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  • Giuliano Montagna Guareschi Stampa E-mail
    domenica 03 febbraio 2008
    Note biografiche  

     

    Giuliano Montagna nasce a Parma nel 1933: è figlio naturale di un giovane giornalista, Giovanni Guareschi, che di lì a qualche anno diventerà famoso. Cresce col desiderio di incontrare il padre, ed intesse con lui un rapporto di silenzioso, ma profondo affetto, tanto da essere spinto dal desiderio di emularne la professione giornalistica. Avversato sia dalla madre, che dal padre che ritiene quel mestiere infido e pieno di inganni, decide di proseguire per la sua strada e parte per l’Australia, dove, dopo aver lavorato qualche tempo in un pastificio, ad Adelaide, trasferitosi a Sydney inizia il lavoro di giornalista nel quotidiano di lingua italiana, “La Fiamma”, e ne diviene prestigioso direttore, grazie alle sue innate doti di scrittore. La sua Parma gli resta nel cuore, e nel 2002 decide di farvi definitivamente rientro, pur recandosi spesso a Sydney, dove ancora lo attendono amici carissimi e l’amore del suo pubblico, che sempre ricorda il suo grande impegno giornalistico. Ha raccontato la sua storia, in cui il riferimento costante al padre testimonia il forte legame tra i due, nonostante le traversie famigliari, in un bellissimo libro “Mio padre Giovannino Guareschi”, che ha vinto il Premio “Mario Soldati”, per la sezione Giornalismo e Critica, nel 2004.

    Il brano riportato in queste pagine rievoca con un pathos intenso, ma con estrema sobrietà, il momento del distacco dall’Italia.

    Image 

    Note critiche  

    Lo scrittore professionista si manifesta subito al lettore, fin dalle prime battute dei suoi testi: asciutto, sobrio, sempre appropriato all’argomento trattato, chiaro e vigoroso, coinvolgente. Doti che si acquisiscono con la lunga pratica della scrittura, ed in particolare con il giornalismo, che mette lo scrittore a diretto e quotidiano contatto con il pubblico, al quale deve raccontare con immediatezza, in modo da appassionarlo. Che Giuliano Montagna Guareschi sia un abilissimo giornalista e scrittore, lo testimonia la sua brillante carriera e, se non bastasse, la piacevolezza dei suoi scritti. Quello che mette di personale nei suoi racconti è la sottile ironia con cui affronta tutte le cose, che non irride mai, ben inteso, ma riveste di un sorriso, molto spesso amaro, sempre, però, pieno di grande umanità. E quando racconta la sua storia, le sofferenze di un ragazzo e di un uomo che ha cercato costantemente il reciproco rispetto con un grande padre, lo fa con sobrietà, senza risentimento verso nessuno, se mai con la limpida visione che spesso la vita prende strane direzioni, e che sta all’individuo trarne insegnamenti e stimoli a realizzare il meglio di se stesso. E la ricchezza del suo mondo interiore, i valori che hanno improntato la sua vita, emergono con prepotenza da un contesto autobiografico, ma mai elogiativo.

     
    Letture

     

    Il Viaggio

     

               Il mio viaggio oltreoceano inizia nel dicembre del 1961, quando arriva il visto dall’ambasciata australiana, preceduto da tante lettere di Efrem, che prova a raccontarmi il mondo che troverò. E lo fa così dettagliatamente, che quasi immagino di avere in mente un film dei luoghi che mi aspettano.
    Nell’entrata di casa il baule è aperto. Cose da aggiungere quotidianamente. Preparativi “bagnati” dalle lacrime di mia madre. I giorni di dicembre, che anticipavano le feste, precedevano anche le nostre angosce più grandi. Fingevo di non accorgermene.
    Minardi mi avvisava di una visita prossima di mio padre. Una sera arriva a casa mia. Mi dà dei soldi per il viaggio, ma anche in quest’occasione mi ripete: «Fai un errore. Non so più come farti cambiare idea».
    Quest’ultimo incontro è stato il più importante della mia vita. Me ne sono reso conto solo con il passare del tempo. Il silenzio di mia madre, le parole che non esprimono le nostre vere emozioni... Segretamente speravo di essere trattenuto. Dopo ne fui certo. Lo sguardo commosso dell’ultimo istante nasconde  e svela tutto ciò che non riuscimmo a dirci.
    Solo mio padre avrebbe potuto trattenermi. 
    Gli chiedo, per la prima volta, se l’avermi portato i soldi per il viaggio non volesse significare per lui che, invece di un figlio, stava partendo una presenza scomoda. Non mi risponde. Neppure una battuta. Sono certo che al suo posto avrei fatto altrettanto.
    Siamo capaci di esprimere i sentimenti solo sulla carta.
    Lui, ha addirittura assegnato per pudore nomi di fantasia alla moglie e ai figli, trasformati in personaggi delle sue cronache di famiglia.
    Per non dovergli dire addio, chiedo a Giancarla di incontrarlo per me di tanto in tanto e di mandarmi sue notizie per lettera. È l’unico modo per non dover dire addio anche alle speranze celate nel fondo del mio cuore dal giorno in cui sono nato e che avrebbero accompagnato ogni mio giorno in Australia.
    Sono partito da Genova ai primi di gennaio, quasi come un ladro. Avevo ancora davanti agli occhi la disperazione di mia madre, e viva l’angoscia di quando avevo chiuso alle spalle la porta di casa. Nella desolata sala d’aspetto della stazione di Parma, mi chiedevo se stavo facendo la cosa giusta, se mia madre meritava questo ultimo dispiacere di una vita infelice. I ripensamenti erano inutili.
    Due zii mi accompagnarono a Genova, cercando senza molto successo di tenermi su il morale.
    Dalla banchina, la nave sembra un grattacielo. Interpreto subito la scritta «Sydney» sulla prora come un buon auspicio. E ne avevo bisogno per quella lunga traversata. Sono sempre stato un animale di terra e gli unici natanti conosciuti erano le barchette nel laghetto del giardino pubblico di Parma.
    Lascio gli zii e tutto il resto dietro di me.
    I volti e i ricordi si confondono sulla banchina, diventano sempre più piccoli. Solo le stelle filanti lanciate illudono di un’ultima connessione della nave alla terraferma.
    Una tragedia, lasciare a terra vent’anni della propria vita, ma stavo inseguendo ciò che non avevo trovato a casa mia. E una ragione di luce sulla mia affannosa linea d’ombra.
    Anche se migrare non è facile, in giro per il mondo ho incontrato migliaia di persone in cerca di se stessi. In fondo si emigra per tre ragioni: per fame, per sogni o per dimenticare. Non so se stavo rincorrendo un desiderio o fuggendolo. 
    Partita la nave, incomincio a sentirmi meglio, come se il passato fosse rimasto a terra. Ciò mi conforta, e mi inquieta.
    A bordo, centinaia di emigranti che vanno per la prima volta o che tornano in Australia.
    I miei compagni di cabina guardano anch’essi al nuovo continente come degli assetati ad un’oasi.
    L’avventura del nostro viaggio inizia cercando ognuno nello sguardo dell’altro la conferma che il passo è giusto.
    Chi ritorna fa il “maestro”, spiega i “misteri” dell’Australia a chi inizia l’avventura. Mi rendo conto benissimo che raccontano balle, a cui bisogna credere per sperare in una vita diversa. Un mio compagno di cabina (di quattro), mi mostra il suo “passaporto” per la ricchezza: un valigione pieno di interruttori per la luce. In Australia non ci sono, mi dice: non hanno ancora inventato quelli a muro, esistono solo quelli al soffitto con la corda.
    Mi sento un privilegiato. Ho in tasca il contratto, so dove vado e quanto guadagnerò. Inoltre Efrem mi ha trovato un posto nella sua pensione. Parlano italiano, è gestita da una famiglia veneta.
    Il viaggio dura trentadue giorni. A bordo, il governo australiano organizza per gli emigranti lezioni gratuite di inglese. Aggiunge qualche parola alle poche che già so.
    L’incontro con gli australiani avviene a Fremantle, il primo scalo dopo due settimane nell’Oceano Indiano. Salgono a bordo i funzionari dell’Immigrazione per il controllo di passaporti e visti. Prima di ridarceli, li passano a un altro tavolo dove siedono funzionari di banca, che trascrivono il nostro nome su libretti con la copertina di tela simili ai passaporti. Libretti di deposito di una grande banca. Il conto non è vuoto: c’è una sterlina. Gli interpreti ci dicono: «La sterlina è un seme: spetta a voi farlo crescere».
    Questa è l’Australia, penso. Comincia a piacermi.
    Scendo dalla nave per il primo contatto con Terra Australis. È il 3 febbraio, piena estate. La città-porto di Fremantle sembra una fornace disabitata per il caldo e per l’aria di festa. È sabato, e scopro per la prima volta cosa vuol dire week-end. Eccezionalmente è aperto l’ufficio postale, per consentire agli arrivati di acquistare i francobolli e spedire le lettere scritte durante le settimane trascorse sulla nave. Anch’io scrivo a mia madre e a Minardi, con preghiera di trasmetterle a mio padre. Non me la sento di scrivergli a Roncole. Sarebbe come se violassi il pudore di mio padre.
    Da Fremantle arrivo a Melbourne dopo giorni di navigazione. In treno con la mia valigia (le mie cose sono tutte nel baule) torno indietro fino ad Adelaide, distante 800 chilometri, un viaggio che dura dalle otto di sera alle nove del mattino.
    I treni australiani mi piacciono subito. Sono moderni, comodi per le grandi distanze. Inevitabilmente ripenso ai carri bestiame dei primi viaggi a Milano, di qualche anno prima.Dormo a lungo, poi spio il buio dal finestrino, cercando di vedere qualcosa dell’esterno. Non vorrei perdermi nulla del mio nuovo continente.
    Alle prime luci dell’alba mi affaccio sul nulla: deserto e ancora deserto, solo qualche albero secco spezza l’azzurro deciso del cielo.
    Carcasse di pecore sono cibo per avvoltoi. Questa scena si ripete davanti ai miei occhi, e sento l’angoscia del mondo sconosciuto, perché impossibile da immaginare, abituato come sono al paesaggio di casa. La mia piccola Parma, l’oltretorrente, i borghi, i diversi deserti di nebbia distesi fra l’autunno e l’inverno. Dove sono le spiagge decantate da Efrem? E dove le città tentacolari? Il primo contatto con la realtà è disarmante. Solo sette città, sulla costa, in un continente che può contenere ventidue volte l’Italia. Mi consolo pensando: “Adelaide sarà diversa, Adelaide è diversa. Adelaide mi aspetta”.  

