Note biografiche Domenica Parrino è nata a Reggio Calabria nel settembre del 1932. la sua vita si è svolta tutta nella sua città natale, dove ha svolto attività lavorativa e di volontariato in campo sociale, con particolare attenzione verso i meno fortunati. Laureatasi Assistente Sociale, ha studiato violino, ed attualmente suona il clavicembalo, perché la musica si identifica con la sua stessa vita. Ama in particolare l’arte di Giuseppe Verdi, e lo ha dimostrato con un saggio, pubblicato nel 2006, Giuseppe Verdi nella rete”, che ha riscosso molto successo ed è stato più volte premiato. Il suo amore per la musica, però, non ha confini, cosicché si lascia coinvolgere totalmente da questa, senza porre limiti di tempo, né economici. Ama anche la buona lettura, e per questo fa parte di numerose associazioni culturali e ricreative, sia a Reggio Calabria che fuori. Ha sempre avuto la passione della scrittura e si è dedicata soprattutto a ricordare usi e tradizioni della sua terra. Da poco tempo si dedica anche alla poesia, e le sue composizioni sono presenti in alcune prestigiose antologie poetiche.Attualmente è iscritta all’Università di Urbino, che frequenta con assiduità e profitto, nonostante la lontananza e l’incedere del tempo. Note critiche Scrittrice appassionata e puntuale in ogni sua espressione, predilige, come dimostrano le letture di vario genere qui riportate, il realismo e l’adesione alla verità, piuttosto che spaziare nel mondo della fantasia e del sogno. Questo suo realismo, che ha una matrice storico-artistica nella letteratura italiana, soprattutto al sud, come rappresentazione dell’anima della sua gente, si rinnova in lei con i mezzi tecnici di cui oggi disponiamo, senza perdere in veridicità e vigore. Personalità vitale e piena di interessi, si rivolge indifferentemente alla narrativa, o alla saggistica, o alla poesia, come mezzi per dare voce alla miriade di idee e informazioni, che ha acquisito ed elaborato nella sua indefessa attività. Ne scaturiscono opere assai interessanti e di indubbio valore informativo, nonché liriche immediate e sincere, che si rivolgono alle persone care per dare voce all’intensità dei suoi sentimenti. Una personalità poliedrica, insomma, da cui ci si deve attendere sempre nuove sorprese, considerando che ha in serbo argomenti costantemente coltivati con cui meravigliare i suoi lettori. Recensioni “Verdi prototipo di una ‘italianità’ matura, responsabile, eroica, concreta, legata ai valori più alti e puliti di una società che talvolta ci capita di rimpiangere almeno per il coraggio che ha dimostrato di cercare i motivi di un orgoglio patriottico e nazionale anche attraverso gli strumenti della cultura... ...questo tour nell’incredibile e ancora inesplorato mondo di Internet diviene un gioco intrigante, quasi una sorta di sala degli specchi, dove le diverse anime del Compositore si mischiano a quelle dell’Autrice e dei lettori, riflettendosi in modo personale e soggettivo...” STEFANO MECENATE – Prefazione a “Giuseppe Verdi nella rete” – Ibiskos Editrice Risolo – settembre 2006 Letture Giuseppe Verdi – Capitolo Primo - inizio Perché Giuseppe Verdi? Perché la sua musica segna il profondo dell’animo, ti sconvolge, ti fa amare, fa emergere i lati più nascosti della tua personalità, t’estranea dalle nefandezze d’ogni giorno, sublima le ore della tua giornata, ti consente di ritrovare te stesso. Chi è Verdi che tanto dà a chi lo ama? È l’uomo che caratterizza un’epoca, che non si risparmia mai, che pretende da se stesso e da chi lavora con lui il massimo dell’impegno. È l’uomo dalla personalità gigantesca, colui che non conosce compromessi e che esprime con la sua musica se stesso in maniera solare. È l’uomo la cui vita è segnata dalla sofferenza per la scomparsa delle persone