Note biografiche
Lia Burigana Colonnello è nata a Fontanafredda nel 1936, e risiede a Montereale Vercellina, in provincia di Pordenone. La sua lunga attività di insegnante ha lasciato il segno anche nella sua produzione letteraria: un segno estremamente positivo, in quanto ha impresso la caratteristica dell’approfondimento di ogni tema trattato e dell’abitudine a lanciare, attraverso gli scritti, messaggi utili personalmente e socialmente. Suoi scritti sono stati pubblicati su numerosi giornali a cui l’aveva inviati, soprattutto sul Gazzettino. Dopo aver vista pubblicata una sua lirica nel volume “Vajont, il respiro della memoria”, per il 35° anniversario del disastro del Vajont, ha preso coraggio ed ha iniziato a partecipare ai premi letterari, ottenendo più che lusinghieri risultati. Sue liriche sono, infatti, state premiate oppure inserite in prestigiose Antologie letterarie. Appassionata anche di fotografia, ha curato mostre fotografiche, partecipandovi personalmente, e vetrine in occasioni commemorative.
Note critiche
I suoi testi sono riflessioni, riferimenti, pensieri e conclusioni che hanno colpito la sua mente e il suo cuore: un insieme, quindi che, riproposto al lettore, lo spinge sul cammino dei buoni sentimenti, dei migliori propositi e dell’impegno in ogni occasione. Il suo profondo senso religioso la induce ad approfondire le tematiche spiritualistiche e a rivolgere ai suoi lettori, attraverso versi per lo più discorsivi e testi in prosa comunicativi, ammonimenti di carattere etico. Talvolta la sua scrittura si lascia trascinare dalle tante cose che si accavallano, dal bisogno di dire, di creare con i lettori una intensa comunicazione: il discorso si fa così complesso, molto articolato, da seguire con attenzione. Questa è caratteristica propria di chi scrive per dare messaggi ponderosi: è il caso, appunto, della produzione poetica e narrativa dell’autrice, che ha scelto un cammino letterario difficoltoso ed irto di insidie.
Letture
Incerta e tormentata, cerco di seguirti, Signore
Queste sono le parole scritte nel Duomo di Lubecca:
MI CHIAMATE IL REDENTORE E NON VI FATE REDIMERE. MI CHIAMATE LA LUCE E NON MI VEDETE. MI CHIAMATE LA VIA E NON MI SEGUITE. MI CHIAMATE LA VITA E NON MI DESIDERATE. MI CHIAMATE IL MAESTRO E NON MI CREDETE. MI CHIAMATE LA SAPIENZA E NON MI INTERROGATE. MI CHIAMATE IL SIGNORE E NON MI SERVITE. MI CHIAMATE L’ONNIPOTENTE E NON VI FIDATE DI ME.
SE UN GIORNO NON VI RICONOSCERÒ, NON VI MERAVIGLIATE.
Faccio anch’io come tutti gli altri, Signore. A volte, però, seguendo la spinta che mi viene dal cuore, cerco di fare quello che penso Tu voglia da me, ma mi trovo incerta nel passo, dubbiosa, impaurita di fronte alle prove, sgomenta di fronte agli errori, col cuore straziato anche perché non so mai quando è bene che mi allontani dai compagni di viaggio che Tu mi hai messo vicino. In un tempo lontano, mi hai dato la gioia d’avere un compagno e due figli, ma per loro ho dovuto lasciare la mamma, il papà e due care sorelle; e ci sono stati giorni in cui ho vissuto col cuore strappato, perché avrei voluto essere con gli uni e con gli altri, distanti tra loro. Qualche anno fa, con una poesia, mi hai guidato verso un uomo a me sconosciuto, che, proprio a me ha chiesto che lo ascoltassi soprattutto col cuore. Quell’uomo aveva ed ha ancora problemi forse troppo grandi per me. Gli sono stata vicina per quanto ho potuto, ma certo avrò fatto più sbagli di quel che dovevo. TU hai dato ad ognuno di noi una luce affinché non si perda la strada, ma quanto è difficile riuscire a trovarla! Insieme a questo particolare “scolaro” avrei voluto scoprire, attraverso le giuste domande, cosa volevi, perché ci avevi fatto incontrare, pur sapendo quanto eravamo diversi tra noi, perché hai voluto che camminassimo insieme per una via sconosciuta ad entrambi che dovrebbe portarci da TE e l’hai fatta passare: sentiero tra altri sentieri, come in un labirinto: tra ponti, burroni, montagne rocciose e acque impetuose, e mari e laghi, lasciando soltanto qualche facile tratto in pianura. Perché mai hai scelto proprio me a far da maestra, se non so guidare neppure me stessa? Non ho fatto che correre di qua e di là e, solo di rado, voltandomi, ho visto la strada brillare come fosse dorata ed è stato quello l’unico segno che Tu mi hai concesso per capire che, almeno fin là non avevo sbagliato, anche se la meta è talmente lontana che non riesco ancora a vederla. Non ho capito se vuoi servirti ancora di me, quasi «cieca», per aiutare quest’uomo che piange da solo e che ti porta ancora nel cuore anche se grida e bestemmia, anche se beve e si droga. Lo sa anche lui che sei Tu la Luce e la Vita, che sei Tu l’Amore che può ridargli la gioia e il calore, che la vita e molte persone gli han tolto quand’era ancora un bambino. Mi fermo un momento e spero che, intanto, Tu mi venga in aiuto. L’ONNIPOTENTE SEI TU ED IO MI FIDO DI TE.
