| Nicola Zambetti |
Note biografiche Nicola Zambetti, poeta e scrittore, nato a Bari il 14 settembre 1942, si dedica all’arte di scrivere sia in italiano che in vernacolo barese, opere poetiche e di narrativa, fin da giovanissima età. Inizialmente per hobby e per esternare le proprie emozioni agli altri; poi col tempo è diventato una necessità che lo aiuta a non pensare al suo handicap (la cecità) e a trasmettere le proprie emozioni sotto una nuova veste. Numerosi sono i riconoscimenti a lui attribuiti dai vari concorsi letterari dove lui ha partecipato sia come poeta (in italiano ed in vernacolo), che come scrittore (con racconti e novelle). Molte anche le sue pubblicazioni, tra cui: “Paesaggi umani”, e i recentissimi “Armonie” e “Penombra”.
Note critiche
Lettera aperta. Vivere al buio mi spaventa Ma non il buio inerente il mio handicap. Quello al quale, ormai, sono abituato e con il quale, da una vita ci convivo e che mi rende fiero di esserlo perché mi impedisce di vedere tutto il marcio che mi circonda e mi dà la facoltà di valutare il prossimo, non per il suo aspetto fisico ma per quello interiore. Quello che mi spaventa è il buio delle istituzioni e delle associazioni che non vedono o che fanno finta di non vedere. Associazioni che dovrebbero rappresentare anche i miei diritti insieme a quelli di tutti gli altri associati. Associazioni che si limitano invece, a dare il massimo risalto, ed è giusto che lo facciano, al raggiungimento di quei valori in campo sportivo o nella lotta ai nuovi diritti per la categoria ma che ignorano altri valori. Ignorano, come d’altronde anche le istituzioni, quei traguardi nel campo letterario che, uno "scrittore e poeta non vedente", riesce, fra mille difficoltà, a raggiungere. Scrivere, per il sottoscritto, è stato sempre una passione, una forza interiore alla quale non sa resistere e che lo costringe a farlo, in ogni ora del giorno o della notte ed in ogni luogo. Scrivo, a volte, per non pensare . "È nel dolore", scrissi qualche tempo fa, "che trovo la forza di scrivere". Oggi, passo tranquillamente dalla poesia alla narrativa e dalla narrativa alla poesia dialettale. Quest’ultima, nata quasi per gioco, mi sta dando anch’essa delle grandi soddisfazioni. Ma a volte mi chiedo: "Perché la mia città mi ignora? Perché la mia associazione non spreca neanche una virgola sulle conquiste di un non vedente?" È vero che ai vari premi letterari ai quali come autore partecipo ometto sempre di scrivere: "poeta e scrittore non vedente". Ma, questa mia omissione non è dovuta al fatto che mi vergogni di esserlo, al contrario mi consente di raggiungere quei risultati non per il mio handicap ma per un giusto merito. Nello scorso anno 2005, grandi traguardi per la narrativa e per la poesia mi sono arrivati dalle sedi delle U. I. C. di Ferrara (1° premio per la narrativa) e Reggio Emilia (3° premio per la poesia) nonché dalle città di Salò (3° premio per la narrativa) e La Spezia (3° premio per la poesia). Senza aggiungere le varie segnalazioni ed altri primi premi a Bari ed a Roma per la poesia dialettale. Ed eccomi, quest’anno, ancora al vertice di una cultura che, in beffa alle istituzioni, continua a darmi soddisfazioni. 1° premio a Pontedera per la poesia religiosa e, finalmente, 1° premio nella mia città per la poesia dialettale. Ma non è tutto. Grazie ad un "pazzo" come me, ad uno che ancora crede nelle "cazzate" che io scrivo, ad un altro sognatore, noto critico letterario, in pochi giorni i miei due volumi: "Penombra" ed "Armonie" pubblicati anni addietro sono entrati nelle case degli italiani all’estero acquistati, nelle seguenti città europee ed extra: Buenos Aires, Los Angeles, San Diego, Ottawa, Santiago, Oslo, Asmara, Nicosia, Zurigo. E, scusate se è poco. In fondo, non devo dire grazie a nessuno. Questa mia non vuole essere sindrome da protagonismo. Dal conto vostro non ritenete che dovreste tutelare i diritti di noi tutti "portatori di handicap" e che sia giunto il momento di sprecare, anche per un povero poeta e scrittore come me, qualche rigo sull’ultimo dei quotidiani locali? Non vogliatemene. Tutto questo è solo uno sfogo e grazie per il tempo che vi ho fatto perdere. Nicola Zambetti - Bari, 30 maggio 2006. Ho voluto iniziare le note critiche su questo autore “speciale” dalle sue parole, dalle espressioni di forte vigore critico, con cui comunica agli altri i motivi della sua passione per la scrittura, e le evoluzioni che ha subito la sua arte. Dico di lui “speciale”, non perché appartenga alla categoria dei non-vedenti, bensì perché il suo impegno, la sua passione, hanno una forza