amate e dalla debolezza del proprio organismo che lo costringe a lunghe pause nella composizione e non ultima la gran sofferenza per le condizioni della Patria tanto amata. Si potrebbe sostenere che tutto quanto ho affermato fino ad ora caratterizza anche altri musicisti, poeti, scrittori. Io amo Verdi. Me lo fa amare il suo carattere riguardoso degli altri ma intransigente quando si tratta del rispetto della propria libertà, del proprio vissuto; il suo temperamento spigoloso e nello stesso tempo armonioso, generoso e quando occorre non disponibile. Di indole assai strana, è però buono e spesso chiede scusa a chi ha maltrattato nei momenti di collera. Me lo fa amare il suo cuore che non conosce sentimenti se non a tinte forti; il suo amore per la natura, il suo attaccamento alla terra, il suo essere un paesano delle Roncole, come lui amava dire di sé. Ma chi era Giuseppe Verdi? Lo conosciamo veramente? Si è scritto molto di lui, ma lo conosciamo poco ed è perciò che forse non lo sappiamo amare per quanto dovremmo; ciò avviene a nostro danno perché perdiamo ricchezze interiori che lui ampiamente ci trasmette. ...” Pentadattilo Il borgo più caratteristico e a me tanto caro perché è bella la sua immagine, e per ammirarlo, quando sono con la mia macchina, rallento oppure mi porto nella corsia d’emergenza, se è possibile e solo per brevissimi secondi, tutte le volte che percorro l’autostrada, ebbene questo bellissimo borgo si chiama PENTIDATTILO. Ora vi parlo cari lettori della storia di questo piccolo borgo sito nella provincia di Reggio Calabria. “La visione è così magica che compensa di ogni fatica sopportata per raggiungerla: selvagge ed aride guglie di pietra lanciate nell’aria, nettamente delineate in forma di una gigantesca mano contro il cielo... mentre l’oscurità e il terrore gravano su tutto l’abisso circostante”. Edward Lear – Londra 1812 – San Remo (Italia) 1888. È un inglese che così si esprime e allora lettori, se volete, datemi ragione, dopo avere letto le parole che hanno aperto il mio racconto. Non si possono trovare parole migliori di quelle citate, per descrivere la meraviglia che ci coglie nel vedere Pentidattilo “spaventosa selvaggia piramide” con incuneate le case del villaggio, la più strana delle dimore dell’umanità. Vero e proprio miracolo architettonico della natura, Pentidattilo o Pentedattilo, frazione di Melito Porto Salvo, è una delle località più affascinanti della Calabria, sotto ogni aspetto. L’abitato, ormai quasi completamente abbandonato, è come adagiato nel palmo di una mano protesa, che con le dita spalancate, si staglia verso il cielo azzurro. Prese il nome, in epoca bizantina, dal greco “cinque dita” (pentedactylos), appunto, Pentidattilo. Sfortunatamente alcune parti della montagna sono crollate ed essa non presenta più tutte e cinque le “dita”, ma rimane comunque un posto affascinante e pieno di mistero, uno dei centri più caratteristici dell’Area Grecanica. Adesso abbiamo solo piccole case, ormai abbandonate, in un intricato labirinto di vicoli e gradoni. Vero e proprio “paese fantasma”, duramente colpito nei tempi andati ed anche in epoca recente, da calamità naturali (frane, terremoti disastrosi, sgretolamento della roccia su cui sorge), hanno costretto gli abitanti a trasferirsi a valle. Alla base della rupe, denominata “Calvario” esistono resti del castello del feudo degli Alberti e di un convento dei Domenicani edificato in epoca medievale. Fondato dai Calcidesi nel 640 a.C., fu per tutto il periodo greco-romano un fiorente centro economico della zona; durante il dominio romano divenne inoltre un importante centro militare per la sua strategica posizione di controllo sulla fiumara Sant’Elia, via privilegiata per raggiungere l’Aspromonte. Con la dominazione bizantina