Una confessione accorata, unita al desiderio di accostarsi sempre di più a Dio, e di avere da Lui la comprensione per le proprie scelte ed i propri sentimenti, è la base su cui la poetessa sviluppa una lunga lirica, caratterizzata dal tono discorsivo e dalla versificazione piuttosto dilatata. La richiesta di aiuto dell’autrice si fonde con le considerazioni prettamente religiose che si agitano in lei, e che la premessa, cioè le parole scritte sul Duomo di Lubecca, pare anticipare e spiegare. L’umano ed il divino sono, dunque, le due componenti inscindibili di questa poesia. Da “Antologia “Città di Salò 2008
Natale ancora
Prima di raccontare i miei ricordi di bambina, di maestra, di mamma… cito alcuni pensieri dello Scrittore Erri De Luca, riportati nel libro : “IN NOME DELLA MADRE” (Feltrinelli). Mi accontento di poche frasi relative ai pensieri di Maria, che diventano parole a Gesù: “Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il tuo corpo in acqua e sale… ho messo l’orecchio sul tuo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella t’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. Somigli a Josef… tuo padre in terra, che è un uomo coraggioso, tu gli somiglierai… Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome…Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all’alba. Poi entreranno e non sarai più mio. Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo. Possiamo fare a meno di loro, anche di tuo padre Josef che è il migliore degli uomini. Pensa: noi usciamo di qui all’alba del giorno e fuori non esiste nessuno, né città, né esseri umani. Pensa: noi siamo i soli al mondo. Che felicità sarebbe, nessun obbligo all’infuori di vivere. Finché dura la notte è così… Possa tu provare nostalgia di stanotte quando sarai nella loro assemblea, quando ti ascolteranno, possa tu guardare oltre la loro piazza, dove iniziano le piste… Abituati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio giardino….. Com’è che non hai pianto, com’è che non piangi? Non puoi, sei forse muto? Meglio sarebbe, saresti in salvo, si dà troppa importanza alle parole, succede che costringono all’esilio, alle prigioni o peggio. Portano peso eppure sono fiato…” Al tempo in cui ero bambina, le storie raccontate erano per tutti le stesse e Gesù Bambino era uno più magico e buono di noi che a Natale si ricordava di portare qualche dono a tutti i bambini del mondo. In attesa della sua nascita, in tutte le case veniva preparato il presepio che, anche nei tempi bui della guerra, abbiamo sempre fatto anche noi. Ricordo che, nei pomeriggi che precedevano il Natale, Sara, Titti ed io andavamo con le nostre ‘sporte’ per i prati, in cerca di muschio. Quando ci sembrava che la provvista fosse sufficiente, cominciavamo a preparare il nostro presepio in un angolo della stanza gelata (la sala), accanto alla cucina, l’unica riscaldata con la stufa a legna. Con ceppi e grossi sassi (le crode) costruivamo la grotta, nell’angolo ad est, ed era veramente un rifugio da poveri. La ricoprivamo col muschio e dentro disponevamo con cura le statuine di Maria e Giuseppe, l’asino e il bue. Il Bambino veniva deposto nella mangiatoia piena di paglia solo alla mezzanotte, quando le campane cominciavano a suonare e noi tre sorelline con un po’ d’aiuto della mamma e qualche parola del papà cantavamo una canzoncina molto conosciuta : “Stanotte a mezzanotte è nato un bel Bambino,/ bianco, rosso e tutto ricciolino./ Maria lavava, Giuseppe stendeva/ e il Bimbo piangeva per il freddo che aveva./ Sta’ zitto, mio figlio,/ che adesso ti piglio,/ pane non ho, ma latte ti