inusuale, che si comunica con estrema facilità a tutti i lettori, soprattutto a coloro che non lo conoscono e nulla sanno delle sue personali vicissitudini. E Zambetti è “speciale” anche perché ha saputo sviluppare uno “sguardo” interiore che ha sostituito la precarietà dei suoi occhi, con cui “guarda”, e non è una contraddizione, la vita che scorre all’esterno con estrema chiarezza e con la capacità di coglierne, senza esitazioni di sorta, il bene e il male. Le sue opere non sono, pertanto, scolastiche espressioni, di poesia o di prosa che siano, né, tanto meno, puri passatempi dilettantistici. L’autore barese ha ben chiaro il suo fine artistico e lo persegue tenacemente: denunciare le degenerazioni della nostra società e, allo stesso tempo, cantare la purezza dei sentimenti e l’eternità dell’amore universale. RecensioniI colori dell’uomo e del suo transito terrestre
“Esiste un pittore in grado di rappresentare in un quadro la specificità dell’essenza dell’uomo? Servirebbe un numero illimitato di tele per ogni essere umano esistente sulla terra, perché ognuno di essi avrebbe uno sfondo, una luce e delle sfumature differenti, componenti essenziali, questi, della propria singolarità. Diversi sono gli uomini, diversi sono i paesaggi che li circondano e ancora più personali le vicende che vivono e che li portano inevitabilmente a cambiare con il passare del tempo. In tal modo il libro Paesaggi umani di Nicola Zambetti, edito da Pensiero & Arte, con prefazione di Lello Spinelli, vuol mettere in risalto, attraverso la descrizione di spaccati di vita di alcuni personaggi, questa evidente specificità che, mostrandosi attraverso sentimenti e vissuti, dà forma alla diversità che ognuno porta con se. Con una penna morbida e fluida lo scrittore entra nell’anima dei suoi personaggi mostrando le loro debolezze e non solo. Rovista nella sofferenza di un marito dopo la perdita di sua moglie; scruta nella vuota esistenza di un giovane privo di speranza per il futuro; sbircia nella profonda paura di un uomo di invecchiare. Altre volte, però, Zambetti lascia al lettore la facoltà di emozionarsi e si limita solo alla narrazione di episodi che inevitabilmente muovono l’intimo essere di chi li legge. Non si rimane impassibili davanti alla straordinaria forza di una anziana signora dal passato turbolento, o di fronte alla gioia che il candore di un bambino può offrire al mondo degli adulti. Così come una persona ha una sua storia ed è questa che la rende speciale. L’autore dipinge con le parole l’essenza di singoli individui, utilizzando per ognuno diversi colori e cogliendone l’originale natura. “Ricordi di vita, di lotta, di gioia e dolore, cercando ogni giorno di fare i conti con le tante dicotomie esistenziali” parole dell’autore che racchiudono il senso che egli vuol dare al suo libro, scritto attraverso la poesia del passato, garante di quella musicalità che è possibile ritrovare all’interno delle sue pagine. Nonostante la specificità di ogni uomo, Zambetti non si esime dall’identificare all’interno dei protagonisti dei suoi dieci racconti quei tratti che accomunano gli uomini in quanto tali. Evidenzia così il significato di certi valori umani e sociali che, con il tempo, si stanno perdendo e che sono alla base dell’integrità morale dell’essere umano. Paesaggi umani, di questo scrittore barese non vedente, racchiude al suo interno la giusta chiave di lettura che consente di identificare ciascuno di noi nel suo spazio e nella sua dimensione, nei quali è possibile essere se stessi e vivere umori e sentimenti forti e, a volte, contrastanti che danno valore e personalità al ritratto della propria essenza.” Stefania Ferrante – in “Bari sera” Lunedì 5 - Martedì 6 Marzo2007 CHE SUD FA- LE POESIE DI POLI E ZAMBETTI NICOLA ZAMBETTI - Barese doc, 58 anni ci propone un libro di poesie, Penombra (70 pag., L. 15.000). In copertina confessa che Bari è “il mio primo grande amore” e scruta la città proponendo immagini e pensieri. Zambetti si sente “un'antica vedetta” e non gli sfugge niente e non solo a Bari, cui presto si aggiunge Taranto “su per il ponte girevole” che raccoglie la “Puglia terra assetata, accarezzata dal mare” e altri ricordi e sensazioni da Caserta “vestita da un manto regale” e dall'Umbria dove “la montagna vibrò lentamente”. Ma è il diario su Bari che si raccomanda. Ed ha ragione Vittorio Stagnanì quando nella prefazione afferma che “le poesie fotografiche di Zambetti sono state sviluppate nelle soluzioni dei suoi ricordi più dolci e disperati”.Pasquale Infante - Gazzetta del Mezzogiorno del 31/07/2000 - Cultura e Spettacoli.
