è grande, non va rovinata con sapori stonati. Un’ora quasi di paradiso, sul tetto del Duomo, con l’altro figlio, Simone, e la sua amica americana, camminando tra le statue, i doccioni, i pinnacoli, le guglie, i merletti di pietra, le terrazze, gli scalini, i balconi, i passaggi, ammirando da vicino l’infilata dei contrafforti aerei bianchi nel marmo rinnovato contro il cielo incredibilmente azzurro puro, un pomeriggio di fine agosto, a Milano. Un’ora spesa cercando di convincere che i tempi dei verbi vanno usati tutti, non solo il congiuntivo e il condizionale, considerati ostici e inutili dai più, ma anche il più modesto futuro, scalzato ormai da un presente onnipresente, appunto, invadente ed esagerato. Un’ora di pura pace leggendo le poesie più amate, sentendomi intorno Vivian, Emily, Garcia, Alfonso, Antonia e tanti altri, mentre sorseggio un lunghissimo e caldo caffè americano che mi scalda le mani, in una tazza Starbucks comperata un giorno di maggio di qualche anno fa, in Columbus Avenue, a New York. Un’ora immaginando di scrivere un racconto, che forse si leggerà in cinque minuti, ma che vorrebbe raccontare una vita, chissà se ci riesce.
26 Ottobre 2009 Mirella Guerri Mazzucca ha vinto il primo premio del Concorso Internazionale di Letteratura "Un Giorno in Montagna", sezione Poesia Per maggiori dettagli: www.assturisticapratonevoso,com
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