do./ La neve sui monti cadeva dal cielo,/ Maria col suo velo, copriva Gesù….” La neve, in realtà, nel nostro presepio era già stata messa sotto forma di fiocchi di cotone. Spargevamo, in aggiunta, delle manciate di farina bianca da polenta. Comunque il presepio era suggestivo. C’erano alberelli sparsi, fatti con dei rametti, montagne fatte con sassi grossi, colline e prati coperti di muschio verde, strade di sassolini da percorrere per le statuine di pastori e povera gente (I Re Magi sarebbero stati collocati davanti alla grotta solo il sei gennaio) . Nella stanza facevamo buio, così la luce dei lumini bianchi disseminati tra il muschio creava un’atmosfera speciale, suscitata anche dalle nostre ombre che ondeggiavano sulle pareti. Dopo la canzoncina e le preghiere per tutti, si tornava nella cucina calda e si beveva una scodellina di “vin brullé”. Il papà, poi, con un ferro (rampin) toglieva i cerchi della stufa, introduceva dall’alto un grosso ceppo che non poteva passare per “la portella”. Quel ceppo doveva ardere per tutta la notte per riscaldare la stanza, nel caso si fossero trovati a passare anche per la nostra casa, infreddoliti, Maria e Giuseppe con il loro Bambino. Per una tradizione molto amata dai bambini, quella notte, in ogni casa, sarebbe passato il Bambino Gesù, lasciando a tutti qualche dono. Ricordo che, in uno dei molti Natali, mia sorella Sara ci aveva detto di aver visto entrare nella nostra cameretta proprio il Bambino Gesù, con la camicia bianca ed un lumino in mano. L’aveva visto deporre ai piedi dei nostri tre lettini i doni, che ogni anno erano uguali per noi tre sorelline. Io non ero mai riuscita a vederlo aggirarsi col buio per la casa, ma non provavo invidia per lei che era riuscita a percepire anche il lieve rumore dei suoi passi. I doni che ci lasciava andavano sempre bene. C’erano delle caramelle, un pezzetto di mandorlato, qualche frutto di stagione, un po’ di cioccolata e a volte, qualche indumento che poteva servirci. Non speravo in regali straordinari e mi pareva già molto bello che il Bambino fosse passato, senza dimenticarsi di lasciarci qualcosa. Ritenevo anche allora che era meglio che tutti avessero qualcosa, piuttosto che regali importanti per pochi e nulla agli altri. M’incantava, a quel tempo, la storia di Ricci Rossi, un bambino molto povero che desiderava un albero di Natale pieno di luci. Si era procurato un alberello dai rami scuri, ma non aveva lumini o fili di luci elettriche colorate, come quelle con cui decoravano l’albero di Natale, posto accanto al piccolo presepio, i miei due bambini: Chiara e Antonio. Avendo deciso di abbellirlo con i suoi bellissimi riccioli rossi, con la forbice se li era tagliati e aveva deposto le ciocche tra i rami. Ed ecco, come per incanto, i riccioli si erano incendiati e tutto l’albero scuro si era trasformato in una festa di luce, che era riuscita a donare un momento di gioia a quel bambino triste, povero e solo. Divenuta maestra, per molti anni, insieme ai miei scolari, ho preparato in classe un presepio simile a quello dei nostri anni infantili. Ogni bambino portava il suo contributo: muschio, sassolini, pezzi di roccia, sabbia, stecchi, paglia, la stella cometa, il cotone, la farina, stagnola per fare i laghetti e i corsi d’acqua, rametti, statuine varie, la cestina, le pecore, il bue, l’asino, e i personaggi più importanti, cioè Maria, Giuseppe, il Bambino, e infine il gruppetto dei tre Re Magi. Si lavorava, si leggevano pagine del Vangelo, si cantavano le canzoni che il Sacerdote (che allora ancora faceva settimanalmente un’ora di religione in tutte