Il premio assegnato al poeta Nicola Zambetti, autore di diverse pubblicazioni, è un significativo riconoscimento per la sua genuina vena poetica anche nel dialetto. “Di lui il critico letterario Lello Spinelli, nella prefazione ad un libro di poesia dell’autore barese scrive, tra l’altro quel che preme nella mente, nel cuore, nella fantasia di Nicola Zambetti è sempre e soltanto il bisogno di rappresentare la realtà delle cose, degli eventi, degli stessi ricordi col linguaggio delle immagini per significare il senso del nostro esistere nel mondo e nel sistema dell’immenso cosmo perché, in fondo, le strade della poesia possono essere infinite, imprevedibili e tutte possibili. Avviene così che in questi “Frammenti d’anima” assai spesso i versi trovino aperture improvvise e sconfinate di immagini e di metafore nella stessa visione pessimista e disperata nella quale domina il “buio” anche se, a fine lettura delle liriche raccolte in questo volume, il messaggio poetico dell’autore, riesce ad accendere nella coscienza una fiamma di veggenza, di speranza oltre che di verità. Analoga cosa avviene nella narrativa zambettiana (l’autore ha in corso di stampa il primo libro di racconti “Paesaggi umani”) nella quale l’artefice - e mi riferisco al termine sottolineato da Borges nelle sue “Lezioni americane” – nella creazione letteraria, ontologicamente unicum tra poesia e narrativa, conserva la medesima freschezza linguistica, spontanietà, accenti pessimisti ma anche di speranza, angoscia, dolore, amore, morte. Una poesia tersa, questa di Zambetti, anche se a volte l’autore indulge ai timbri e agli accenti di durata orchestrale e aperture di compiacenza ornamentale che nulla tolgono alla profonda vibrazione dei suoi stessi sentimenti espressi senza artifici…” Luana Martino Il poeta e scrittore barese ha ricevuto un riconoscimento per il racconto “Quando l’universo piange” Ancora un altro riconoscimento per il poeta – scrittore barese Nicola Zambetti al quale, proprio in questi ultimi giorni, è stato consegnato il primo premio per la poesia in vernacolo alla XIV edizione del Premio Nazionale di poesia, narrativa e teatro “Città di Bitetto” promossa dall’associazione culturale “Amici del Teatro”. La giuria, presieduta da Anna Gramigna e composta da Michele Lucatuorto, Giovanni Iacovelli, Vita Corallo ed Alessandro Lunare, ha assegnato i primi premi per le singole sezioni ad Annunziata Lionetti di Bitetto per la lirica Il volo (sezione poesia, inedita in lingua); alla scuola elementare “Principessa di Piemonte” di Bari exaequo con gli alunni Francesca Liantonio di Palo del Colle, Angelica la Rosa di Andria e Davide Fumai di Bari (sezione giovani – settore scuola); a Nicola Zambetti di Bari per la lirica La panzanédde (sezione poesia singola in vernacolo); Cesarina Giunstozzi di Macerata (sezione silloge poetica inedita); Rosa Spera di Barletta (sezione silloge oetica edita); Paolo Graffigna di Sestri Ponente- Genova per il racconto Il segreto del pendolo nero (sezione racconti editi); Francesco Occhiogrosso dì Bitetto per il racconto All’ombra del carrubo (sezione racconti inediti). Per la sezione “teatro” infine, il primo premio è stato assegnato al barese Emanuele Battista per l’opera Sfelàzze. La premiazione dei vincitori si è tenuta nell’auditorium del liceo scientifico “E. Amaldi” di Bitetto. Il significativo riconoscimento a Nicola Zambetti, poeta-scrittore non vedente che, in questi ultimi mesi ha ottenuto altri importanti premi, sottolinea, ancora una volta, le notevoli capacità di scrittura di questo autore barese che afferma di partecipare a numerosi concorsi nazionali ed internazionali di poesia e narrativa, senza mai specificare di essere un “non vedente” in quanto desidera che da parte della giuria venga giudicata unicamente la validità o meno della sua srittura e non considerato il suo handicap fisico. Ultimo riconoscimento, il premio ottenuto al concorso internazionale di poesia e narrativa “Città di Salò 2007” nella cui antologia, che raccoglie oltre 300 liriche di altrettanti autori italiani e stranieri, è pubblicata anche la sua lirica Marinaio che, come annota la stessa curatrice del volume Rina Gambini, “costituisce un omaggio alla donna che, in solitudine, attende il ritorno del proprio uomo” e lo fa con sobrietà e con una solidarietà umana davvero sincera. (“… La salsedine/ ha spaccato le tue mani/ già dilaniate dagli anni/ e le corde/ stagno segnando i tuoi polsi…”). Da segnalare ancora il IV premio ex – aequo (per la narrativa) al premio nazionale “Città di Pontedera” con il racconto Quando l’universo piange. Stefania Ferrante
