| Maria Rossi |
Note biograficheMaria Rossi, che spesso ama firmarsi col vezzeggiativo Mariolina, è nata nel 1948 a San Sepolcro, in provincia di Arezzo, ma vive da molti anni a Firenze, dove ha studiato laureandosi in Materie Letterarie, ha insegnato nei Licei statali ed ora gode del tempo libero del pensionamento, durante il quale ha potuto meglio dedicarsi alla sua grande passione, l’arte della scrittura. Autrice prolifica, oltre ad avere al suo attivo importanti premi e l’inserimento in prestigiose antologie, ha pubblicato numerosi volumi, sia di poesia che di prosa. Tra gli altri ricordiamo: “Coriandoli 2000”, del 2001, “Pensieri”, del 2002, “Pleiadi”, del 2006, “C’è Elia”, del 2007, e i più recenti, “Preghiera”, una raccolta di liriche pubblicata nel 2008, e “La sementa”, raccolta di racconti, sempre del 2008.
Note critiche
Poetessa di grande spiritualità, compone poesie di profonda religiosità, nelle quali appare vivo il sentimento di fratellanza e di solidarietà che anima la sua vita di tutti i giorni. Il ricordo del passato popola tutta la sua produzione poetica e narrativa, ma l’intento moralistico e l’impegno civile, il desiderio di comunicare valori e incoraggiare verso maggior attenzione per l’umano, prevalgono sulla pura ispirazione artistica. Infatti, la sensazione interioristica, il ricordo e le suggestioni della memoria, hanno un ruolo imprescindibile, che rende fertile e originale il suo dettato narrativo e poetico. Assai legata alla tradizione di una letteratura aulica, ne sa rinnovare le istanze attraverso un uso personale del linguaggio, in cui spesso prevale il tono canzonatorio, oppure risentito, del parlare quotidiano. Si può dire che si percepisca in lei la naturale propensione alla polemica, propria del sentire toscano, che dimostra la passionalità dei sentimenti e l’ambizione ad elevare fatti, persone e cose verso una più alta e dignitosa moralità. Anche qui l’impegno civile ed etico della scrittrice appare evidente, senza che ella ceda mai alla banalità o alla pedanteria.
Letture
Discordia Tu non me la dai a bere, sei stato scimunito, sei stato altero e niente di buono è rimasto in te. Discorde è il mio cuore, vuole i riflessi di un meriggio pacato con nuvoli chiari nel sole. Vuole sentire il buono delle cose, vuole amare, perdonare, piangere. Ma con te tutto sembra inutile, tu prevarichi, tu sei ricco di boria. Dov’è il sentimento tuo di un tempo per me? Forse che le persone cambiano col trascorrere del tempo? La poetessa accusa di ciò il suo interlocutore poetico, accusandolo di non essere più in sintonia con le sue interiori necessità: la serenità, il sogno, l’illusione di un mondo migliore. Lui, invece, è prepotente e meschino, e lei si meraviglia di non comprenderne le ragioni. Una poesia ben strutturata e musicale, che risolve liricamente un tema e uno sfogo personale.Da “Antologia Via Francigena 2008” L’orto Un orto grande, come un grande fazzoletto. Vi sono le Mura di Bernardo Buontalenti. Ricordo: tutto avvitato, diciassette ficaie, peri roggi, peri estatini e invernali, mele rosa-verde e meline, ciliegi duraci e acquaioli. E tanti susini. Cambiò nel tempo. Venne piantato un diospero e ornato da siepe d’avero (alloro), staccionata allo spiazzo di fronte a casa di sambuco. I fiori continuarono ad essere di molti. Cespuglio rose bianche, immacolate, erette con petali appena schiusi - boccioli di severa beltà -. Cespuglio rose cipria Tea dei dipinti del Quattrocento e tante mammole bianche e viola. Mammole bianche colore di sposa. Vi venne eretta accanto una Chiesa e un Altare, “Alto, altino, fatto di sassi e coperto di lino”. Dal ricordo il mio presente e il mio spazio interiore...