iniziò un lungo periodo di declino, causato da continui saccheggi che il paese subì prima da parte dei Saraceni ed in seguito anche da parte del Duca di Calabria. Nel XII secolo Pentadattilo fu conquistato dai Normanni e, con i paesi di Capo d’Armi, Condofuri e Montebello Ionico, fu trasformato in una baronia affidata alla famiglia Abenavoli dal re Ruggero d’Altavilla. Col passare del tempo l’egemonia feudataria degli Abenavoli si restrinse e il governo del paese passò alla nobile famiglia regina dei Francoperta; nel 1580, a causa di debiti e questioni di illegittimità, il feudo fu confiscato a Giovanni Francoperta e venduto all’asta dal Sacro Regio Consiglio per 15.180 ducati alla famiglia degli Alberti insieme al titolo di marchesi. La dominazione degli Alberti durò fino al 1760 quando il feudo fu venduto ai Clemente, già marchesi di San Luca, e da questo ai Ramirez nel 1823. Nel 1783 Pentadattilo fu gravemente danneggiato da un devastante terremoto, e in seguito al sisma iniziò un costante flusso migratorio verso Melito Porto Salvo che perdurò fino al periodo risorgimentale; proprio a causa dello spopolamento nel 1811 il comune fu trasferito a Melito Porto Salvo e Pentadattilo ne divenne frazione. A metà degli anni ’60 il paese fu completamente abbandonato fino ai primi anni ’80 quando fu riscoperto da giovani ed associazioni. Iniziò così un lento cammino di recupero per opera di volontari provenienti da tutta Europa. Nella seconda metà del XVII secolo il paese di Pentadattilo fu teatro di un crudele misfatto noto come Strage degli Alberti. Protagonisti di questa vicenda furono i membri di due nobili famiglie; quella degli Alberti, marchesi di Pentadattilo, e quella degli Abenavoli, baroni di Montebello Ionico ed ex feudatari di Pentadattilo. Fra le due famiglie per lungo tempo vi era stata un’accesa rivalità per questioni relative a confini comuni; tuttavia verso il 1680 le tensioni fra le due casate sembravano andare scemando sia per le pressioni del Vicerè, che intendeva pacificare la zona, sia perché il capostipite della famiglia Abenavoli, il barone Bernardino, progettava di prendere in moglie Antonietta, figlia del marchese Domenico Alberti. Nel 1865 il marchese Domenico morì e gli succedette il figlio Lorenzo, che alcuni mesi dopo la morte del padre, sposò Caterina Cortez, figlia del Vicerè di Napoli. In occasione di tale matrimonio da Napoli giunse in Calabria un lungo e sontuoso corteo che comprendeva, oltre la sposa, il Vicerè con la moglie e il figlio Don Petrillo Cortez. Don Petrillo ebbe occasione di conoscere Antonietta e, rimasto dopo le nozze con la madre a Pentadattilo a causa di una sua improvvisa malattia, ebbe occasione di frequentarla e di innamorarsene; chiese dunque a Lorenzo di poter sposare Antonietta ed il marchese Alberti acconsentì alle nozze della sorella. La notizia del fidanzamento ufficiale fra Don Petrillo Cortez e Antonietta Alberti mandò su tutte le furie il barone Bernardino Abenavoli che, ferito nei sentimenti e nell’orgoglio, decise di vendicarsi su tutta la famiglia Alberti. Nella notte del 16 aprile 1686 Bernardino, grazie al tradimento di Giuseppe Scrufari, servo infedele degli Alberti, s’introdusse all’interno del castello di Pentadattilo con un gruppo di uomini armati. Giunto nella camera da letto di Lorenzo lo sorprese nel sonno, gli sparò due colpi di archibugio e lo finì con quattordici pugnalate. In seguito, assieme ai suoi uomini, si lanciò all’assalto delle varie stanze del castello uccidendo gran parte degli occupanti compreso Simone Alberti, fratellino di nove anni di Lorenzo, mortalmente sbattuto contro una roccia. Da tale massacro furono risparmiati Caterina Cortez, Antonietta Alberti, la sorellina Teodora, la madre Donna Giovanna e Don Petrillo