LettureI giardinetti L’anziano signore stava seduto sulla panchina dei giardinetti di Piazza Garibaldi. Le spalle appoggiate alle traversine e, accanto a lui, un bastone bianco. Lo sguardo, ormai spento da sempre, era fisso in avanti verso l’ignoto. Le cime degli alberi che attorniavano la panchina accarezzavano, con la loro frescura, il suo corpo mentre un leggero venticello, scuotendo dolcemente i rami, inondava l’aria di quel tenue profumo di pini che ossigenava i polmoni aiutandolo, così, a respirare. Seduto, immobile, immerso nei suoi tanti pensieri, si godeva quella frescura di primo mattino, in cui i giardinetti erano immersi in un silenzio disturbato soltanto dal cinguettio degli uccellini che riempivano i rami dei pini. Un giovane, avvicinandosi alla panchina, gli si sedette accanto. Ormai abituato alla compagnia dei giovani che ogni mattina venivano a sedersi accanto, si girò un attimo verso di lui nel vano tentativo di lanciargli uno sguardo per poi rimanere impassibile. Il giovane lo fissò un attimo, restando in silenzio, poi abbozzò un breve saluto. “Ciao, nonno: come si va?” L’anziano, a cui era ormai familiare quell’appellativo da parte dei giovani, rispose con aria indifferente. “Non mi posso lamentare. Finché Dio vuole, si tira a campare”. Restarono, a lungo in silenzio, seduti l’uno accanto all’altro, a godersi quella frescura mattutina. Poi, il giovane riprese. “Non mi hai riconosciuto?” “E… come potrei?” Il giovane si voltò un attimo verso l’anziano e accarezzandogli dolcemente le spalle, continuò sorridendo. “No, devi scusarmi. Non volevo dir questo. Forse mi sono espresso male. So benissimo che non puoi vedermi. Volevo dirti: non riconosci la mia voce?” “Riconoscere la tua voce? Non è facile come sembrerebbe”. “Sono tanti” - riprese l’anziano - “i giovani che ogni mattina si vengono a sedere, accanto a me, su questa panchina”. “Loro” – continuò - “mi ascoltano ed io parlo, parlo, parlo e ammazzo, così, la mia eterna solitudine”. Ancora un attimo di silenzio, durante il quale il giovane continuava a guardare il suo vicino con ammirazione. Poi, riprese. “Sono Antonello. Antonello, il figlio di Caterina”. “Antonello, il figlio di Caterina?” Ripeté l’anziano, quasi volesse cercare, nella sua mente, la risposta a quell’enigma. “Devi scusarmi” riprese poi, scuotendo il capo. “Devi scusarmi ma non riesco a ricordare. Forse è l’età, forse sono i tanti pensieri che ormai affollano la mia mente, ma questo nome, così, al momento non mi dice niente. Se vuoi essere più preciso, forse mi farà piacere il ricordo di questa signora che, se ho ben capito, è tua madre”. A questo punto la voce del giovane si rattristò, quasi il ricordo del suo racconto aprisse una vecchia ferita. “Caterina” – riprese - “è stata per parecchi anni la donna che ti accudiva. Lei veniva quasi ogni giorno a rassettare la tua casa al quartiere ed a prepararti da mangiare”. “Questo” – continuò - “accadeva parecchi anni fa. Se ben ricordo devono essere passati oltre otto anni dall’ultima volta che è venuta a casa tua”. “Ah, ecco!” lo interruppe, subito, l’anziano signore. “Ora ricordo! Caterina, sì, proprio lei”. Si bloccò, quasi a cercare fra i ricordi, un volto, un’immagine. “Caterina, che brava donna!” Ancora un attimo di silenzio, poi riprese. “Ad esserti sincero, non mi sono mai spiegato il motivo per il quale, all’improvviso, quella donna, non è più venuta ad accudirmi. Io credo di averla trattata sempre bene e di averla rispettata. Per me, era più di una figlia. Poi, all’improvviso, è, per così dire, sparita”. “Sì” – continuò - “sparita. Senza nessuna spiegazione. Quasi fosse scomparsa”. Il giovane abbassò il capo e dal tono della sua voce era facile comprendere che aveva una gran voglia di piangere. “Hai detto la parola giusta: scomparsa. La mamma ormai sono quasi otto anni che mi ha lasciato”. “Cosa stai dicendo?” L’anziano, rivolse lo sguardo verso il giovane, restando in attesa che costui continuasse il suo racconto. Poi, riprese. “Cosa mi stai dicendo? Caterina non c’è più! No, non è possibile! Ma come è stato? Come è potuta accadere una simile disgrazia?” “Ti ricordi?” - riprese il giovane - “ti ricordi la storia di mio padre?” “Certamente” – continuò - “ la mamma ti avrà raccontato che venne sparato al quartiere, quando io e mio fratello eravamo ancora piccoli.” “Ero a conoscenza di tutta la storia” soggiunse l’anziano. “E so benissimo come e con quanti sacrifici, Caterina vi ha cresciuti, vi ha mandati a scuola, lavorando onestamente”. “Poi” – continuò - “era riuscita anche a sistemare, tuo fratello Matteo, come garzone in una macelleria del centro. Diceva di essere contenta di averlo tolto dal quartiere. Poi ripeteva che era una mano in più, una entrata in più che dava un po’ di sollievo dopo tanti e tanti sacrifici”. “Proprio Matteo! Proprio mio fratello!” riprese il giovane con amarezza. “Sì, proprio lui! Proprio lui è stato quello che le ha dato il colpo di grazia”. “Ma… cosa mi vai raccontando? Cosa mi stai dicendo? Matteo! Vorresti farmi intendere che tuo fratello è stato colui che avrebbe causato la morte di sua madre? E’ assurdo! Non