le classi) ci insegnava e intonava molto meglio di quanto io fossi in grado di fare…: “Prendiamoci per mano / formiamo un girotondo,/ in mezzo a noi vogliamo / ci sia tutto il mondo. / Insieme noi faremo / un mondo di bontà. Tu prendi la mia mano / e poi canta. /Sai che è bello vivere / quando la gioia negli occhi hai e la sai cantar. / Io stringo la tua mano / nella mano. / Grazie; quando sei con me, / tutta la vita per noi sarà / segno di bontà”. Nei libri ciclostilati, ogni insegnante scriveva coi suoi scolari il lavoro di classe e, tutti insieme, si riusciva a fare un bellissimo mosaico di pensieri, disegni, idee.. La tradizione fu messa a dura prova e finì per scomparire per le difficoltà create dall’insegnamento coi moduli e quelle derivanti dall’obbligo per gli scolari a scegliere se fare o no religione fin dalla prima elementare. A proposito dell’insegnamento della religione nella scuola elementare, vorrei far conoscere il pensiero del Presidente del Tribunale dei Minori di Firenze, Giampaolo Meucci, espresso in una delle tante lettere che ci scrisse tra il 1978 e il 1985, lettere già tutte pubblicate col suo permesso nei nostri numerosi libri scolastici ciclostilati: “… Penso alla follia di un Concordato che vuole la libera scelta dell’insegnamento religioso fin dalla scuola materna, a dimostrazione che nessuno, in realtà, si preoccupa dei bambini, ritenuti proprietà dei genitori... Si immagina il danno per i ragazzi quando nelle città verranno fuori le ideologie dei genitori e la conflittualità fra i genitori separati si proietterà anche sull’insegnamento della religione ai bamberottoli! Il gruppo dei bambini sarà diviso; ci sarà chi si sentirà diverso, chi dovrà scegliere fra maestra e genitori…” Vorrei continuare questo piccolo lavoro con altre testimonianze: Dal “GIORNALE DELL’ANIMA” di Papa Giovanni XXIII - 24 DICEMBRE : “Già è inoltrata la notte; le stelle chiare e lucenti brillano nella fredda atmosfera; voci chiassose e discordi giungono al mio orecchio dalla città: sono i gaudenti del mondo che ricordano con i bagordi la povertà del Salvatore, attorno a me dormono i miei compagni nelle loro camere ed io veglio ancora, pensando al mistero di Betlemme. Vieni, vieni Gesù, io ti attendo. Maria e Giuseppe, sentendo l’ora vicina, rifiutati dai cittadini, si danno alla campagna, in cerca di ricovero. Io sono un povero pastore, non ho che una miserabile stalla, una piccola mangiatoia, alcune poche paglie, offro tutto a voi, compiacetevi accettare questo povero tugurio. Affrettati, Gesù, eccoti il mio cuore; l’anima mia è povera e nuda di virtù, le paglie di tante mie imperfezioni ti pungeranno, ti faranno piangere; ma, o mio Signore, che vuoi? È tutto quel poco che ho…” Di Padre Davide Maria Turoldo, da “DI NOTTE, NEL DESERTO”: “Cosa abbiamo fatto, Signore, del tuo nome? Signore, questa è notte vera. Quando qualcuno pronuncia il tuo nome, tutta la terra dovrebbe fare silenzio, dovrebbero fermarsi gli astri, trattenere il respiro tutte le creature come quando nasce una vita, oppure ci troviamo davanti al dolore e alla morte. L’amore vero, l’amore profondo, il misterioso amore non ha parole, anche il Cristo è il silenzio vivo”. Ancora una poesia di Padre Davide Maria Turoldo (amico degli scolari di Grizzo e di noi insegnanti: Aldo, Lia, Violetta, Fernanda, Monica, Berta, Maria Grazia, Elide, Gabriella, Rosanna, Marisa, Danila, Emilia.