Per i poveri... “Per i poveri c’è un Dio, per i bimbi c’è un Tesor...” Ed io nei campi verso il Tevere, vicino ad un gelso con i piedi nell’acqua della Reglia, cantai pianissimo con voce crespa: “Oh Signore, oh Signore che facesti il picciolo a ‘sto fiore, fa germogliare sorriso ai poveri per pane e companatico donati e fa che all’acqua della fonte, del ruscello del fiume, del pozzo che li disseta, non bevano né il serpente, né lo sparviero, proteggi il loro calcagno e nell’inverno ove ci sono più fame e freddo e gelo, soccorrili con farine di spelta e grano e mais da intridere con olio, acqua e sale per cibo quotidiano. E manda loro il freddo secondo i panni. Tu Dio misericordioso dei poveri ai poveri traccia un cammino.
Per i bimbi c’è il Tesoro dell’amore dei genitori, c’è il calore del focolare, c’è la custodia di uno sguardo buono – gli occhi buoni quando guardano avvolgono e custodiscono -, ci sono i sogni loro da svolgere. C’è il tesoro della bontà dei semplici di spirito, i quali s’innamorano della vita che viene, cresce affiora con vocali, sillabe, parolette brevi e sorrise, nel palpito loro di nuovo cuore.
- Valentino, mio figlio: “Ho avuto genitori” “no”...
Segnatempo Segnatempo, una carlina colta ai Prati Alti, profumata di cardo con tanta peluria nel talamo e foglie quasi spinose. La respirai a Monte Vicchi, la bagnai prima alla Fonte dell’Oppiarello. Dissi: “è il cuore solatio, schivo, semplice, lanoso con punte di foglioline aperte a raggiera al sole, chiuse alla pioggia.” Dimorò come ornamento sensibile segnatempo, affisso sull’alto della porta del giardino con un chiodo quadrato di capo, capocchia.
E salii le scale... E salii le scale ad angolo per entrare nella cucina nera e rosa, mi fermai e tra la finestrina e la dispensa – vetrina mistero. “Hanno sparato al Papa” Maria disse. Pianse Maria, trattenni il respiro. Poi Ella: “C’è operazione dall’aereo.” Mi tenni alla maniglia della porta che divideva l’angolo delle scale. E Maria: “Con un chiodo mio padre fece quella maniglia e ora c’è un proiettile”. Balbettai: “Dall’Autostazione ho telefonato a Roma”. Maria scosse la testa e congiunse le mani dalle lunghe dita, pregava ella con l’anima e tutta se stessa, come una pellegrina dal ciel venuta in terra a miracolo mostrare.
Il collegio Rosellina Sangregorio * occhi verdissimi, bella, vaporosa nel parlare, colse negli occhi miei verdognoli i sogni, non c’è mistero più grande di un lampo “Clean d’oeil” che muta una via da tortuosa e gremita di pitolli,** in più praticabile e piana. Ella avvertì “Erta fu la strada.”
* Una collegiale al Collegio dell’Immacolata – Firenze ** Grossi sassi
Il volto di un uomo Vi era un tempo un po’ caliginoso a Milano, e vi erano stati periodi di pioggia. Leonardo da Vinci era assorto, pensieroso per l’affresco dell’Ultima Cena. Aveva dipinto alcuni volti degli apostoli, ed erano sembianti di uomini credenti e vivi, ma non sapeva come raffigurare Gesù. Allora pensò: “Mi occorre un modello pieno di vita spirituale, con lo sguardo pieno, ampio, di speranza sul mondo”. Vago per la Milano Vecchia, guardando le case che stavano sorgendo, ma nessuno aveva lo sguardo, il volto che lui cercava... che lui aveva nell’immaginazione. Finalmente, lungo una strada dei quartieri vecchi, trovò un uomo bellissimo, e gli si avvicinò. “Come siete bello! Vorreste farmi da modello per la figura del Redentore in un affresco? Io dipingo”. E l’uomo disse: “Sono lietissimo!” E Leonardo: “Venite con me”. Arrivarono al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie, allora refettorio e parlatorio, e l’uomo vide gli apostoli affrescati, e rimase meravigliato: “Come, io Gesù?” E Leonardo: “Avete lo sguardo pieno, buono, aperto, e sarete voi il Salvatore”. Leonardo lo tenne per modello per molto tempo, perché non si accontentava mai di ciò che faceva, e rifaceva ogni tanto alcune parti. Per di più i colori avevano una base di sperimentazione, mai conosciuti prima. Infine, l’uomo si vide riflesso come su uno specchio nell’affresco, Leonardo