Cortez, preso in ostaggio come garanzia contro eventuali ritorsioni del Vicerè verso gli Abenavoli. Dopo la strage Bernardino trascinò nel suo castello a Montebello Ionico l’ostaggio Don Petrillo Cortez e l’amata Antonietta, che sposò nella chiesa dittereale di San Nicola il 19 aprile 1686. la notizia della strage in pochi giorni giunse al Governatore di Reggio, quindi al Vicerè Cortez, che inviò una vera e propria spedizione militare. L’esercito, sbarcato in Calabria, attaccò il Castello degli Abenavoli, liberò il figlio del Vicerè e catturò sette degli esecutori della strage (compreso lo Scrufari), le cui teste furono tagliate ed appesi ai merli del castello di Pentadattilo. Il barone Abenavoli, grazie a vari espedienti e appoggi, riuscì a sfuggire alle truppe del Vicerè insieme ad Antonietta e, dopo aver affidato la moglie ad un convento, scappò prima a Malta ed in seguito a Vienna, dove entrò nell’esercito austriaco. Nominato capitano, fu ucciso da una palla di cannone durante una battaglia navale il 21 agosto 1692. Antonietta Alberti, il cui matrimonio con Bernardino fu annullato dalla Sacra Rota nel 1690, perché contratto per effetto di violenza, finì i suoi giorni nel convento di clausura di Reggio Calabria, consumata dal dolore e dall’angoscia di essere stata lei l’involontaria causa dell’eccidio della sua famiglia. La storia della Strage degli Alberti, nel corso dei secoli ha dato origine a varie leggende e dicerie. Una di queste afferma che un giorno l’enorme mano si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue. Un’altra dice che le torri di pietra che sovrastano il paese rappresentano le dita insanguinate della mano del barone Abenavoli (per questo motivo Pentadattilo è stata più volte indicata come “la mano del diavolo”). Un’altra narra che Antonietta per punizione venne rinchiusa in una stanza del castello e lasciata morire di fame. Si narra anche che la sera, in inverno, quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le urla del marchese Lorenzo Alberti. Al mio amico di oggi!... Stefano Mai potrò dimenticare quel giorno; “ci siamo conosciuti”, solo uno come Te poteva muovere i suoi passi sullo stesso binario della mia vita! Bello è il tuo viso e ancora di più il tuo cuore. I miei giorni erano tristi e privi d’ogni conforto, prima di conoscerti. La tua amicizia tanto cara è... un faro! L’azzurro dei tuoi occhi è come il mare calmo della sera. Non aveva senso la mia giornata prima che ci incontrassimo. L’angoscia faceva parte della vita mia; adesso, molta è la gioia quando ti penso. Tu sei come l’alba... rischiara la mia giornata! La tua voce, la tua risata, mi arrivano da lontano; sono per me un canto d’usignolo, una carezza leggera, leggera: dà al mio cuore, sempre in tempesta, pace e serenità. La tua amicizia è una vera ricchezza, un grande tesoro, che mai potrà finire. Questa poesia, dedico a Te, dal mio cuore d’improvviso è uscita e la mia penna con tutto l’affetto, subito, subito l’ha scritta. Un incontro casuale può cambiare la vita, e non è necessario si tratti di amore, basta sia una corrispondenza di sentimenti d’amicizia, un’intesa cordiale e una reciproca comprensione. La poetessa ha incontrato un nuovo amico e i suoi giorni tristi e senza luce d’affetto si sono improvvisamente illuminati: la ricchezza, donata dall’anima elevata del suo nuovo confidente, le ha portato rinnovati entusiasmi. Sente così la gioia di dedicargli una poesia, e lo fa con sincerità, spontaneità e autenticità di sentire, che si rispecchiano nella piacevolezza dei versi. (da “Antologia Città di Salò 2008”) A Te Mamma I tuoi occhioni verdi sono in modo indelebile impressi nel mio cuore. Il sorriso delle tue labbra, la serenità del tuo viso, il tuo equilibrio non possono scomparire dai miei ricordi