posso credere! No, No! Non posso credere!” “Invece, è proprio così. E’ stato lui a dare a nostra madre il cosiddetto: colpo di grazia”. “Una mattina” - riprese poi il giovane, mentre l’anziano restava sbigottito in silenzio ad ascoltarlo. “Una mattina, il caro Matteo, ebbe l’infelice idea di voler vendicare nostro padre e, dopo aver sottratto un grosso coltello dal banco della macelleria, lo conficcò nel petto di quel malcapitato che, inconsapevole di quello che gli sarebbe accaduto, era entrato per fare acquisti”. Nel sentir ciò, l’anziano signore, si prese il capo fra le mani mormorando. “Madonna Santa. Povera donna! Povera donna! Che disgrazia, che disgrazia!” “Proprio così” concluse il giovane. “Proprio così. La mamma non ha retto alla notizia ed un infarto me la portata via”. “Che disgrazia, che disgrazia!” continuava a esclamare l’anziano. “Che disgrazia!” Restarono a lungo in silenzio con lo sguardo fisso nel nulla; ognuno assorto nei propri pensieri. Ad un tratto, ecco apparire all’orizzonte, una ragazza. Alta, snella, con dei lunghi capelli biondi sciolti a coprire un golfino rosso attillato e con dei jeans aderenti. Lo sguardo fisso in avanti, quasi volesse attirare l’attenzione del giovane. Ed ecco che, finalmente, i loro sguardi si incontrarono. Il giovane si alzò, sorridendo e, in silenzio si avviò lentamente verso quella apparizione. I due si strinsero in un forte e caloroso abbraccio. Poi, le labbra di lei, si incollarono sulle labbra del giovane in un bacio lungo ed appassionato. Ed ecco che all’improvviso, la mano della fanciulla si posa sul petto del giovane. Solo uno scatto e, la lunga lama, penetrò dritta nel petto. Immobile, l’anziano signore, restava in silenzio sulla sua panchina. Un gruppetto di ragazzini, scorrazzando fra i viali del giardinetto, passarono cantando dinanzi al vecchietto. Lentamente, il loro canto, si dileguò mentre i ragazzini si inoltrarono in una delle tante strade che costeggiano i giardinetti. Il silenzio ritornò a regnare fra quei viali interrotto soltanto dal cinguettio degli uccellini che si rincorreva da un ramo all’altro. Quasi una domanda. “Cosa è successo?” Quasi una risposta. “Non saprei!” L’anziano signore agitò lentamente le braccia, quasi volesse accertarsi di essere rimasto solo, poi prese il suo bastone bianco da sopra la panchina e lo agitò lentamente. Poi si alzò e si avviò verso l’uscita dei giardinetti. Camminava, a passo lento, con il bastone teso in avanti per proteggersi dagli ostacoli. Il suo passo era lento e deciso come di chi conosce a memoria la strada. Una strada ormai familiare, una strada che si ripeteva, sistematicamente, ogni giorno. Sempre la stessa. Sempre la stessa strada. Improvvisamente il bastone andò a sbattere contro la portiera di un taxi che era, fermo lì, all’uscita dei giardinetti. “Mi Scusi!” mormorò l’anziano, con voce sommessa, mentre cercava di aggirare quell’ostacolo che si era improvvisamente parato davanti. “Non si preoccupi” disse l’autista di quel mezzo che, uscito dalla sua vettura, gli andò incontro. “Non si preoccupi” continuò, posandogli dolcemente una mano sulle spalle. “Prego” riprese poi. “Prego, mi consenta di accompagnarla a casa !” “No, no! Non si disturbi!” soggiunse, subito, l’anziano con tono impacciato, cercando di ritrarsi in disparte. “Nessun disturbo!” continuò l’autista. “Mi creda. Nessun disturbo! Per me, e glielo dico con tutto il cuore, per me, accompagnarla è un vero piacere”. Detto ciò, posò nuovamente la mano sulle spalle dell’anziano signore quasi nell’atto di sospingerlo verso la vettura e, aperta la portiera, lo fece accomodare. “Mi creda” continuò sorridendo. “Nessun disturbo. Per me, accompagnarla è un vero piacere e, per la corsa, non mi deve niente”. “Omaggio della ditta!” concluse poi. Chiuse, entrambe le portiere, l’auto si avviò lentamente, lasciandosi alle spalle, i giardinetti con tutti i loro misteri, con tutti i loro segreti.
La riviera Le onde scivolavano lentamente fino a lambire dolcemente la riva per poi ritirarsi timidamente, quasi volessero scusarsi per averla bagnata. In quella torrida giornata di fine agosto la riviera brulicava di gente, Un uomo correva disperato lungo la passerella che costeggiava la riva. Tra le braccia aveva un bimbo di circa un anno e correva, correva. "Aurora! Aurora!" Gridava e correva, correva, passando di passerella in passerella, di spiaggia in spiaggia. Dagli ombrelloni azzurri a quelli rosa, a quelli verdi, a quelli gialli. E correva, correva senza mai fermarsi dinanzi a quella marea di ombrelloni che, di volta in volta, cambiava colore, o dinanzi a quella moltitudine di bagnanti che, indifferenti, nemmeno si accorgevano di lui. “Aurora! Aurora!” In braccio portava un bimbo che si era addormentato con la testolina sulle spalle e con le braccina attorno al collo di quell'uomo disperato che, correva, correva. "Aurora! Aurora!" Una