lo ringraziò e lo pagò. L’uomo era fuori di sé dalla gioia. Leonardo continuò l’opera lentamente, fece periodi di pausa, e un giorno si ritrovò a dover dipingere la figura di Giuda, ma non sapeva come fare gli occhi, perché negli occhi doveva essere visibile la voglia di tradire. Attraversò Milano in tutti i quartieri, per dritto e per rovescio, ma non incontrò nessuno simile a Giuda Iscariota... finché un giorno, al tramonto, si attardò lungo il Naviglio e incontrò un barbone biondo con lo sguardo bieco. Lo fermò e gli disse: “Mi occorrereste come modello per un dipinto. Volete venire con me? Io dipingo”. L’uomo tergiversò, poi disse: “Verrò”. Leonardo gli disse di aspettarlo: “Verrò a prendervi tra tre giorni!”. Passò il tempo e Leonardo tornò sul Naviglio. L’uomo gli venne incontro: !Eccomi!”, e andò con l’artista, ma camminava piano, quasi avesse difficoltà a seguirlo. Arrivarono al Cenacolo che era l’imbrunire: Leonardo lo fece mangiare e dormire. Al mattino lo condusse di fronte all’affresco. Il barbone biondo lo ammirò, si sedette e scoppiò in un pianto dirotto. Tra le lacrime gli uscirono queste parole: “Quale personaggio dovete raffigurare?” Leonardo rispose: “Giuda Iscariota”, e il barbone biondo pianse più forte. “Perché piangete?”, gli chiese Leonardo avvicinandosi... “Un anno fa il mio volto era quello del Salvatore...” Leonardo ammutolì, lo ritrasse e non lo fece più andare via, abbandonato sulla strada, lo tenne con sé per preparare i colori.
Bisogna saper scrivere E sorrisi a Maria Grande: “C’è Writte”, ed ella allargò le braccia e non spiegò. M’immaginai una casa bella con tanti ricordi, e dissi: “Nella casa bella ci ho i miei germogli.” Le mie radici erano nella casetta del 1901, n°1 di via S. Croce. A Guido, quando gli chiedevano dove abitava, rispondeva: “Tutti lo sanno, viaq del Crocifisso”. E loro rispondevano: “Ma se via del Crocifisso a Borgo San Sepolcro non c’è!? Che4 mai?”. Guido sornione rideva piano, era segreto. Un giorno Guido prese una pila con un signore, andarono a vedere una parete di pietre e mattoni sull’aiola della rosa tea. Tornarono all’orto sorridendo. Maria parlò piano a quel signore: “I Russi al Borgo S. Sepolcro non vengono perché c’è scritto...”. l’uomo rimase perplesso ed io pensierosa molto. “Ma sono venuti ed hanno donato”, dissi io. Maria sorrise, aveva mosso l’onda buona. Mi scappò detto: “Il Bugiardo mio sposo è sempre in Russia”, e lei: “Che ci resti!”. Passò il tempo; i miei germogli crescevano e feci la spola tra Borgo e Roma. Ad Arezzo, alla Stazione, mi chiesero: “Direzione...?” “Roma, ma se non mi date Firenze!”, e il bigliettaio rise. A Roma i Russi erano venuti, primo fra tutti Wladen Grushin, poi Beniamino Sidorov e Larissa Sidorova. E poi venne un Americano U.S.A., Bob Golden, con grande cappello nero, e prima i Giapponesi Tzuru con la figlia Rie di sette mesi. Ci furono momenti bellissimi nella casa 19’1, e vi erano stati momenti belli, ma passabili, nella casa di Roma di Via Domenico Silveri, 3. La maestra di Nicola, Suor Anna, alla via di Roma, aveva aggiunto una “O”, Silverio: Anna era sempre speciale! Da Maria vivevo l’età del fulgore quando ancora la spiga svetta per poi reclinare il capo, ed ivi ricordai il compito affidatomi fin dalla prima elementare: “ogni giorno una pagina in bella...”. Vi tenni fede nel salotto buono azzurro. “Scrivi largo”, mi diceva la nonna, e Maria assentiva. Ella nella calligrafia staccava le lettere una ad una. Io ne ero ammirata. E scrivevo piano: ogni tanto mi aiutava Maria. Fu in questo che la maestra Stella Marzi in un compito sul gatto scrisse: “Brava la zia”. Il componimento era il seguente: “Ho un gatto bianco e nero e paffutello che quando lo prendo in collo, mi fa le Fusa”. Molto era di Maria, io avevo aggiunto solo “si chiama Paffino”. A scuola mi piaceva scrivere, ma sempre componimenti brevi, non so perché... E un di’ sognai ad occhi aperti di prendere un 9. Il tempo con Maria Grande era un tempo donato, insegnava sempre, inventava sempre nuove parole.