             

    Da: “Mio padre Giovannino Guareschi (dal Po all’Australia inseguendo un sogno) – Edizioni Diabasis

     

     

    Un racconto inedito di Giuliano Montagna Guareschi, per i soci del Porticciolo

     

     

    L’Omé

     

    L’Omé (ometto in dialetto parmigiano), era alto quasi due metri. Ma alla lunghezza non corrispondeva il fisico, la cui crescita, in volume, aveva risentito degli anni di cinghia, una dieta comune negli anni '30-'40 agli abitanti dei borghi del quartiere “Rosa di Parma nuova”, quello dei postriboli, stabilitisi da sempre nel dedalo dei borghetti limitati dal borgo Riccio da Parma e da via 22 Luglio.
    Il padre dell’Omé era frustrato da una vita, parte della quale trascorsa alla Camera del Lavoro di via Petrarca, dove il lavoro, per lui, non c’era mai, e in piazza Garibaldi, non nei caffè dei signori, ma a chiedere, marciando con tanti altri, quel pane e quel lavoro che pareva non esistere. L’apertura, finalmente, l’aveva trovata nel ’30, inquadrato nell’esercito dei mariden, che con picco e badile hanno costruito il Lungo Parma.
    Ma una rondine non fa primavera, e l’Omò (lui, un omone lo era davvero) poiché, inaugurato il Lungo Parma e messi in cantina pala e picco, riprese l’antica via per la Camera del Lavoro, ad attendere con tanti altri l’arrivo di un lavoro qualsiasi o, magari, se era d’inverno, che nevicasse per poterla spalare per conto del Comune, mentre il cibo se lo andava a prendere col pentolino, ogni mezzogiorno, alla vicina mensa della chiesa di San Giovanni, dove una mestola di pasta e fagioli c’era per tutti.
    L’Omé non aveva mai patito la fame, ma non se la era neppure mai tolta, specialmente la sera, quando sul tavolo di cucina facevano brutta mostra uova sode, affettate per essere sepolte sotto il radicchio mal condito, che mangiava con poca voglia, pensando alla prossima domenica, che si sarebbe celebrata con un piatto di polpette di cavallo, oppure con una padellata di “vecchia”, macinato di carne di cavallo fritto insieme a cipolle e peperone.
    L’Omé, quindicenne, pluri-ripetente, frequentava la quinta classe nella vicina scuola elementare San Marcellino, dove la “separazione dei sessi” era in vigore anche quando non esisteva da nessuna altra parte d’Italia, poiché per i maschi l’ingresso era in via del Conservatorio e per le femmine in vicolo San Marcellino.
    L’Omé frequentava la scuola con scarso entusiasmo, perché il padre lo aveva informato formalmente che in cantina c’era la sua eredità: piccone e badile, a cui lui aveva lucidato punta e taglio sui sassi della Parma.
    -Certo, - gli diceva - studio e cultura vanno bene, ma vuoi mettere fare il libero professionista come ho sempre fatto io!
    -Ma se hai lavorato sì e no due anni in tutta la tua vita - gli rispondeva.
    -Ma adesso cambierà. - replicava il padre - E poi il Lungo Parma dovranno costruirlo anche dall’altra parte del fiume e della mia esperienza saranno obbligati a tenerne conto.
    L’Omé sapeva bene che era inutile discutere. Non aveva la  stoffa dello studioso, ma gli piaceva andare a scuola perché, da quando era scoppiata la guerra “lampo”, la scuola gestiva una mensa dell’Eca, alla quale potevano accedere gratis i bisognosi  E lui era nato bisognoso. Il menù di questo ristorante per i bimbi poveri, prevedeva tutti i giorni minestra in brodo, in cui galleggiavano gnocchettoni da caserma e qualche cotica di maiale: era un vero pranzo per l’Omé, perché la sera prima uova e radicchio non erano riusciti a riempirgli neppure la bocca dello stomaco.
    La scuola gli piaceva anche per un altro motivo: aveva fatto amicizia con Tom Mix. Un ragazzo della sua età, pluri-ripetente  anche lui e della sua stazza, che abitava a poca distanza da casa sua, in Borgo Riccio, di fronte all’allora caserma delle Camice Nere, la  Milizia.
    Era considerato l’amico che bisogna avere, perché i suoi genitori gestivano un piccolo forno. Lavoravano soprattutto per le massaie del rione, che vi portavano a cuocere qualche torta di riso, pattona d’inverno, qualche raro arrosto di coniglio, magari “da coppi”, o poche miche di pane fatto in casa, con la farina ottenuta pagandola come polvere d’oro, all’esoso paisà che si divertiva un mondo a strozzinare i “signori di città”.
    Il forno aveva annesso un negozio di alimentari che in quegli anni di cinghia era quasi come la caverna del tesoro di Alì Babà, anche se solo per gli antichi profumi, poiché in vetrina c’erano soltanto alcune scatole vuote di cartone che una volta contenevano dolciumi (secondo Tom Mix, benché i prodotti fossero da tempo introvabili, le scatole vuote davano un tono al negozio: la gente, commentava, avrebbe detto che  una volta il negozio era ben fornito).
    L’interno del locale pareva il Sahara. Sugli scaffali, il gatto di bottega che dormiva sempre, probabilmente per non sentire i morsi della fame, scatole vuote,  materiale pubblicitario, bocce di vetro piene di caramelle sintetiche a base di carrube, qualche bottiglia d’aceto a fianco di barattolini di Sidol e di Brill e in buon ordine,  saponette grigie a base di pomice.
    Gli scaffali non facevano in tempo a riempirsi nemmeno il giorno della tessera, quando cioè arrivavano, per essere distribuiti, i pochi generi alimentari a cui dava diritto il razionamento, perché quando arrivavano al negozio del deposito consorziale c’era, già fuori della bottega, la fila delle massaie con le tessere in mano che prelevavano dai furgoncini a pedale la scarsissima merce, senza nemmeno attendere che arrivasse in negozio. Andava così male che sui  tricicli elettrici di colore grigio della Barilla, che portavano il pane nei rari negozi dei borghi, oltre al conducente c’era di scorta un manovale nerboruto, per prevenire che durante le fermate sparisse qualche cesta di michette di colore grigiastro cotte nel forno “rapido” fatto in Germania. Il prezioso amico dell’Omé si chiamava Lele, ma gli avevano affibbiato il nomignolo di Tom Mix per la sua mania dell’America  e degli americani. E per la sua passione per i rari film di cow boy, che quasi di ‘sfruso’ venivano ancora proiettati nei cinema parrocchiali.
    Aveva un chiodo fisso: scappare al Sud, in Sicilia, dove già c’erano gli alleati, e arruolarsi nell’esercito USA, prima di tutto perché sarà quello a vincere la guerra, poi, sosteneva, potremo emigrare a Los Angeles e magari fare gli attori…
    L’Omé lo ascoltava con pazienza, e quando la perdeva gli dava del matto.
    -Ma se non sai nemmeno dov’è la Sicilia e come ci si può arrivare! – Però non insisteva, perché un amico che tutte le mattine gli passasse una pagnottina, prelevata dal forno paterno, con quei chiari di luna non era facile trovarlo.
    Intanto la guerra si faceva sempre più drammatica anche a Parma che benché non avesse nulla di strategico, sembrava finita nella lista delle priorità delle città da bombardare, tanto che le bombe non avevano risparmiato neppure Borgo Riccio, distruggendo un antico, nobile giardino di un antico palazzo d’angolo con via 22 Luglio, circondato da altissime mura con una collinetta, in realtà una cupola di mattoni coperta d’alberi (finite nelle stufe del vicinato) che celava una ghiacciaia. Tom Mix continuava a battere il chiodo e l'Omé lo lasciava dire, sennonché era così esaltato da diventare quasi convincente.
    Un po’ per celia e un po’ per non morire, i due cominciarono a pianificare la pazza fuga verso l’America decidendo di evitare il treno (che non avrebbero saputo come pagare), o di viaggiare con mezzi propri, che non potevano essere le biciclette perché nessuno dei due la possedeva.
    - Nessuna paura, disse Tom Mix, ci costruiamo un carretto così ci caricheremo il necessario, vestiti e viveri. L’importante è osservare il segreto, soprattutto coi nostri, perché se le nostre madri ci scoprono, ci legano al piede del letto.