…e dei tre Don: Gigi, Gino, Domenico, nostro corrispondente tra il 1978 e il 1992, anno della sua morte): “Coraggio per essere di tutti” “…Sposata hai una pena / di non sentire mai / dolcezza alcuna / che non sia di tutti… Ah, tu non puoi concederti / momentanee paci… / E il tuo sacerdozio / è un’oasi / ove essi hanno diritto / d’approdare / dalle loro fatiche…” Da: “Un presepio in ogni casa” di Papa Giovanni Paolo II(17-12-1978) “Fate un presepio in ogni casa, prendete esempio da San Francesco che fu capace, nella vita, di realizzare la poesia più sublime. La società contemporanea non è sempre, purtroppo, fautrice e messaggera di tali atteggiamenti, che vengono, talvolta, considerati addirittura, come debolezze o frustrazioni della personalità umana. Eppure, il Figlio di Dio, per venire incontro all’uomo, per camminare accanto a lui, per salvarlo, ha scelto l’assoluto svuotamento della propria personalità, la totale mancanza dei mezzi e degli strumenti umani, la lotta alla superbia e alla tracotanza. Il presepio è una scuola di semplicità, povertà, umiltà…” Vorrei aggiungere scritti di Papa Luciani, Franzoni, Masina, Paolo VI, Mazzolari… riportati nei libri ciclostilati. Siccome penso sia bene che non vada oltre il consentito, concludo con i racconti di due Natali di guerra. Da: “TESTIMONIANZA DI FEDE”, in “ULTIME LETTERE DA STALINGRADO”, scritte da soldati tedeschi assediati nella sacca di Stalingrado, nel dicembre 1942, partite con l’ultimo aereo per la Germania, mai recapitate alle famiglie. Sequestrate da Hitler, sono state ritrovate, dopo la fine della guerra, negli archivi dell’esercito. “In una baracca ancora quasi intatta, la sera prima della santa festa, undici camerati hanno festeggiato con me il Natale, raccolti in silenziosa devozione. Non era facile trovarli nel gregge dei disperati, dei dubbiosi, dei delusi, ma coloro che vennero a me lo fecero con cuore lieto e pronto a ricevere. Era una comunità ben strana quella che si raccolse per festeggiare la nascita del bambino Gesù. Ci sono tanti altari nel vasto mondo, ma questo era il più povero di tutti. Ieri c’erano ancora delle granate antiaeree nella cassetta; oggi, la mia mano l’ha drappeggiata con la giacca grigio - verde di un camerata. Ai miei ragazzi lessi dal Vangelo di S. Luca la storia del Natale e diedi loro, come sacro Sacrificio e Sacramento dell’altare, del pane nero e secco, come vero corpo di nostro Signore Gesù Cristo, ed invocai per loro grazia e misericordia. Non parlai del quinto comandamento. Gli uomini sedevano su sacchi e sgabelli e mi guardavano con grandi occhi sulle facce affamate. Erano tutti giovani. Uno solo aveva 51 anni….. Alla fine, ci siamo stretti la mano, scambiandoci gli indirizzi e la promessa che chi fosse uscito vivo dalla guerra sarebbe andato in cerca delle famiglie degli altri ed avrebbe raccontato come avevamo festeggiato la santa notte del 1942. Dio voglia stendere le sue mani su di voi, amati genitori, perché si fa sera ed è bene che ognuno riordini la propria casa. Noi entreremo nella sera e nella notte ben preparati, se il Signore dell’universo lo vuole. Ma noi non guardiamo in una notte senza fine. Noi rendiamo la nostra vita nelle mani di Dio. Voglia Egli usarci misericordia quando sarà giunta la nostra ora.” Da “L’amore è salvezza” di Karol Wojtyla, in “SEGNO DI CONTRADDIZIONE”: “In un campo di concentramento, morì nel 1941, Padre Massimiliano Kolbe. Tutti i prigionieri sapevano che era morto per sua libera scelta, offrendo la propria vita al posto di quella di un altro prigioniero, padre di famiglia . E, con questa rivelazione particolare dell’amore, è passato attraverso quell’inferno, sulla terra, il soffio di un’intrepida e indistruttibile bontà, una specie di senso di salvezza. Morì un uomo, ma l’umanità si salvò.”