stazione radio allietava i bagnanti mandando in onda brani musicali alternati di tanto in tanto da spot pubblicitari. Poi, si interruppe improvvisamente per dare notizie, consigli ed un annuncio: “Si è smarrita una bimba di circa cinque anni. Il suo nome è Aurora Galliani. Occhi azzurri e lunghi capelli biondi. Indossa un costumino azzurro. Chiunque la incontrasse è pregato di mettersi in contatto coi bagni numero settantacinque.” Mentre quell’uomo, correva, correva. “Aurora! Aurora!” Nell’indifferenza di quanti, distesi a godersi quello splendido sole d’agosto, continuavano a non accorgersi di lui, ad ignorarlo. “Aurora! Aurora!” Le onde scivolavano rapidamente fino a sbattere fragorosamente sulla riva, per poi ritrarsi velocemente quasi volessero fuggire spaventate. La stazione radio continuava ad allietare i bagnanti mandando in onda brani musicali, spot pubblicitari e messaggi. “Si avvisano gli addetti alla sicurezza sulle spiagge di prestare la massima attenzione”. Mentre l’uomo correva, correva. “Aurora! Aurora!” Lungo tutta la riviera i vari bagnini iniziarono a fischiare e ad agitare le braccia nel tentativo di attirare l’attenzione degli ultimi bagnanti per invitarli ad uscire dalle acque del mare. Mentre l’uomo, correva, correva. “Aurora! Aurora!” Le onde del mare s’ingrossavano sempre di più aumentando la loro corsa e la loro furia. La radio continuava, imperterrita, ad inondare messaggi. “Si avvisano gli addetti alla sicurezza su tutte le spiagge di ammainare le bandiere bianche e d’innalzare quelle rosse”. I bagnanti iniziarono lentamente ad abbandonare le spiagge mentre l’urlo improvviso della sirena di una ambulanza lacerava l’aria agghiacciando gli animi. Ad un tratto l’uomo si lasciò andare al suolo, quasi schiantandosi sulla passerella. Lo sguardo impietrito, fisso in avanti ad osservare la furia delle onde e le braccia sempre strette attorno al corpicino del bimbo che, ignaro di tutto, continuava a dormire con la testolina posata sulle spalle e le braccina attorno al collo di quell’uomo, ormai rassegnato, che restava immobile. Poco distante, Maurizio, l’addetto ai bagni numero centocinque, stava fermo, lungo la riva. Distesa, ai suoi piedi, una bimba. Supina, sulla sabbia, con lo sguardo rivolto al mare. Gli occhi chiusi ed il volto sorridente sembrava che stesse dormendo. Indossava un costumino azzurro ed aveva dei lunghi capelli biondi sciolti sulle piccole spalle. Lentamente la riviera si andava svuotando da quella gente che nemmeno si era accorta di tutto quello che la era avvenuto mentre le onde scivolavano lentamente fino ad accarezzare quel volto di bimba, per poi ritirarsi silenziosamente quasi a voler rispettare quel dolore.
Lago di Garda La macchina andava, lentamente, lungo la strada che costeggiava la riva del lago. Le acque azzurre scintillavano, sotto i raggi del sole, in quella splendida giornata d’agosto facendo capolino fra il verde degli alberi, quasi volessero gareggiare, nel loro splendore, con quell’immensa marea di verde che si rispecchiava in esse mentre all’orizzonte si stagliavano, quasi emergessero dalle acque, le armoniose montagne del Lombardo Veneto. L’auto continuava, nel suo lento avanzare, fra quei viali, fra quella moltitudine di gente che, estasiata dal paesaggio, passeggiava lentamente. Il guidatore, non riuscendo a distogliere lo sguardo da tutto quello che lo circondava, fermò per un attimo la macchina per assaporare, anch’egli, tutto quello splendore che si presentava ai suoi occhi… Era uno spettacolo meraviglioso. Il lago sembrava scintillare sotto i raggi del sole, le acque azzurre, sembravano tanti brillantini che si rincorrevano all’infinito mentre, gli alberi, si rispecchiavano in esse lasciandosi cullare. Poco distanti dalla riva, un gruppo di cigni si pavoneggiava. I loro lunghi colli oscillavano dolcemente quasi coinvolti in una danza. Più in là, alcune papere starnazzavano facendo un gran baccano. “Qua, qua, qua”. “Ecco. Adesso stanno correndo verso la riva. Ci sono alcuni bambini che stanno dando loro da mangiare”. Una bimba, uscì fuori dalla vettura e corse via. Si fermò un attimo davanti ad una bancarella che era lì, poco distante. Comprò una bustina di granturco e continuò la sua corsa verso la riva del lago. D’un tratto si fermò, quasi spaventata, lasciando cadere alcuni chicchi sul selciato. Un gruppo di papere corse starnazzando verso di lei fermandosi ai suoi piedi. “Qua, qua, qua”. La bimba si bloccò, sbigottita, rimanendo immobile con la manina alzata. Poi sorrise e lasciò cadere il resto dei chicchi sul selciato facendo una piroetta. Rimase ancora qualche attimo incantata a guardare quelle creature che le giravano attorno beccando ai suoi piedi. Si chinò ad accarezzarne una, e corse via salutandole con la manina. “Qua, qua, qua”. Le ochette starnazzarono quasi in risposta a quel saluto. L’auto