    Il carretto che i due avevano in mente era di quelli raso terra, che costruivano i ragazzi dei borghi con la strade asfaltate (in molte c’erano i ciottoli) per sfidarsi su qualche pezzo d’asfalto in discesa. Si trattava di trovare quattro vecchi cuscinetti a sfere di autocarro fra i rottami di qualche ormai rara officina meccanica, due assi di legno per il telaio triangolare, tre manici da scopa per gli assi delle ruote, cioè i cuscinetti, (l’anteriore con sterzo), più due ritagli di legno per il sedile e un pezzo di corda per volante. Tra i ricambi avevano due cuscinetti sferraglianti e una manciata di chiodi. Di vestiti extra non ne avevano, e ripiegarono sulle divise da balilla inusate da qualche tempo.
    -Ed i viveri? - chiede l’Omé
    -Ho messo da parte alcune scatolette fregate a mia madre in negozio e alcuni bollini della tessera del pane…non basteranno, ma lungo la strada chiederemo aiuto ai contadini.
    Ma l’aiuto, insperato, non si fece attendere. Era il 1943 e scoppiò l’8 settembre, che dall’Engadina portò, come nella poesia, l’esercito tedesco. Il quale fra lo stupore generale, perché nessuno sapeva nulla, iniziò a dar la caccia a tutti gli italiani in divisa.
    Molti cittadini si rinchiusero in casa ad attendere il peggio, pensando: “stiamo diventando tutti matti, se anche i nostri camerati , alla faccia del ‘patto d’acciaio’ ci prendono a calci nel sedere”. Non sapevano nulla dell’armistizio di Cassibile, firmato il 27 agosto, del proclama di Badoglio che ordinava ai soldati di arrangiarsi, e neppure del nuovo regio grido di guerra: “Avanti Savoia, imbarchiamoci e scappiamo al Sud”. E non sapevano neppure che i nostri nemici non erano più tali. Ma, dall’oggi al domani, si erano trasformati in ‘alleati liberatori’, anche se i loro aerei continuavano a bombardarci, per far scappare oltre il Brennero i nostri ex-camerati.
    Altri, molto più filosoficamente, non si erano stupiti. Anzi: avevano visto che le caserme ed i depositi del Regio Esercito erano deserti e li avevano presi d’assalto con l’impeto dei parigini davanti della Bastiglia. Giovani, vecchi, donne e ragazzi, prima ripulirono cucine e depositi alimentari, poi gli uffici, le camerate, le armerie e gli autoparchi, ed era uno spettacolo vedere i razziatori camminare barcollando sotto il peso di sacchi di pasta, zucchero o farina, o magari un mortaio da 81 o una mitragliatrice Fiat, sciabole, fioretti, maschere antigas ed elmetti. Altri tentavano, camminando, di far uscire musica da trombette, tromboni e tamburi gia in dotazione alla  banda del reggimento.   
    Tom Mix e l’Omé erano in prima linea  in questa corsa alla smilitarizzazione. Loro cercavano roba da mangiare, fiutando l’aria come cani da caccia poiché la roba da grattare cominciava a scarseggiare...
    I due dovevano guardarsi le spalle, perché si era ormai giunti al ‘gratti  chi può’, e ciascuno cercava di togliere di mano gli altri gli ormai magri bottini. I nostri due eroi riuscirono, facendola rotolare come si faceva una volta col cerchio, a portare al sicuro nella sacrestia di una chiesa vicina che loro ben conoscevano, una forma di formaggio grana di una trentina di chili, un sacco di pasta, una ventina di scatolette di carne, un sacco di gallette fatte con farina vera, ma così dure che potevano essere usate per piastrellare un cortile.
    -È il destino – commentarono - la provvidenza ci ha dato quanto ci occorreva e adesso siamo costretti a obbedirgli. Partiamo subito per il Sud.
    -Io - disse Tom Mix - non ho paura di viaggiare, e poi sono già espatriato perché sono andato due volte a Milano e una volta a Rimini.
    Detto fatto: dal 10 settembre nessuno li vide più, né i genitori, né gli amici del borgo o della scuola. Solo un anziano che soffriva d’insonnia e abitava nei paraggi, disse di aver visto all’alba due matti che trascinavano un carretto sferragliante (in quel punto la strada era ricoperta da cubetti di porfido), con sopra una grossa forma di parmigiano e un paio di sacchi.
    -Lo trascinavano con due corde. Non li ho riconosciuti, ma mi sembravano fuggiaschi fascisti perché avevano la camicia nera e un fazzoletto azzurro tenuto da un medaglione col testone del duce (le divise da balilla). Mi sembrava si dirigessero verso Via Spezia.
    I genitori addoloratissimi sbattevano la testa contro il muro dalla disperazione e quasi tutti i giorni andavano dai carabinieri, ai quali avevano denunciato la scomparsa, in cerca di novità.
    -Cari signori, siamo dispiaciuti, ma di questi tempi gli scomparsi il più delle volte occorre cercarli sottoterra. Comunque noi continueremo a fare il possibile.
    Erano giorni così difficili che in breve tempo  dell’Omé e di Tom Mix non parlò più nessuno, ad esclusione dei genitori. Per gli amici del borgo o della scuola avrebbero potuto indifferentemente essere andati in montagna coi partigiani, deportati in Germania, oppure morti in qualche incidente.
    Era il 1943 e i morti erano all’ordine del giorno, tanto che i due “poverini” vennero ricordati sempre meno anche dai genitori.
    Due anni dopo, il 25 aprile 1945, nel tratto cittadino della via Emilia, dedicato allora a Vittorio Emanuele, sfilavano uomini e mezzi della settima armata americana diretti a tutta birra a Milano. I parmigiani  si resero conto della possibilità di ripetere la razzia dell’8 settembre ’43, anche se i bottini sarebbero stati molto più magri. Obiettivi non erano più solamente le regie caserme, molte delle quali desolatamente vuote, ma comandi e depositi tedeschi, caserme delle milizie e delle brigate nere, sedi del fascio e della repubblica sociale.
    Colonne di automezzi tedeschi abbandonati nella ritirata vennero sgommati in un battibaleno mentre i più intraprendenti già giravano in motocarrozzette Zundapp o Bmw, camioncini o Wolksvagen militarizzate.
    Notevole, ai fini del nostro racconto, l’assalto ad un polverificio dell’esercito italiano  al Castelletto, nell’estrema periferia, dove razziatori disperati si contendevano a morsicate “ziti” (simili ai bucatini di pasta lunga), non di grano duro o tenero, ma di balistite, che ha una pasta di colore marroncino  ed è un potente propellente dei proiettili da artiglieria. Cosa se ne facessero di roba simile è difficile da capire, sennonché c’era gente disposta a fare a pugni per impossessarsene. Pochi giorni dopo fu finalmente svelato l’utilizzo: una pistola a gas micidiale, soprattutto per chi l’impugnava. Infatti l’arma consisteva in un bossolo da 20 mm con una maglia del nastro originale a mo’ di impugnatura. Poi serviva un bossolo più piccolo. Si buttava nel bossolo grande un pezzetto di balistite incendiato con una cicca e si tappava il bossolo grande con quello piccolo, premendolo contro il muro. In pochi attimi il gas propelleva il bossolo piccolo come un proiettile.
    Se andava male, invece del bossolo, partiva la capsula del bossolo da 20 mm diritta in faccia allo “sparatore”.
    Ad un certo punto la folla che assaltava il polverificio si “aprì” come le acque del Mar Rosso, per far largo a due militari americani con la divisa stirata di fresco e al collo di ciascuno un fazzoletto rosso Cremlino, che gli scendeva fino al fondo schiena. Tutti li guardavano con rispettosa curiosità, anche perché i due erano interessati alla balistite. Che accidente se ne faranno?, si chiedevano. Che strani  i militari USA col fazzolettone rosso, pensavano i più.
    Anch’ io li guardavo con stupore, perché i loro volti mi sembravano noti. Poi li sentii scambiarsi qualche parola in dialetto parmigiano e, dubbioso com’ero, mi resi conto che i due americani con in mano mazzi di balistite erano l’Omé e Tom Mix. Altro che scomparsi! I due “matti”, eccoli lì, militari americani come sognavano…
    Ci abbracciammo e uscimmo insieme dalla baraonda che ci impediva di parlare.
    Fuori, circondata da curiosi c’era la loro jeep...
    Saltarono su e mi invitarono a salire. Sul sedile posteriore, scomodo, c’erano stecche di sigarette, cioccolata e scatolette dipinte di verde.
    -Prendi quello che vuoi - mi invitarono.
    Prima che facessi partire la prima raffica di domande, Tom Mix mi invitò a casa sua in borgo Riccio, il vecchio piccolo appartamento sopra al forno e bottega. Salì anche l’Omé ed fu tutto un passarci sigarette americane dal sapore strano, per chi come noi aveva le papille gustative rovinate dalle pseudo sigarette italiane della tessera.