19 Marzo 2009 Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Caro Andrea e Cari Tutti voi Ragazzi della Panchina per la lettera che mi avete mandato per Natale. E’ bellissima e tutte le iniziative che state realizzando danno l’idea delle vostre capacità e possibilità . Spero che l’entusiasmo dimostrato nelle attività di quest’anno che sta per finire sia con voi anche in futuro e possiate proseguire al meglio il cammino intrapreso. Sono contenta che il vostro portavoce sia stato il dottor Zamai, lui che, a quanto mi scriveva Franco fin dalle prime lettere, era stato l’unico medico a credere in voi e nel progetto della sede. Sono onorata che sia stato proprio lui, nei tempi in cui vi mancavano i soldi regionali per lo svolgimento delle vostre attività nella sede di via Grigoletti 11 , a chiedermi al telefono di scrivere una lettera da pubblicare sui giornali (cosa che ho fatto con molta incertezza sulle mie capacità ) che concorresse a sensibilizzare l’opinione pubblica sul vostro problema .Ogni tanto ci penso ancora e mi chiedo come mai abbia scelto me, di cui non so cosa sapesse . Come le lettere che mi avete spedito in altre occasioni, anche questa si conclude con pensieri che mi fanno piangere"....A te chiediamo una preghiera e un momento di consapevolezza". So che il "te" non è rivolto soltanto a me , ma ad ognuno di coloro a cui avete inviato la lettera . Io vi do la mia personale risposta . Non so se sia il pensiero di uno , due, molti o tutti . In certi casi di difficoltà si è portati ad addossare agli altri ed anche a Dio la responsabilità di tutti i dolori della propria vita , pensando forse più a bestemmiare che a pregare. Per me , invece, la preghiera ha un valore grande anche per chi non crede in nessuno , neanche in se stesso. Pregare è sperare il bene per gli altri e per sè , anche se è considerato un momento di debolezza che non si vuol ammettere . In realtà è forse uno dei pochi momenti in cui non si alzano barriere , ma si accetta di essere quelli che si è , con molte debolezze e molte difficoltà e ci si apre all’aiuto di chi ce lo può e vuol dare , coscienti che solo in un mondo di persone ‘disarmate’ può nascere comprensione , amicizia , ascolto , dono.
Voglio citarvi un pensiero di Erri De Luca , in "ALZAIA":
" ...Quando nell’ Eneide Virgilio scrive: "spes sibi quisque" ="Ognuno sia speranza a se stesso", esclude funi e soccorsi . E’ raccomandazione adatta ad un alpinista impegnato in una solitaria integrale . Nella parola TIKVA’ c’è invece il senso di essere legato a qualcuno e qualcosa che non lascia soli. Non sempre la speranza mostra la sua fibra di canapo ritorto, resistente. Però è bello sapere che essa ha quella tenacia d’origine. Voglio bene alla lingua che me l’ha insegnato."
(Erri è un lettore attento di scritture sacre e così scrive :"Sono la mia festa di lettore solitario e autodidatta di ebraico antico, lingua dell’ Antico Testamento")
Il mio ‘cielo di Natale’ è luccicante di stelle e di lacrime , che splendono tutte e chiedono con l’infinita speranza del cuore, dura come corda ritorta , che tra tutti noi possa esserci capacità di capirci, ascoltarci, aiutarci in modo pulito e chiaro , alla luce del sole e al calore dell’amore. Così scriveva la poetessa Emily Dichinson:
"Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano; se potrò alleviare il dolore di una vita, o placare una pena,o aiutare un pettirosso morente a rientrare nel suo nido , non avrò vissuto invano".
Auguri molti per la rappresentazione del 21 - 12 - 2001 a Vicenza, che sicuramente andrà benissimo . Non avete mai pensato di di scrivere e rappresentare da soli un testo teatrale ?Franco, che, nelle lettere, mi raccontava così bene la vita in carcere, se lo volesse,non potrebbe scrivere in modo straordinario la "commedia e a volte tragedia" delle vostre vite? Certo saprebbe trovare il tono giusto per comunicare con la gente, riuscendo non solo ad informare, ma anche a far capire e partecipare con commozione. Ed è proprio quando le "notizie" arrivano al cuore della gente che avviene la doppia trasformazione , che sconvolge le sicurezze , avviando il colloquio che porterà ad una reciproca conoscenza , comprensione, accoglienza , condivisione , sincero affetto , che potranno portare ad un mondo più attento e più buono . Tu poi, caro Andrea, che provieni da una famiglia col teatro nel sangue, credo che, oltre a brillante attore, sapresti