L’infanzia e la prima giovinezza trascorsero liete nella casa del 1901. poi vi ritornai con i miei diavolini per vivere serenità, semplicità, amore. Ci fu il censimento nel 1981, e il Comune dette la penna rossa a Maria. Ella me lo disse, ed io la ringraziai e guardai le scarpe, non so perché, di lei: erano come le campanelle. Non dissi nulla, ella andò in camera a cambiarsi. Maria e Guido parlavano tra loro, ma l’essenziale. Io vivevo ricompensata dei miei studi e dei miei sacrifici. I segreti venivano custoditi con semplicità, mai troppe parole. Mi ricordai di mamma Adele: “Puoi parlare con i miei fratelli in segreto, sono tombe”. Mi ero stupita, ma sapevo che era vero. ed Adele, prima che tornassi a vivere nella casa dei suoi cari...raccontò come sempre.
“Vedi, nell’orto ci sono ancora cinque pozzi, ma erano di più, perché nell’orto vi era una fornace. Quando hanno fatto le fondamenta per costruire la Chiesa, hanno trovato tanti treppiedi di coccio: servivano per mettere ad asciugare le ceramica e i vasi”. Ed io dissi: “Lo so”. “Il Casi Aladino ha trovato una conchina bellissima, che si è rotta nel tirarla fuori”, riflettei a voce alta io. Adele disse: “Quello della conchina è un segreto”, ed io: “Come il vaso Francois etrusco?”. Adelina non aggiunse altro. “Anche l’orto è un po’ un mistero”, aggiunse poi; “Come?”, feci io. Ed ella: “Vi sono degli scrittini”, ma non disse quali, solo aggiunse “Bisogna saper conservare i segreti dello scrivere”. Lei era brava a scrivere, in un Tema aveva preso 10, non 9 come sognavo io. Si mise a sedere sulle scale di pietra dell’Ortino, vicino alla carciofaia, e alle piante di mammole viola e bianche, e: “Stammi a sentire, i segreti non si devono dire”. Pensai molto in quel momento. “Allora, tu sai che ci sono delle terracotte invetriate?”, “Sì”, risposi, “i Della Robbia”. “Ebbene”, ella disse, “le terracotte invetriate sono un segreto!”. Ed io: “Ma se vi erano le botteghe con allievi e ce ne sono sparse su tutta la Toscana!”. Ella scosse la testa: “Vi fu un Della Robbia che non volle dire la formula magica, ma vera, reale, e mantenne il segreto. Ma quando stava per morire, glielo chiesero”. Ed io chiesi: “Giovanni...?”. Lei passò oltre. “Volevano sapere come fare tante belle raffigurazioni e statue...”, aggiunsi, “E allora il Della Robbia disse: <Ho costruito 10 statue, tutte belle, tutte differenti, il segreto è nella testa di una di quelle statue, l’ho scritto>, e morì”. Io, curiosa: “E allora...?” “Alcuni volevano rompere alcune teste per trovarlo: <così ne facciamo tante anche noi!”>, e alcune le ruppero, ma vennero fermati da chi nell’arte della scrittura vuol custodire quello che non si può dare, e non si dà, perché la folla lo disperderebbe: “Odi profanum vulgum et arceo”.
30 Gennaio 2010 Presentiamo la nuova raccolta di poesie di Maria Rossi
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