    Cominciò Tom Mix, che dei due è sempre stato il più deciso e spigliato, ed era anche l’istigatore dell’avventura..
    -So che ci prendevate per matti, e se penso a quello che abbiamo passato, devo ammettere che avevate ragione. Subito dopo la partenza ci siamo resi conto che era impossibile arrivare in Sicilia con il carretto con sopra la forma di grana. Due cuscinetti si sono sfasciati alla periferia della città e quelli di scorta dieci chilometri dopo. Il solo mezzo per raggiungere il sud, ci siamo detti, è il mare. Andiamo a La Spezia e vediamo cosa si può fare.
    Ma dal dire al fare c’erano di mezzo gli Appennini, invalicabili col nostro carretto carico di trenta chili di formaggio. La strada che porta al valico appenninico era l’autostrada dell’esercito tedesco diretto al sud.
    -Se  ci fermano ci fregano il formaggio che è il nostro unico bene – ci siamo detti, e a questo punto abbiamo notato nel mezzo della campagna una stazione piccolissima, con un treno merci fermo e nessuno intorno.
    L’Omé si avvicinò e chiese a due contadini dei paraggi se quello fermo era il treno per La Spezia.
    -Sì, con l ‘aiuto di dio potrebbe anche andarci, ma nessuno sa quando, perché hanno bombardato una galleria e attendono di poter passare. Comunque fino a domani, se va bene, il treno non si muove.
    Fra i vagoni merci chiusi c’erano molti carri bestiame con le porte spalancate e la notte abbiamo trasferito armi e bagagli in uno di quelli: noi, il carretto, il formaggio, viveri e vestiti.
    Il treno, continuò, è partito il giorno dopo, ma per fare i centocinquanta chilometri  fino a Spezia, abbiamo impiegato quattro giorni, perché molte gallerie erano state danneggiate dalle bombe e dovevano essere sgomberate. Quelle maledette gallette ci hanno quasi fatto morire di sete perché non avevamo neppure una goccia d’acqua. Alla periferia della città portuale, approfittando di una delle continue soste del treno, siamo scesi nei pressi di una garitta degli scambiatori, danneggiata dalle bombe, e fra i rottami abbiamo nascosto carretto e carico. Abbiamo camminato fino ad una fermata dell’autobus cercando di demolire un’altra galletta coi denti, senza riuscirci, e siamo arrivati fino al porto danneggiato dalle bombe, zeppo di navi di tutti i tipi, molte della quali semisommerse perché centrate dai bombardieri alleati. Sulle banchine decine di soldati tedeschi, che vigilavano il carico di automezzi e carri armati diretti in Sicilia. Qui abbiamo capito che non avremmo trovato nessuno che ci portasse fin laggiù e ci siamo trasferiti nel piccolo porto dei pescatori dov’erano ormeggiati pescherecci e piccole e vecchissime navi apparentemente da trasporto,  tenute galla dalla ruggine.
    Una stava caricando carbone e nella stiva doveva averne così tanto che l’acqua arrivava quasi al ponte.
    -Ma dove va quella bagnarola? - chiediamo ridendo ad un marinaio - di mare non ce ne intendiamo, ma siamo certi che affonderà prima di uscire dal porto.
    -Quella bagnarola, come la chiamate voi, ne ha visto una più del diavolo. Questa notte salperà per la Sicilia, un trasporto che tutti si sono rifiutati di fare, anche se il carbone serve ad un ospedale civile che da tempo ha le caldaie spente…
    Noi due ci siamo guardati in faccia trattenendo il sorriso. Vuoi vedere, abbiamo pensato, che in soli due giorni abbiamo trovato quello che ritenevamo impossibile? Sì, ci siamo poi detti, bisogna vedere se ci daranno un passaggio. Individuammo e abbordammo il comandante, che dopo averci ascoltato ci ha dato dei matti.
    -Capisco che vogliate riunirvi alle vostre famiglie rimaste bloccate in Sicilia, (gli avevamo raccontato questa storia per impietosirlo), ma in un viaggio così c’è da lasciarci la pelle perché per molti giorni saremo esposti agli aerei tedeschi, italiani e anglo americani, che di questi tempi mitragliano anche i pellicani. Senza poi contare le pattuglie tedesche, che ci fermano di continuo per controllare il carico. Cosa gli dico, se vi trovano a bordo?
    -Che siamo due clandestini. Senta, comandante, gli dico io - continua Tom Mix - sono due anni che non vediamo e non sappiamo nulla delle nostre famiglie e pur di vederle siamo disposti a tutto. Non abbiamo soldi, ma se lei ci da un passaggio le diamo una intera forma di parmigiano pesante almeno trenta chili.
    Il formaggio, che valeva in quei giorni come l’oro, era un’esca infallibile.
    -Va bene, risponde. Ma non assumo responsabilità. Se i pattugliatori tedeschi ci fermano, dite loro delle vostre famiglie, e se non vi credono saranno affari vostri..
    -Saliamo a bordo contenti come pasque, e il capitano ci porta nella stiva piena di carbone e ci invita a tuffarci in una “pozza” di polvere nera, testa e faccia compresa.
    -Se I tedeschi vengono a bordo dirò che siete clandestini entrati nella stiva mentre stavamo caricando. Il resto della storia, se vi interrogano, la raccontate voi, e che Dio ve la mandi buona.
    La carretta, che si chiamava “Speranza”, all’imbrunire usciva dal porto. Viaggeremo il più possibile di notte, spiegava il capitano, mentre di giorno staremo sottocosta per non farci vedere dagli aerei.
    È andata cosi, e per sei giorni a passo di lumaca ci siamo avvicinati alla Sicilia. Siamo stati abbordati da una motovedetta tedesca una sola volta. La carretta, come noi, era nera di polvere di carbone ed i tedeschi che avevano l’uniforme bianca hanno finto di controllare i documenti, per poi allontanarsi a tutta velocità.
    Il contatto fugace con i militari tedeschi armati fino ai denti, ci ripropose immediatamente di considerare i rischi che stavamo correndo: volevamo raggiungere gli americani senza sapere dove fossero. Senza sapere dove fossero gli inglesi e soprattutto dov'erano i tedeschi, dei quali avremmo dovuto attraversare le linee senza conoscerne l’ubicazione. Per completare il quadro non sapevamo dove il capitano ci avrebbe fatto scendere, tenendo conto che gli abbiamo raccontato la balla del volerci ricongiungere con  le nostre famiglie rimaste bloccate nel Sud dell’isola…C’era da buttarsi in mare, ma ci siamo fatti coraggio e a testa bassa “sputiamo" la verità. Bravi, ci dice. Mi avete fatto fesso, ma vi siete inguaiati, perché indietro con me non venite e dovrete arrangiarsi. E non sarà facile perchè questa è zona di guerra. In pratica dovrete attraversare a piedi l’intera Sicilia da est a ovest. Io, comunque scaricherò in una cala nei pressi di Messina e da li dovrete sbrigarvela da solo. Comunque, per quello che so, questa potrebbe essere la situazione. Dico potrebbe, perché cambia di ora in ora: la notte del 7 luglio la settima armata statunitense al comando del generale Patton e l’ottava armata inglese comandata dal generale Montgomery sono arrivate in Sicilia. Gli americani sono sbarcati nel golfo di Gela, tra Licata e Scoglitti, e gli inglesi nel Golfo di Siracusa, tra il capoluogo e Pachino, e in poche ore gli americani entreranno a Gela e gli inglesi a Siracusa. È chiaro, continua il capitano, che le due armate hanno come obiettivo Messina, per tagliare la strada ai tedeschi in fuga verso la Calabria. Patton, possibilmente marcerà nella direttiva della statale Palermo-Messina e Montgomery dal lato opposto dell’isola, nel catanese.
    Io scaricherò nei pressi di Messina, in una cala isolata ed è lì che voi scenderete a terra. Non sono pratico della Sicilia,  ma pare a me che dovrete trovare e costeggiare  il più al largo possibile la  Messina-Palermo e nessuno sa dove potrete incontrare le unità di Patton. Ricordate anche che in tutta la vasta zona che dovrete attraversare tanti sono i tognetti che vi parrà di essere a Berlino in un giorno di festa. Perciò tanti auguri e in bocca al lupo. 