sia scrivere il testo da rappresentare, che dirigerlo ! Perciò potreste avere altri importanti progetti per il futuro! E poi c’è la poesia e , per quel che ho notato nell’incontro dell’agosto scorso ad Andreis con Pino Roveredo (che, credo possa continuare ad essere vostra validissima guida ), quando ho letto gli scritti di Franco sembrava di sentire battere il cuore di chi era in ascolto. Sembrava - come aveva detto Giorgio - che là si fosse tutti amici e nessuno migliore o peggiore dell’altro. Si era là per capirci, volerci bene, aiutarci , così come sempre dovrebbe essere nel mondo soprattutto se si vuole che il Natale dia inizio ad un modo nuovo di vivere , con la speranza ( come avete scritto ) che il dì che comincia ad avere il sopravvento sulla notte, faccia diminuire il ‘buio’, in modo che la notte sia breve e tutti possano gioiosamente aspettare di vivere serenamente lunghi momenti di luce.Vi metto l’articolo di Alessandra Graziottin sul modo di "parlarci" per poterci capire. Credo che io e il vostro amico Franco , nella corrispondenza tra noi , così ci siamo parlati . Lia
MONTEREALE VALCELLINA DOMENICA 16 - 12 - 2001 ORE CINQUE
Lettera ai Ragazzi della Panchina (quelli che tentano con l'aiuto di medici e operatori di superare i problemi di alcool e droga), riportata in 'SOLE DELLA VITA' (pagine 198, 199) di Lia Burigana
16 aprile 2011
Riceviamo e pubblichiamo alcuni nuovi testi della nostra socia Lia Burigana Colonnello
A KAROL WOYTJLA
In questo tempo in cui la chiesa è scossa da scandali di tipo diverso, causati dai ‘rappresentanti di DIO’ che squalificano ingiustamente la ‘categoria’ al completo, penso a te, Karol Wojtyla, e al tuo pontificato vitale, che è riuscito ad avvicinare a Dio una moltitudine varia di persone di razze e religioni diverse. Mai ti sei lasciato imbrigliare e stritolare in schemi di vita cristiana, spesso di sola apparenza. In un ambiente che pretendeva un’esteriorità ‘impacchettata’, hai portato un soffio d’umanità e d’amore, di comprensione e d’affetto e d’una fede sincera e profonda, capace di resistere a ‘terremoti e cicloni, a maremoti e uragani’, luce per tutti nel buio. (come, in modi diversi, aveva fatto al suo tempo, il Papa Buono, a cui la mia mamma si rivogeva dicendo: Giovanni XXIII, prega per me) Ho nel cuore il ricordo di Te che, ogni volta che scendevi dalle scalette di tanti aerei per recarti in tanti luoghi del mondo, come non avevo mai visto fare da alcuno, anche quando già il corpo non era più agile e sano, sempre t’inginocchiavi a baciare ogni terra, così come, poi, avresti baciato e abbracciato ognuno di quelli che ti venivano intorno, dalle persone importanti a tutti i poveri e maltrattati del mondo, a tutti i malati , anche gravi… che, nel tuo abbraccio sentivano, unito, l’abbraccio di ogni Dio pregato con dolore, sperando sempre d’essere compresi e ascoltati, rasserenati e aiutati, confortati e guariti… Sorridevano tutti quelli che avevano ‘toccato la veste tua’, felici come fosse stata quella miracolosa di Cristo Gesù. Riservavi i baci, gli abbracci e i sorrisi più dolci ai poveri, agli infelici e a tutti i bambini, sia a quelli presentati da genitori fedeli che agli altri che, da soli, a volte, camminando ‘carponi’, silenziosi Ti raggiungevano e Ti giravano intorno senza paura d’essere da te calpestati o sgridati. Nessun luogo dove c’era la pace o la guerra è stata da te ignorata e sei riuscito ad avvicinare capi di Stati: democratici, ma anche dittatori e tiranni, senza fare mai differenze, quasi a sperare che saresti stato capace di far conoscere a ognuno di loro il tuo Dio, capace d’amore e perdono. Sembrava che Tu fossi certo che, dopo averti incontrato, migliore sarebbe stato per ognuno di loro il rapporto con gli altri e col Dio che ti ha ‘riconosciuto’ come figlio devoto e ti ha donato una lunga vita, anche se per una strada cosparsa di dolori, pesanti fatiche e il martirio d’una malattia invalidante ed atroce che hai sopportato e portato con un’incredibile forza d’animo e corpo. Non ti sei mai nascosto e ti sei presentato a tutti e ad ognuno senza vergogna d’un corpo in rovina, forte e ancora più forte perché sapevi che l’anima tua e il tuo coraggio avrebbero dato sostegno e forza a tutti quelli che nelle case e negli ospedali del mondo erano schiavi delle malattie atroci del corpo che fiaccavano lo spirito e l’anima. Ti ha riconosciuto come suo ambasciatore il