riprese nel suo lento andare. Raggiunta la periferia di Peschiera svoltò verso la strada per Riva del Garda. Solo qualche attimo di assoluto silenzio, poi, un gran frastuono di suoni e di rumori riecheggiò nell’aria. Si stava passando da Gardaland, paradiso di grandi e piccini, un meraviglioso regno della fantasia. Una dolce armonia riempiva l’aria. Cori, canti, musiche dolcissime riecheggiavano tutt’intorno. Sembrava come essere ritornati nuovamente nel mondo delle “Mille e una notte”. Ancora pochi attimi di frastuono poi, più niente. L’auto continuava nella sua corsa lungo quella strada, fra il verde degli alberi che, di tanto in tanto, apparivano all’orizzonte per poi scomparire dietro di essa. Accompagnato da un tenue venticello, il sole accarezzava le cime degli alberi e si rinfrangeva su quella catena di monti che, all’orizzonte, si rispecchiava fra le tante sfumature di quelle rocce. Un tunnel offuscò improvvisamente quello spettacolo. Una lunga fila di alberi massicci costeggiava la strada da entrambe le parti. Le loro cime, altissime, si ricongiungevano alla sommità di esse mentre un leggero venticello, accarezzando quei rami, lasciava diffondere tutto il loro profumo. La macchina continuò, ancora per qualche attimo nella sua lunga corsa, per poi fermarsi nei pressi di una pineta. Tre individui: un uomo, una donna ed una bimba lasciarono la vettura e si addentrarono lentamente fra quegli alberi. Ed ecco, nuovamente, il lago risplendere in tutto il suo splendore. Il sole, ormai non più alto all’orizzonte, si rispecchiava in quelle acque limpide e illuminava quei monti che sembravano emergere da esse. Poco più in là si poteva ammirare la città di Sirmione che si rispecchiava nelle acque del lago. I suoi vicoli, dal caratteristico profumo di fiori, erano colmi di gente che passeggiava ed ammirava le tante vetrine illuminate. Il sole continuava a discendere lentamente fino a lasciarsi cullare dalle acque per poi scomparire tuffandosi in esse mentre, un leggero venticello, accarezzava gli alberi che sembravano sorridere a quel meraviglioso tramonto d’estate. Una leggera coltre grigia, emergendo dalle acque, incominciò ad arrampicarsi lentamente lungo le rocce. Il vento, quasi impazzito, cambiò rapidamente direzione sferzando i rami degli alberi che sembravano piangere mentre, i monti, scomparivano all’orizzonte quasi inghiottiti da quella fitta nebbia. Le acque del lago iniziarono a fibrillare lentamente poi, come in una gigantesca pentola, si gonfiarono quasi volessero straripare. Terrorizzati, i tre corsero via verso la macchina. L’auto correva lungo quella strada deserta e sotto quel viale alberato. Il vento, impetuoso, sferzava i rami spezzandoli mentre la macchina continuava a correre, a correre, nel suo lungo andare, investita dai rami che cadevano colpendola da tutte le parti: sul cofano, sul tetto, sui vetri delle portiere. Il cielo, improvvisamente, si illuminò di una intensa luce azzurra seguita da un fragore assordante che si ripercuoteva fino a riecheggiare sulle rocce dei monti. L’auto continuava a correre, a correre. Lo spettro di Gardaland apparve all’orizzonte. Una miriade di luci nel silenzio di una serata interrotta soltanto dal fragore incessante dei tuoni. L’auto correva, correva, finchè, raggiunta la periferia di Peschiera, si diresse verso l’albergo dove, finalmente, sarebbe terminata la sua corsa. Una pioggia torrenziale iniziò a cadere, mentre i tre, aperte le portiere della vettura, scesero rapidamente senza però riuscire ad evitare di infracidirsi sotto quel diluviare. Terrorizzati, raggiunsero la loro stanza d’albergo. Stravolti in volto ma con l’animo sereno. Il mattino li risvegliò in una splendida giornata d’agosto. Un sole malato risplendeva illuminando quella stanza. Un televisore acceso inondava immagini di una nottata da incubo mentre, una radio locale, annunciava. “Una perturbazione di notevole intensità si è abbattuta lungo le rive del Garda”. “Piogge, lampi e tuoni hanno investito tutta la zona. Una grandinata, con chicchi delle dimensioni di una noce,ha interessato gran parte della riviera. Il raccolto nei campi, da Sirmione a Peschiera ed a Desenzano, è andato interamente distrutto”. La macchina andava, lentamente, lungo la strada che costeggia la riva del lago. Le acque azzurre scintillavano, sotto i raggi del sole, in quella splendida giornata d’agosto mentre, all’orizzonte si rispecchiavano, lasciandosi cullare, le armoniose montagne del Lombardo Veneto. Gli alberi, massacrati dalle intemperie, sembravano tanti naufraghi appena scampati da un uragano mentre, dei rami spezzati, galleggiavano sulle acque lasciandosi trasportare, dolcemente, verso la riva. Le strade erano ancora deserte, solo alcune papere vagabondavano solitarie per le strade e nei vicoli. “Qua, qua, qua!” Piccole creature spaventate, naufraghe anch’esse, alla ricerca di cibo.