    Nessun problema allo sbarco  avvenuto all’alba. Trovare la statale Palermo- Messina non è difficile e ce ne allontaniamo il più possibile rimanendone paralleli. Dalla statale sentiamo  il rumore costante di motori, ma non di esplosioni.
    Camminiamo, leggeri, in una strada secondaria quando ci raggiunge un camion tedesco. Si ferma e a noi si ferma il cuore. Un tedesco in divisa ci chiede in perfetto italiano se vogliamo lavorare.
    -Noi siamo della organizzazione militarizzata Todt. Lungo la Palermo-Messina dobbiamo scavare fossati anticarro. Sono 100 lire al giorno, dieci sigarette e il rancio a mezzogiorno.
    Non ci guardiamo neppure in faccia, ma saltiamo sul camion. Questa e’la volta buona per incontrare Patton, ci diciamo a bassa voce.
    Sennonché ’invece di Patton,  parecchie ore dopo incontriamo il cannone di un carro armato di Patton che  brandeggia minacciosamente. Dalla torretta un carrista ci fa cenno di scendere. Poi scende lui dal carro e vede sulle portiere la croce tedesca. L’ufficiale in divisa scende dall’automezzo e spiega al carrista che gli uomini che sono a  bordo sono lavoratori e non soldati. Il carrista, mitra alla mano, fa risalire tutti sall’autocarro e ordina di seguire il carro  armato che si dirige a sud e quale invito non fare i furbi, gira il cannone di 180 gradi, così che la gola nera di 150 mm continua a minacciarci per tutto il percorso. Ma dove andiamo ?

    Lo abbiamo saputo alcune ore dopo al nostro arrivo: nelle retrovie americane. In una confusione di uomini, cannoni, automezzi di tutti i tipi, montagne di casse accatastate e di bidoni di carburante. Ci fanno scendere  dall’autocarro , saremo stati una trentina. e un interprete spiega in italiano che siccome la Todt tedesca è militarizzata, noi siamo sospetti di collaborazionismo.
    -Faremo accertamenti e nel frattempo sarete nostri ospiti alcuni giorni. E ci indica alcune tende all’interno di  un recinto di filo spinato. Curiosi entriamo nelle tende dotate di brande e coperte. Noi due scoppiamo a ridere e i nostri compagni di sventura  (fra i quali molti soldati italiani sbandati) ci guardano stupiti. In dialetto, affinche gli altri non capiscano, commentiamo: fin  qui abbiamo avuto un sedere così. Non sapevamo neppure dov’erano gli americani e ci hanno portati fin qui in carrozza. Adesso c’è la parte più difficile, farci arruolare.

    Verso l’imbrunire alcuni cuochi in grembiule bianco ci portano pentoloni di cibo. il cui profumo è per noi poco invitante. I cuochi, notate le nostre smorfie, ci portano alcune casse di razioni da campo, in cartone oleato color oliva. Contengono il necessario per un giorno: scatolette di carne macinata Spam (avremmo scoperto dopo), scatole di fagioli e patate bollite, caffè in polvere, latte condensato, cioccolata e altri  dolciumi, dieci sigarette e un piccolo rotolo di carta igienica di colore oliva. In più alcune polverine per fare limonata e aranciata. Niente pane, e questo è male, ma solamente minuscole gallette rotonde . 
    La sera, al silenzio dobbiamo spegnere le luci perché, ci ricordano, siamo praticamente sul fronte.
    Discutiamo sul da farsi e conveniamo di attendere che si rendano conto che non siamo collaborazionisti. Il problema dell’arruolamento resta insoluto. A chi rivolgerci? Tom Mix ammette che l’idea l’ha avuta l’Omé: l’interprete, l'italo- americano che ci ha ricevuti all’arrivo, pareva tanto gentile. Chiediamo informazioni a lui.
    Aspettiamo alcuni giorni che la nostra buona fede venga riconosciuta e poi abbordiamo l’italo americano, il cui padre, scopriamo, era emigrato in America nel '30 dalla Romagna.
    Gli esponiamo il caso e gentilmente ci spiega che per arruolarsi bisogna essere cittadini americani. La sola possibilità è di entrare a far parte dei servizi, su richiesta degli stessi soldati.
    -Perciò girate per il campo, aiutate e datevi da fare. Insomma si tratta di fare amicizie. Sarà dura, ma è l’unico sistema. Un’altra cosa: non girate per il campo in abiti borghesi. Dietro le tende ci sono montagne di divise da fatica usate. Trovatene una della vostra taglia e indossatela sempre. Con l’italo americano che si chianava Alfred abbiamo stretto amicizia ed era lui a suggerirci eventuali cose da fare per ingraziarci i soldati. Dopo le marce, ci spiegava, scarpe e fucili sono infangati e i soldati sono troppo stanchi per pulirli subito. Fatevi amici alcuni di loro, offrendovi di pulirli. Soprattutto ci insegnava la lingua inglese per permetterci di capire e farci capire.