tuo Dio quando ha fatto giungere sotto le finestre della stanza in cui, con dolore e fatica, ti avvicinavi all’incontro con Lui, una folla tristissima formata da genti venute da tutti i posti del mondo per mandarti piangendo un saluto e un abbraccio e per ringraziarti per essere andato in ogni luogo lontano e vicino a portare l’amore tuo e quello di Dio, a infondere forza e coraggio, a condividere le gioie e i dolori, ad abbracciare tutti ed ognuno, stringendoli al cuore con una dolce carezza. Ti ha riconosciuto il tuo Dio, facendo venire a portarti il saluto finale, insieme a tutti i capi di ogni stato del globo, la semplice gente di tutte le razze e i colori, di tutti i partiti, di ogni ceto sociale, anzi penso che i più poveri e soli, i malati, gli abbandonati, i maltrattati, gli sconfitti del mondo fossero nella grande piazza San Pietro presenti a migliaia e migliaia. Sopra la cassa in cui ti trovavi, era stato posato il Vangelo. Lo sfogliava il vento e forse qualcuno sarà riuscito a sentire ciò che diceva il Signore. Sei arrivato inaspettato alla soglia di Pietro, tu che, ancora studente, nell’amata Polonia, dominata, a guerra finita, dai Russi col regime comunista di allora, che proibiva le cerimonie sacre e chiudeva le chiese, per la festa della vostra sacra Madonna di Czestochowa, avendo il regime proibito la processione con l’immagine per voi sacra ed amata, con un ‘guizzo’ d’originale intelletto, Tu, a capo di tutti, hai innalzato la sola cornice, che per voi non era vuota, e con decisa disobbedienza al potere hai cantato con gli altri le vostre preghiere. Quando vi è stato impedito di frequentare la chiesa, con lo stesso ‘cipiglio’ hai, con gli altri, preparato una croce alta come una casa e, tutti insieme, l’avete piantata in un campo vuoto e là avete fatto la cerimonia negata. Tu sapevi che la vera chiesa è fatta in realtà solo di gente che prega.
NEL CUORE E NELL’ANIMA
Avevo scritto di getto una poesia felice...
... "Mai più la guerra… Non uccidere…" sempre in me Papa Vojtyla griderà a gran voce, con un sussurro o completamente afono, affacciato al balcone, per lunghi anni vigoroso ed ora malato e coraggioso. Inizio così il mio scritto perché sto ascoltando le notizie sul suo aggravamento (1 aprile 2005) e provo un profondo dolore. Moltissime per tutti le riflessioni sui suoi pensieri e sul suo modo di vivere il suo apostolato, aggrappato da sempre alla Croce di Cristo…Ognuno di noi ha un tempo per vivere e per dare testimonianza el suo passaggio sulla terra. Ad ognuno anche momenti di gioia profonda da conservare nel profondo del suo cuore e dell’anima… Vorrei comunicare e condividere coi lettori un momento di gioia particolare, risalente al 18 marzo 1999. Qualche giorno prima che si scatenasse in Serbia il finimondo, mi trovavo con mia sorella Titti a Caorle, sulla spiaggia del nostro splendido mare, senza sospettare minimamente che la gioia e la pace stavano per finire. La settimana era quella che là viene chiamata della ‘burrasca di San Giuseppe’. Mai visto un mare così! Scrosciava con onde ribollenti e le creste di schiuma formavano bianche collane nell’incontro con la spaggia. Battendo contro le rocce, si frantumavano in migliaia di gioielli di diamante... La spiaggia, quel giorno, era ondulata ed intatta fino al mare. Ci entrai e cominciai a camminare. Le orme che lasciavo sembravano quelle degli uomini che, per primi, avevano messo piede sulla luna. Con una gioia limpida e indescrivibile, nel vento furibondo, andai incontro al mare. La felicità che provavo era di persona senza età. Mi sentivo grande e bambina, come se il mare e la spiaggia fossero appena stati creati ed io li vedessi per la prima volta… Pochi giorni prima, avevo letto nel giornale locale che avrebbero ripreso i lavori per completare la diga di sbarramento del Cellina, a Montereale Valcellina, nostro paese. Scrissi per ricordare la bellezza del Cellina, prima dell’inizio dei lavori, nel 1985. Volevo fermare l’atmosfera speciale di quel luogo fresco e silenzioso, i momenti felici nel greto del torrente (dove Aldo, mio marito assieme all’amico Venio, aveva trovato importanti reperti archeologici) Quel progetto mi provocava grandi timori, anche perché avrebbe potuto succedere anche nei nostri paesi una tragedia come quella che aveva colpito la gente dei paesi intorno al Vajont il 9 ottobre 1963, alle 21.
Avevo scritto di getto una poesia felice... |