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  • Cristina Bobbio Stampa E-mail
    lunedė 26 gennaio 2009
    Note biografiche

    Cristina Bobbio, genovese di nascita, laureata in Lettere con tesi sul musicista ovadese Emanuele Borgatta, vive da molti anni nel Basso Piemonte, a Belforte Monferrato. Allo stesso musicista e all’opera lirica in Ovada ha dedicato numerosi articoli pubblicati sulla rivista “Urbs, Silva et Flumen” dell’Accademia Urbense di Ovada.

    Dalla sua passione per il melodramma è nata l’idea di scrivere una raccolta di dieci fiabe tratte da celebri libretti d’opera, lavoro ancora inedito dal titolo “L’opera in fiaba”. Questo lavoro, insieme ad altri racconti, è reperibile su Internet in “Araba Fenice-testi inediti su web”.

    Nel dicembre 2008 ha pubblicato un breve romanzo, “Tina e lo straniero, sei storie genovesi”.    

    Note critiche 

    Affabulatrice piacevole e simpatica, Cristina Bobbio sembra divertirsi davvero nel raccontare fatti e personaggi, e ciò ancora più marcatamente quando si avventura nel mondo del melodramma. Qui la passione prorompe in tutta la sua sincera partecipazione, dando vita autentica e dinamicità alle storie che, nella teatralità dello spettacolo, rischiano di perdere spontaneità, anche a causa dell’artificiosità dei testi. L’idea di “raccontare l’opera”, dunque, se non nuova, assume nelle sue pagine il carattere di una creazione artistica: l’autrice mette nei personaggi molto di se stessa, della sua personale interpretazione del testo, e, all’occorrenza, li riveste di sicura e gentile ironia.

    Un linguaggio piano e immediatamente comprensibile, ma mai banale o trascurato, anzi, contrassegnato da una elegante fluidità, accompagna invenzioni linguistico-formali, con cui l’autrice vuole dare graficamente riscontro dei modi espressivi comunemente usati, trasformando in unica parola un complesso verbale, o locuzioni usate nella quotidianità, per metterne in rilievo il suono e il contenuto. Un espediente che avvicina ancor più la narrazione al lettore disimpegnato, costringendolo, nel contempo, a soffermarsi sulla parola, e a rifletterci sopra.

     

     

    Letture

     