    In fatto di capire abbiamo capito presto che i militari rubavano dai loro depositi a man bassa,  per vendere al mercato nero  in Campania, soprattutto nel napoletano.
    Il “grattamento" era favorito dalla incredibile abbondanza di materiale: basti dire che le scatole di latta contenenti alimentari, se appena ammaccate veniuvano fracassate con una mazza per impedirne l’uso. Ci hanno spiegato che bastavano due firme false per rubare un autocarro  completo di carico da vendere a scatola chiusa. Dai mercanti neri si facevano pagare in dollari, non AM-lire, e li usavano noi loro spacci per acquistare merce pregiata: liquori, sigarette, calze di nylon, orologi.
    Nello scambio erano sempre gli americani creduloni a rimetterci. Una volta per combinazione abbiamo accompagnato uno di loro a consegnare merci e ci siamo resi conto che i bravi napoletani li stavano facendo su come dei polli. Lo abbiamo segnalato al venditore, il quale ha sparso la voce e da allora molti americani che andavno a vendere merce rubata, ci pregavano di accompagnarli per assistere alla transazione. E avvisarli se cercavano di imbrogliarli. Intanto ci risultava sempre più facile capire e parlare la lingua. Come ci aveva suggerito Alfred, siamo riusciti a crearci un piccolo gruppo di amici i quali, all’occorrenza, ci difendevano contro i bulli, che diventavano pericolosi quando erano carburati a super alcolici.
    Il fronte era vicino, ma sentivamo solamente il rumore quasi di tuono,  specialmente la notte quando i cannoni cominciavano a “cantare”.
    La nostra divisione, Red Bull. (toro rosso) sulla cui insegna figurava il  cranio di un toro con corna e denti, era di riserva e arrivò il momento di muoverci quando fu deciso lo sbarco di Salerno. Come non combattenti non avremmo dovuto e potuto prendervi  parte. Ma era tanto il nostro entusiasmo  che i nostri "protettori" ci fecero salire a bordo dei mezzi da sbarco della divisione.
    -Patti chiari, ci dissero seri. Allo sbarco voi scenderete quando ve lo diremo noi e poi  rimarrete dietro di noi e se diciamo di muovervi dovete farlo. Attenzione alle mine e tenete la testa bassa.Il nostro entusiamo è durato poco. Invece che su una spiaggia pareva di essere arrivati all’inferno: sparavano da tutte le parti ed ed eravamo circondati da esplosioni, mentre i proiettili, sparati dale navi, ci fischiavano alti sulla testa.
    I nostri amici non dovevano preoccuparsi per noi. Infatti li seguivamo come ombre, con l’elmetto calcato fino sulle spalle.  La divisione  ha inseguito i tedeschi, dopo che un loro contrattacco è fallito, per creare un nuovo fronte, mentre il nostro battaglione è ritornato alla base.
    Fino ad allora le battaglie le avevamo viste al cinema del campo, dove proiettavano film e documentari che giungevano regolarmente dagli Usa.
    Finirci in mezzo, com’è capitato a noi (anche senza aver sparato un solo colpo) fa venire la pelle d’oca. Però ci è servito quando, preso il coraggio a due mani, siamo andati del comandante del battaglione accompagnati da un paio di “garanti",    per chiedergli di arruolarci.
    Bonario, come tutti gli ufficiali che abbiamo incontrato, ci dice di essere a conoscenza della nostra presenza nel campo.
    -Voi però sapete certamente che per arruolarsi occorre essere cittadini americani. Vista la vostra buona volontà vi arruolerò come collaboratori. Andiamo al nord da dove venite voi e conoscendo i luoghi potreste esserci utili. Avrete il tesserino di riconoscimento, l’uniforme e la paga. Non avrete l’arma. Inoltre se un giorno vorrete emigrare in America, avrete la precedenza su tutti gli altri.
    Siamo usciti dalla baracca comando con le gambe tremolanti. Per la prima volta, confessa l’Ome’, ho pensato al dolore che avevo causato ai miei con la mia scomparsa. Come Tom Mix abbiamo pensato tante volte di farci vivi, magari con una cartolina, senza mai farlo per timore delle conseguenze. Dopotutto eravamo andati coi nemici: mia madre dalla gioia di sapermi vivo avrebbe parlato a destra e a sinistra e in negozio c’erano sempre dei militi della vicina caserma. Poi, non sapevamo  neppure se la posta funzionasse, visto che  l’Italia era divisa dal fronte.
    Usciti dall’ufficio del comandante siamo corsi al deposito per ritirare una montagna di divise: estiva, invernale e di mezza stagione con scarpe  cappelli ed elmetto. Al commando abbiamo prelevato i documenti e la paga,  dell'ultimo mese e mezzo, 300 dollari.
    Ci hanno assegnati ad una compagnia comando responsabile dei servizi logistici e  questo significa che avevamo ben poco da fare. Il comandante della compagnia, un nero, ci prese in disparte per farci la ramanzina.
    -Conosco la vostra storia, ma da quando avete indosso questa uniforme, anche se non dovrete combattere dovete rispettare la disciplina e come per tutti gli altri, chi sbaglia paga.
    Sapevamo che il fronte si stava spostando a nord e che era impegnata anche la nostra divisione. Che però non ha preso parte allo sbarco di Anzio e alla liberazione di Roma, che il nostro battaglione ha aggirato, per dirigersi col resto della quinta armata, guidata dal generale Clark, alla volta di Firenze e a quel punto abbiamo cominciato a fiutare il profumo di casa. Mentre il resto della divisione ha deviato lungo gli Appennini  fino in Romagna, per bloccare i tedeschi che in ritirata volevano attraversare il Po, il nostro battaglione facente parte di una brigata mista che comprendeva anche i brasiliani della BEF, (Forza di Spedizione Brasiliana ) ha preso parte alla sacca di Fornovo in cui sono finite almeno tre divisioni italiane, Monterosa, Littorio e Italia e altrettante  tedesche.
    Trovarci a Fornovo in quella situazione ci ha sconvolti e pensavamo a tutte le volte che in passato ci siamo andati con  famiglie o con gli  amici  per una scampagnata  in riva al Taro o  per prendere parte alle sagre nei paesi che, come un rosario, si sgranano lungo la Via Spezia. La malinconia mista a gioia era moltiplicata dal fatto che ci trovavamo ora fra morte e distruzione. Macerie e rottami di mezzi da guerra e colonne di prigionieri che su centinaia di autocarri venivano portati al Sud. Anche noi della compagnia comando siamo stati impegnati nel servizi di scorta e ricordo ancora un pezzo di tragitto: via Spezia, Stradone, Via Emilia fino a Bologna dove i prigionieri sono stati presi in consegna da altre scorte. Ricordo che i tedeschi erano contenti come pasque, anche perché al momento di salire sui camion (dove hanno viaggiato in piedi) hanno ricevuto nostre  razioni da campo e una stecca di sigarette ciascuno.
    A Bologna il comandante della nostra compagnia  ha convocato Tom Mix e me per comunicarci il nostro congedo:
    –Ragazzi, ci dice, il nostro compito è finito. Una rappresentanza della divisione parteciperà ai piedi delle Alpi alla cerimonia formale di resa delle forze tedesche. Non so cosa succederà poi, se ci rimpatriano,  se ci mandano in Giappone, oppure in Germania per l’occupazione. Per voi c’è un ultimo compito. So che siete di Parma e dovrete andare proprio lì ad occupare alcuni locali in una bellissima villa sul viale Stradone. Ci serve per qualche settimana quale centro smistamento per i pochi  commilitoni ritardatari, bloccati lungo la risalita degli Appennini Tosco-Emiliani.
    Oltre a voi ci saranno un paio di impiegati di fureria per istradare i ritardatari. In due o tre settimane potrete chiudere l’ufficio e tornarvene a casa. Riceverete la paga arretrata e prendete con voi le poche scorte di viveri che vi troverete. Avete diritto a tutto l’equipaggiamenti personale, ma non alle armi. Grazie per tutto quello che avete fatto per il nostro Paese e ricordatevi che per voi la porta dell’America è sempre  aperta.
    Conoscevamo la villa che a fianco aveva una “gemella”e dietro un giardino con orto fino allo stradello San Girolamo, da cui in stagione ammiravamo la frutta sugli alberi, dietro l’invalicabile cancellata.
    Io, l’Omé e due furieri siamo giunti da Bologna su una grossa jeep, un Dodge dal muso quadrato. Ad attenderci, seduti sulla bassa muretta che faceva da piede alla cancellata intorno alla villa, una squadra dei nostril fanti bagnati e inzaccherati perché pioveva: a piedi avevano costeggiato il Baganza in cerca di trappole tedesche. Il benvenuto a Parma ce lo ha dato un cannone tedesco da 88 piazzato nel centro del grande incrocio, via Mantova, via Emilia, via Zarotto. Messo com’era poteva prendere d’infilata le tre importanti vie. Fortunatamente i tedeschi avevano tagliato la corda prima di sparare un colpo.
    La smobilitazione , a Parma, è durata pochissimo. Spariti i tedeschi che hanno risalito  in rotta quelle valli da cui erano scesi con tanta baldanza. Tornati a casa inglesi e americani, sudafricani, indiani, australiani, neozelandesi, mongoli mentre gli italiani, grigioverdi, rossi o neri che fossero, buttate le divise si sono mescolari fra la folla scomparendo.