Le ciabatte Un’auto si ferma dinnanzi all'ingresso della clinica ortopedica. Lo sportello si apre ed una bimba sgattaiola via, salendo rapidamente le scale esterne all'edificio. "Roberta", dice Sara, rivolgendosi a sua figlia. "Corri dietro a tua sorella: dovesse cadere e farsi male". La ragazza esce, anche lei, dall'auto e corre via chiamando, a gran voce, la sorella. "Anna, dove corri? Aspettami!" Senza darle ascolto, la bimba corre via lungo il corridoio e, poi, sale, tutto d'un fiato le rampe di scale che portano al terzo piano della clinica. "Anna, aspettami!" Continua, a gridare la ragazza, nel vano tentativo di raggiungerla. "Anna..." Ma tutto è inutile perchè, nel frattempo, la bimba è gia arrivata nella stanza dove duo fratello giace in un letto da alcune settimane. "Ciao!" Esclama, Luciano, vedendola arrivare e le accarezza il capo: sorridendo. La bimba lo fissa a lungo in silenzio. Ha negli occhi uno sguardo intenso di chi è ferma nelle sue decisioni. Poi, si inchina ai piedi del letto del fratello e raccoglie le ciabatte che stavano lì, accantonate. "Mettitele!" Dice mostrandogliele. "Mettitele e andiamo a casa!" Luciano la guarda e sorride. In quel momento le due donne entrano nella stanza. "Anna, cosa fai?" Proferisce Sara, rimproverando la bimba. "Sai bene", continua, "che Luciano non può venire a casa. Dovrà stare ancora qualche giorno in clinica per rimettersi ben bene ". La bimba guarda sua madre, con sguardo indignato e, poi, fugge via. "Roberta, valle dietro! Bloccala, dovesse farsi male". La ragazza corre dietro alla bimba che, nel frattempo, ha già raggiunto l'auto e che, infilatasi dentro, chiude violentemente lo sportello. Rientrata a casa, la piccola Anna, corre in silenzio a rinchiudersi nella sua stanza. Roberta le corre subito dietro. Apre l'uscio della stanzetta ma viene subito investita dal lancio delle ciabattine della sorella che, indignata, le sbatte nuovamente l'uscio.
Quando l’universo piange Chiuso l’uscio di casa i due si affrettarono ad entrare in ascensore e, pochi istanti dopo, erano già in strada. “Cerca di allungare il passo,”-disse la donna”-altrimenti rischiamo di far tardi in ufficio”. In quel mentre una giovane ed un bambino li raggiunse. “Papà”-disse la giovane-“potresti prestarmi il tuo cellulare perché ho perso il mio?” E, senza aspettare risposta, si infilò nel portone in compagnia del bimbo. Per un attimo i due si guardarono in silenzio, quasi perplessi. “Ma… io non posseggo un cellulare”-disse l’uomo. “L’unico è il tuo e lo porti sempre in borsa”. “Vai, vai a vedere cosa vuole”- lo incitò la donna - “ma cerca di far presto altrimenti rischiamo veramente di arrivare in ritardo in ufficio. Io ne approfitto per fumarmi una sigaretta in santa pace”. A questo punto l’uomo si affrettò a raggiungere i due che, nel frattempo, erano già dietro l’uscio di casa. “Non abbiamo più nulla!” disse la giovane donna entrando in casa. “Domenica ci hanno portato via tutto. Non abbiamo più nulla!” Poi si sedette su di una sedia e posò il gomito sul tavolo appoggiando la guancia sulla mano sinistra e lasciando cadere l’altra sulle ginocchia. “Non abbiamo più nulla!” – replicò ancora una volta rimanendo poi in silenzio. Il bimbo incominciò a gironzolare per la stanza, avvicinandosi ora alla dispensa, ora al figorifero, ora ai vari cassetti. Uno sguardo all’uomo quasi per una tacita domanda: “Posso?” Un breve sorriso ed un cenno del capo da parte di quest’ultimo furono sufficienti per incoraggiarlo a continuare nella sua ricerca. Il bimbo iniziò a tirar fuori dai vari scomparti alcune buste di plastica vuote posandole sul tavolo, accanto alle braccia della madre. “Servono,”-disse ad un tratto, guardando l’uomo,-“per raccogliere le poche cose che ci sono rimaste”. “Aspetta! Aspetta che ti trovo delle buste migliori”. “Perché, queste non sono buone?”-disse il bimbo, aprendone una con entrambe le manine e lanciandovi dentro un breve sguardo. “Queste non sono buone?” Continuò, poi, guardando l’uomo che sorrise. Riprese, così, la sua ricerca. Dal frigorifero prese quattro mandarini che mise accuratamente al centro del tavolo e parlando quasi con se stesso disse: “Uno per me, uno per mamma, uno per papà ed uno per il fratellino”. Poi rifece lo stesso tragitto ritornando con quattro pomodori. “Uno, due, tre e quattro”. Ed ancora con quattro sottilette. Ed ancora con quattro michette. In quel momento l’uscio si aprì ed entrò la donna con aria indispettita. Stava quasi per dire: “Ma insomma! Volete spicciarvi che rischiamo di far tardi in ufficio?” Ma non fece in tempo ad aprir bocca. Il bimbo, come la vide, le corse incontro e, cercando di abbracciarla con le sue braccine, le posò il capo sul seno e disse: “Siamo diventati poveri! Non abbiamo più niente. Siamo diventati poveri!” E si lasciò andare in un pianto dirotto. “Non preoccuparti!” disse la donna, accarezzandole il capo. “Non preoccuparti!” concluse, poi, guardandosi attorno. A quel punto la giovane donna si prese il capo fra entrambe le mani e si lasciò andare in un pianto incessante e silenzioso. Lo sguardo della donna si incrociò con quello dell’uomo. I due rimasero a lungo in silenzio. Gli sguardi impietriti. L’uno di fronte all’altra con gli occhi fissi nel buio. In quel momento capirono che quando un bimbo piange è come se l’intero universo piangesse con lui.
27 febbraio 2009 La nuova raccolta poetica di Nicola Zambetti, in vernacolo barese.
8 luglio 2010 Presentiamo la copertina della nuova raccolta poetica di Nicola Zambetti: "Frammenti d'anima".
23 Febbraio 2012 Una nuova recensione di Maria Rizzi
|