oh, Mamma! Quanto mi hai amato, senza misura come solo una mamma sa fare. Sei stata per me, sorgente viva nei momenti difficili della mia vita ed ora sono certa preghi per me, per tutti i tuoi figli che hai lasciato. Grazie Mamma. Nel ricordare la mamma, la poetessa si lascia trasportare dal ricordo, che la fissa sia nella sua fisicità che, soprattutto, nelle doti dell’anima, di cui era portatrice. La mancanza del suo incessante sostegno le detta parole accorate, che si stemperano nella certezza ch’ella, anche dal cielo, la protegge e conserva intatto il patrimonio d’amore per i suoi figli. Così il canto per la madre diviene l’inno per l’amore materno, il più puro di tutti gli affetti. (da “Antologia Via Francigena 2008”) 6 giugno 2010 Riceviamo e volentieri pubblichimo questo brevissimo racconto DALL’ALBA AL TRAMONTO Sono sulla via marina; mi affaccio, poggiando le braccia sulla ringhiera di ferro, vedo il mare, leggermente increspato dal vento. L’emozione è vivissima perché è l’alba. L’aria è rarefatta. Tutto è silenzio. L’alba di oggi non è quella di ieri quando non tirava un alito di vento e il cielo e il mare erano un tutt’uno di colore chiaro limpidissimo. Ogni alba è diversa dall’altra che l’ha preceduta e da quella che la segue e così ogni tramonto perché la natura è creativa. Avete mai sentito parlare della Fata Morgana? È un fenomeno di rarefazione dell’aria che si ha quando la notte sta per andarsene e lentamente l’alba avanza. Il viandante ha un’illusione ottica se a quell’ora passeggia sulla via marina. Gli sembra di vedere i palazzi della città che è, nell’altra sponda, nel mare dello stretto, naturalmente capovolti. È un fenomeno che si ripete molto raramente perché oggi c’è troppo inquinamento. Passano le ore e il colore del mare cambia perché ci sono nuvole nel cielo. Qualche volta si vedono passare i delfini che in coppia riaffiorano nell’acqua e fanno dei salti rocamboleschi come se volessero farsi ammirare. Spesso vedo le navi da crociera, altre navi, l’aereo che arriva da Roma, da Milano, o le barche da pesca. La mia passeggiata continua. È un momento di contemplazione: guardo il mare che mi dà il senso dell’infinito; guardo gli alberi secolari dalle radici profonde e lunghissime, al punto tale da avere scardinato i marciapiedi. Ammiro, infine, le bellissime sirene che sono ospiti del lungomare, opera della mano dell’uomo che le ha scolpite nel tronco di un albero malato e irrecuperabile dopo averlo lavorato e reso tutto di un colore, bronzo lucido. Passeggio e cambia il mio stato d’animo perché diverso è il panorama che ai miei occhi si presenta e differente è il posto del lungo mare in cui mi trovo. Giunge la sera; è il tramonto. Un disco incandescente abita in cielo e lentamente si affoga nel mare. Ora la città dirimpettaia s’illumina e mi sembra di toccare con mano le luci del suo viale: guardo le mille luci delle due città. Il mare luccica e su di esso si riflette sorniona la luna. Quel raggio di luna che attira i pesci e le barche dei pescatori fornite di lampara e di “conzu” (è una grande cesta, fatta di canne, che i pescatori calano in mare dopo avere avvistato i pesci i quali restano impigliati tra le sue maglie). È uno spettacolo della natura, magnificato dall’intelligenza e dal cuore dell’uomo. Torno a casa; è notte, ho negli occhi e nel cuore le bellezze che ora fanno parte di me.

4 Maggio 2010 Informiamo con soddisfazione che di recente la nostra Socia Domenica Parrino è stata nominata membro a vita della prestigiosa Accademia Leopardiana di Messina. L'Autrice, poetessa e saggista, Domenica Parrino 
Due immagini di Domenica Parrino durante la cerimonia in cui è stata nominata membro a vita dell'Accademia Leoprdiana di Messina. 
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