    Per Tom Mix e l’Omé è iniziata la “dura” pace. Le loro scorte di generi di conforto americani si sono presto esaurite e le divise, un tempo fiammanti, erano  già consumate nei gomiti. Come consumata era la notorietà  borgaiola goduta fin dalla loro ricomparsa.
    L'ultima volta a che ho visto Tom Mix, stava spalando neve nei pressi di casa sua per conto del Comune, col cappottone militare kaki e le alte galosce d’ordinanza. Poi i nostri due eroi, senza che nessuno se ne accorgesse, hanno ripetuto la scenaggiata recitata nel '43: scomparsi senza lasciar tracce, spariti dall’oggi al domani fra la costernazione dei familiari.
    Sono ricomparsi nel 1955. Non più in uniforme, ma in compagnie di mogli e figli, tutti a bordo di uno di quegli assurdi macchinoni americani. Che sembrano alberi di Natale semoventi.
    -L’America e gli americani ci hanno stregati prima ancora di conoscerli, mentre l'Italia che abbiamo ritrovato nel 1945 ci ha fatto venire le lacrime agli occhi e così, siccome per noi la porta dell’America era aperta, abbiamo approfittato. Ora siamo cittadini, abbiamo ambedue famiglia e un discreto lavoro, spiega Tom Mix  Mica  male per due matti che il settembre 1943 sono partiti per la Sicilia, senza sapere dove fosse, per cercare un esercito di cui sapevamo ancora meno, trascinandosi dietro un carretto che per ruote aveva vecchi cuscinetti, con sopra una forma di parmigiano e alcuni stracci.
    Più laconico l’Omé:
    -Per me, è stata la Forza del Destino.

     

    Il cuore lo aveva a Fontanelle

    “Il Viaggiatore”, l’ex osteria, oggi ristorante - bar, è sulla provinciale che porta a Cremona ed è a poche centinaia di metri dalla strada per Fontanelle, un pugno di case all’ombra dell’argine del  torrente Taro, posta sulla mappa della Bassa per aver dato i natali a Giovannino (Svuanè in dialetto) Guareschi, al sindacalista Faraboli, padrino delle cooperative rosse, e Pietro Bianchi, il grande critico cinematografico che per anni firmò la critica sul Quotidiano “Il Giorno”, ancora oggi ricordato al Festival cinematografico di Venezia con un premio a suo nome. Pietro (poi Pietrino) e Giuanè erano cugini, ma Fontanelle ricorda solamente Farabola con un busto di bronzo nel mezzo di uno spiazzo a brecciolino e Guareschi, o meglio la sua casa natale, con tanto di targa, a cui la pittura coi colori di moda, e gli ottoni e legni ben lucidati, danno all’edificio una importanza che non ha probabilmente mai avuto. Il paesetto, che per l’effetto Guareschi,  che ha provocato un mini-boom edilizio coi vecchi casali sostituiti da villette alla moda, ha il suo nucleo intorno alla chiesa, che, vista da lontano alla base dell’argine, sembra avere il campanile dentro il Taro. Nell’anno del centenario della nascita di Guareschi in paese, di fronte all’ex scuola, è stato eretto un monumento  in bronzo raffigurante il grande scrittore appoggiato ad una bicicletta.

    Al bar ristorante “Il Viaggiatore”, malgrado la distanza dal centro di Fontanelle, si danno convegno un gran numero di fontanellesi, e se si vuol parlare di “svanè” non è difficile trovare interlocutori. Tutti hanno qualche cosa da raccontare, come ad esempio del “cimelio” della vecchia macchina da cucire con la targa del distributore, il “grande” negozio Guareschi. Il Padre di Nino, infatti, in quel paese mise su, fallendo, un negozio con quattro o cinque “occhi di bottega” per vendere macchine da cucire, biciclette e altri aggeggi che alla Bassa nessuno aveva mai visto. Inutile dire che l’iniziativa dal punto di vista economico fallì, un po’ come dire che l’operazione è riuscita ma l’ammalato è morto. Su questo soggetto la memoria dei fontanellesi incontrati al Viaggiatore ha sfatato un altro mito. Il padre di Nino, Primo, non era affatto, come descritto o dato da intendere, un uomo grande come un armadio, ma era basso e mingherlino.

    Continuando con le testimonianze, si viene a sapere che Guareschi molte volte proveniente da Milano, prima di prendere la strada per Roncole si fermava a fare due chiacchiere con gli amici del bar-ristorante.

    Niente politica, diceva. Se qualcuno ci provava lo bloccava subito. “Ragass (in dialetto), al giornale ho scritto, letto e parlato di politica per tutto il giorno e ne ho abbastanza.” Parlava a lungo di cose di tutti i giorni, dei progetti agricoli, di nuove sementi, di stalle solari e poi, quando stava costruendo la sua casa, ed infine la trattoria ristorante, di edilizia e del buon mangiare della Bassa.

    Un paio di volte, testimonia un altro, volle venire con noi a rinforzare un argine con dei sassi infangandosi fino al collo. E per quanto concerne la casa l’ha costruita a Roncole soprattutto perché non aveva trovato il posto giusto a Fontanelle il paese che gli aveva dato i natali.

     

     

    Le bugie dei genitori ricadono sui figli

     

    Non sempre il ritorno a casa,per chi ha scelto di salire le “altrui scale” in cerca di pane, quasi sempre amaro, è festoso, nel senso che, finiti gli abbracci, ci si sente chiedere la consistenza del gruzzolo che l’emigrato deve per forza aver accumulato.  Ci sono però anche dei casi strani, come questo che mi ha raccontato il signor “bugiardino”, mio compagno d’aereo, che non ha trovato nulla di meglio da dire per trascorrere le 24 ore di volo che abbiamo condiviso.

     “Sei italiano?”

    Mi sono girato incuriosito sulla stretta poltrona dell’aereo che mi avrebbe portato in Italia, dove sarei giunto dopo 24 ore di volo, “fresco” come uno straccio da arrotino.

    “Si, sono italiano, e tu?”

    La domanda era inutile, ma non sapevo cos’altro dire. Inoltre volevo mantenere la conversazione ai minimi termini: per esperienza sapevo benissimo che avere per compagno di viaggio un connazionale, solitamente molto ciarliero, è cosa da farti salire la pressione. Meglio cento volte uno straniero, perchè di solito parlano poco. E poi ci si può neutralizzare fingendo di leggere un libro o una rivista.

    Il mio compagno di volo non pareva disposto a stare zitto.

    “Sei di Sydney o di Melbourne?”

    Si tratta di una domanda standard ma rivelatrice, come la previsione meteorologica, che farà burrasca. Lo informo che sono salito a Sydney e che so che lui è salito a Melbourne, scalo precedente dell’aereo, perché era gia sistemato nella poltrona quando sono arrivato io. Non demorde e usando il “tu”, come usano gli italo-australiani, perchè nella grammatica inglese il “Lei” non esiste, mi chiede il perché del mio viaggio.

    Ho la risposta sulla punta della lingua, ma non la sparo. Visto che dovrò subirmelo per le prossima 24 ore meglio non fare il viso dell’arma. Gli rispondo che vado in vacanza. “E tu?”, gli chiedo di rimando. 

    “Io, risponde, vado a far finta di ritirare una vincita.”

    “Hai fatto 12 al Totocalcio?”

    “Quasi, risponde, sennonché i milioni della vincita devo darli al prete”.

    “Al prete?, ma  sei davvero generoso!”

    Risponde che è una storia lunga, “...ma se ti interessa, aggiunge, visto che il tempo non ci manca, te la racconto. Comincia tutto da mio padre, quasi mezzo secolo fa. Noi veniamo dal bergamasco, da un paesino che si spopola d’inverno perchè non c’e lavoro e gli uomini emigrano nei paesi europei più vicini. I miei compaesani sono quasi tutti scalpellini e lavorano la pietra come se fosse legno.  Nel 1931 capitarono dalle mie parti alcuni funzionari australiani per assumere 300 scalpellini specializzati. Spiegarono che a Sydney stavano costruendo il primo ponte per collegare le due sponde della baia. Il ponte era di ferro, ma occorrevano quattro grossi piloni costruiti con blocchi di porfido per sostenere ai due capi la sede stradale e le rotaie del treno. I nostri scalpellini lavorarono bene e, soprattutto, velocemente, tanto che il ponte venne inaugurato, come previsto, nel 1933.  Tutti gli scalpellini, mio padre incluso, guadagnarono bene perché avevano alloggio e vitto gratis. C’era parecchio altro lavoro per dei bravi artigiani della pietra e molti, come mio padre , misero da parte un gruzzolo. È a questo punto che avvenne il fattaccio. Devi sapere che nel mio paese è quasi uno sport quando tornano gli emigrati, di solito in primavera, mettere il naso nei loro affari. Le linguacce vogliono sapere quanti soldi hanno risparmiato, cos’hanno fatto e storie del genere. Mio padre che vedeva i linguacciuti come fumo negli occhi disse loro di non avere un centesimo. “Soldi ne ho fatti tanti ma prima di partire ho portato in banca il mio gruzzolo di sterline per farlo cambiare in lire. Ero in fila di fronte allo sportello quando sono entrati alcuni banditi armati e mascherati che dopo aver vuotato le casseforti ci hanno intimato di vuotare le tasche, e cosi si sono impossessati miei risparmi.” Mio padre, incosciente, l’aveva raccontata così bene che i linguacciuti la bevvero come acqua fresca. E questo fu male perché in pochi giorni venne informato tutto il paese. Il quale paese ribattezzò mio padre “il bugiardo”. I più scatenati, infatti, avevano contattato alcuni scalpellini rimasti in Australia per sapere cos’era successo, in quanto la faccenda della rapina in banca era parsa molto strana. I paesani in trasferta avevano risposto a stretto giro di posta che mio padre aveva guadagnato bei soldi, che però sono durati poco, passati al tavolo verde e nelle casse dei bar, vale a dir che i “bei soldi” se li era giocati e bevuti. Per mostrare la loro solerzia gli informatori rivelarono che avevano fatto una colletta per pagargli il viaggio di ritorno. Nemmeno la guerra riuscì a far dimenticare ai miei paesani la faccenda del bugiardo tenuta in vita dai racconti dei più anziani. Io cominciavo a stufarmi di sentir suonare la stessa musica, anche perchè per i miei compaesani se è bugiardo il padre è bugiardo anche il figlio. E per questo le ragazze del paese mi evitavano, dubbiose della mia sincerità.

    Ad un certo punto, nel 1945, finita la guerra, mi sono stancato. Scalpellino come mio padre, ho deciso di emigrare in Australia, a Sydney, dove sapevo che vi risiedevano ex compagni di lavoro di mio padre. A Sydney, aiutato da loro, trovai subito più lavoro di quanto sperassi. Gli edifici più vecchi, specialmente quelli pubblici avevano le facciate in arenaria, una pietra fragile e difficile da riparare e quindi si doveva sostituire. Guadagnavo molto ed il mio fine era di accumulare danaro per “farla vedere” ai miei paesani, mostrare loro che non eravamo bugiardi; far loro capire che la rapina in banca era stata inventata da mio padre vergognoso di aver sprecato il danaro guadagnato.  Dopo aver ammucchiato molto danaro scrissi al parroco del paese: «Benché i compaesani abbiano trattato malissimo mio padre e poi il sottoscritto, ho deciso, se lei è d’accordo, di darle anonimamente il danaro per rifare il tetto dell’asilo, perché ho saputo che i bambini sono costretti a stare in una piccola stanza della sacrestia». Il buon reverendo ringraziò prima Gesù Cristo per il “miracolo” e poi il generoso “bugiardino”. Ma si lasciò prendere la mano dall’entusiasmo e la domenica in chiesa informò i fedeli del miracolo. «Grazie ad uno del nostro paese che è andato all’altro capo del mondo, potremo rifare il tetto dell’asilo». Era una informazione azzardata, ma nessuno al paese aveva sospettato del bugiardino che, pensavano, dovrà farsi prestare i soldi come suo padre, per ritornare. Sennonché il geometra che doveva dirigere il lavoro, quando fu l’ora di ordinare i materiali chiese i soldi al parroco, il quale rispose di non averli «Io non li ho al momento. Devono arrivare dalla banca non appena farò conoscere al “bugiardino” quanto danaro ci occorre, perchè è lui l’anonimo e munifico benefattore». Il geometra rispose al parroco che i materiali sarebbero stati ordinati quando i soldi fossero arrivati. Se mai arriveranno, perché in paese “bugiardino” gode di grande considerazione. Il geometra informò il farmacista e in poche ore tutti gli abitanti del paese erano a conoscenza del gesto munifico e informarono il parroco di non avere alcuna intenzione di farsi prendere in giro da un bugiardino, figlio di un bugiardone, «Che non ha nemmeno i soldi per tornare a casa». Il reverendo si rese conto che avrebbe avuto contro tutti i parrocchiani e a malincuore ringraziò “bugiardino” chiedendogli di aspettare. «Fa ancora freddo e visto che ci sono di mezzo dei bambini e meglio rimandare a primavera». Bugiardino, poco convinto della risposta del parroco, accettò la scusa e in primavera si rifece vivo. Aveva aumentato ulteriormente il suo gruzzolo e spiegò al prete che gli era ora possibile finanziare non soltanto il rifacimento del tetto ma l’intero asilo. Al prete venne l’acquolina in bocca, ma fu costretto a tenere la bocca chiusa. Forse per colpa delle perpetua chiacchierona, però, i parrocchiani lo vennero a sapere e consigliarono al prete di smetterla di farsi prendere in giro da quel morto di fame, altrimenti avrebbero cambiato chiesa. Il prete fu così costretto a inventarsi un’altra scusa, sennonché “bugiardino” non la bevve. Infuriato rispose al parroco che avrebbe donato il danaro agli anglicani e per spiegarsi meglio allegò alla lettera un rendiconto della sua banca e l’ultima copia della denuncia dei redditi. Il prete resosi conto che i soldi c’erano davvero, si mise quasi a piangere. Non affrontò di nuovo i parrocchiani, però convocò in canonica il gestore dell’unica edicola del paese.  

    Considerato, un intellettuale perché maneggiava quotidianamente giornali e riviste. Il parroco senza menar tanto il can per l’aia gli chiese di dargli una mano «Tu, hai anche la ricevitoria del lotto e del totocalcio, perciò dovrai spargere la voce che bugiardino ha vinto un bel pacco di milioni che donerà al paese per costruire un nuovo asilo. Poi arriverà il donatore, che nel corso di una bella fesa nel sagrato spiegherà appunto le ragioni che lo hanno indotto a ricordarsi concretamente dei parrocchiani che avevano giudicato cosi male padre e figlio.»

    Cosi, concluse il mio compagno di viaggio, torno in Italia per istruire la mia banca di consegnare i soldi della vincita, che non ho mai vinto, per riacquistare l’onorabilità delle mia famiglia.

    Tutto questo è stato fatto in nero su bianco: su una lapide imbullonata alla parete dell’asilo, che recita: “Donato da due benefattori accusati ingiustamente di essere bugiardi”.

     

    30 Aprile 2010

    Riceviamo dall'Australia una serie di brevi racconti, dovuti alla penna del nostro Socio Giuliano Montagna Guareschi, in forma di gustose parodie incentrate sugli immortali personaggi di Don Camillo e Peppone. Li pubblicheremo cominciando da oggi, un po' alla volta...

    Prologo Don Camillo  (16 Aprile)

     

    Don Camillo entrò come un razzo e si fermò di fronte al crocefisso, anticato (anche troppo) dal fumo nero della cera paraffinata incendiata a scopo di riciclo.

    “Gesù non ci sto più in questo posto... è indegno di voi.”

    “Don Camillo, ricordati che io sono nato in una stalla… un po’ di muri sporchi non mi danno poi così fastidio. E poi non sei stato tu a fare l’esperimento del riciclo?”

    “Sì, il fine era nobile, ma quei barabba su in Comune lo hanno criminalizzato. E adesso stanno sabotando la colletta che ho organizzato per pagare i restauratori. Guardate qui”, fa, porgendogli una fattura, “un milione di euro per gli intonachi e le dorature. Centomila solo per il restauro della  vostra croce.”

    “Ma Camillo, la croce mi sta bene com’è. E meglio di quella su cui mi hanno crocefisso 2000 anni fa… e poi nella fattura c’è compresa anche la pittura di casa tua.”

    “Gesù, la dignità è obbligatoria.”

    “Io ne avrei fatto senza, tu però fai pure, ma non incolpare  i misteriosi sabotatori.”

    “Misteriosi? Non sono mica tanto misteriosi: la paraffina che ha fatto il danno

    maggiore… "

    “Mescolata con le colature delle tue candele. Don Camillo… ti sei scordato?”

    “Resta il fatto che la paraffina proveniva dal deposito municipale. Ma poi c’è dell’altro: noi conosciamo chi va in giro a dire ai parrocchiani di non dare un centesimo alla mia colletta. Dite a Don Camillo di farsi dare i soldi  risparmiati riciclando la cera dal Vaticano, dicono ai parrocchiani.”

    “Don Camillo convinciti che parte della colpa è tua… dunque perdonali e riduci la spesa del restauro non facendo pitturare il tuo appartamento.”

    “Gesù, perdoni troppo facilmente”, dice don Camillo voltando la schiena al crocefisso affumicato.

     

    Don Camillo affatto convinto piomba in municipio e raduna i suoi Smilzo, Bigio e Brusco.

     

     

     

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     Da sinistra: Giuliano Montagna, Rina Gambini, Gualtiero Comini (Vice Sindaco ed Assessore alla Cultura del Comune di Salò), Stefano Mecenate. 
     
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