         Quei fatidici libretti 

    Mio padre studiava canto e mia madre lo accompagnava al piano. Io soffrivo di mal d’orecchi non solo per colpa degli acuti, ma perché le tonsille erano da togliere. Tolte quelle all’età di quattro anni, aprivo le orecchie alla musica con nuova sensibilità, come se l’operazione avesse spazzato via una zavorra di urla indistinte. Ora sentivo tutte le stecche, che mi facevano l’effetto di un terribile mal di pancia. Per fortuna c’era il grammofono. Ricordo un Trovatore con Aureliano Pertile: tre dischi di vinile in un meraviglioso cofanetto duro, con sopra il disegno della Scala. Scoprivo l’esistenza di una lingua misteriosa, fatta di suoni e priva di senso: il significante senza il significato. Non sapevo di possedere la chiave del mondo dell’opera. Il segreto era racchiuso in frasi quali “Ah, l’amor l’amore ond’ardo”: cosa mai voleva dire quell’ ”ondardo”, mi domandavo ogni volta, e ogni volta mi suonava come una formula magica.  Un altro inquietante mistero si celava in “Mal reggendo all’aspro assalto”, che io traducevo in “mareggendo allasprassato”, o in simili stranezze.  Ma la perla stava nel finale: Manrico viene decapitato per volere del conte di Luna , e qui casca l’asino:  “Sia tratto il ceppo” alle orecchie di un bambino suona a dir poco insolito, quasi esilarante, e l’effetto comico è proprio in quel ceppo, che pare una schioppettata; ma il bello viene poi, ed è il grido raccapricciante del conte quando scopre di avere ammazzato il fratello:  “Ei, quale orror”.  E giù un altro asino: avrei potuto sospettare che si trattasse di un pronome personale, dal modo in cui lo sparava il baritono in questione? Quello ti faceva  sobbalzare, pareva che urlasse “Hey, che fai lì, ti togli o no?”, o roba del genere.  Se ripenso poi al Ballo in maschera, dal lato sinistro mi viene da piangere, dal destro rido. Ricordo mio padre che cantava in continuazione quella benedetta romanza, e ci scappava sempre la nota stonata, mai una volta che l’azzeccasse per intero. L’aria di Riccardo dell’ultimo atto, “Ma se m’è forza perderti”, a cominciare dal titolo è già tutta un programma. Occorre aggiungere che non ci capivo un’acca? Sfido un adulto in possesso di media scolarizzazione a comprendere frasi come “Forse la soglia attinse, e posa alfin” , o “L’onor ed il dover ne’ nostri petti han rotto l’abisso”.  Io però adoravo quella romanza, ne amavo le note sublimi, ma ancor più la meravigliosa incomprensibilità. Me la ripetevo come una cantilena, forselasogliattinse, eposalfin. Che voleva dire? Non mi piaceva fare domande, né alcuno si premurava di fornirmi risposte, ma forse è stato meglio così, perché gradualmente, con gli anni, la  mia mente si apriva a nuova comprensione, decifrando la mappa che un giorno doveva condurmi al tesoro.  Eppure si può negare il fascino di quella felice ignoranza dovuta all’età?  Quando lo studio del latino mi dischiuse il significato della parola  “attinse”, ne seguì un grido di esultanza, accompagnato da un impercettibile senso di delusione:  ma come, era tutto lì, la povera Amelia  “ forse toccò la soglia”, nel senso che riuscì ad arrivare a casa incolume, dopo aver trascorso quel po’ po’ di notte nell’ “orrido campo” insieme a Riccardo -peraltro castamente- ed esser stata sorpresa, al colmo della sfiga, dal proprio marito! Quasi quasi sarebbe stato meglio continuare ad ignorarne il significato, perché accade talvolta che il fascino di certi nomi risieda nel loro puro suono.Ma torniamo ai fatidici libretti, nei quali il sublime e il ridicolo trovano un mirabile accordo grazie alla musica. Risento la voce di mio padre, così approssimativa e a tratti così bella, cantare incessantemente “Donna non vidi mai simile a questa, a dirle io t’amo a nuova vita l’alma mia si desta”. E sono grata all’imprecisione del suo canto, alla banalità del libretto, di avermi fatto intravedere, al di là di un brutto involucro, le bellezze della poesia.  Sì, gli sono riconoscente, a lui e al povero piano di mia madre, con le sue stecche e la sua inespressività, come lo si è nei confronti di certe scalcinate compagnie di coristi, che ti propinano d’estate i loro Trovatori e le loro Traviate da suicidio.  Quando ricevetti in dono per Natale i dischi della Bohème, avevo sei anni.  C’erano la Callas e Di Stefano, non avevo mai udito niente di simile.Imparai a memoria il libretto, come si fa a scuola con la “donzelletta”, che poi non te la scordi più.  E naturalmente non capivo quasi nulla delle parole,  ma la storia sì, perché era semplice come acqua da bere.  La ragazza muore alla fine. Lui la chiama tre volte per nome, piangendo disperatamente, e la musica è tale da commuovere un serpente a sonagli.  Io piangevo, non mi capacitavo che Mimì dovesse morire.  Perché muore, perché?  A questo mio padre sapeva rispondere, questo era un fatto, non una parola, e in qualche modo aveva a che fare con la vita.  Lui ci teneva a rassicurarmi, Mimì non muore, alla fine si alza e va a ringraziare il pubblico.  Tutte le volte è così.Io sapevo la Bohème a memoria, mi ripetevo cantando le magiche formule, estasiata di fronte a misteri del calibro di quel “mar Rosso che ammollisce e assidera” , dei “cieli bigi”, di “ quel poltrone di un vecchio caminetto che sta in ozio come un gran signor”, e “le sue rendite oneste da un pezzo non riceve”.  Ma a gonfiarmi il cuore, a farmi volare in alto era il finale della  “Manina“ :   “Talor del mio forziere ruban tutti i gioielli, due ladri gli occhi belli;  v’entrar con voi pur ora, ed i miei sogni usati, ed i bei sogni miei si dileguar” ;  “ma il furto non m’accora, poiché v’ha preso stanza la speranza”. A queste parole di Rodolfo, Mimì cade come una pera cotta. Questo può succedere solo all’opera, perché di fronte a tali assurdità, a simili metafore, una ragazza normale si precipiterebbe fuori gridando aiuto.  Ma lei no, lei, dolce e mansueta, risponde “ Sì, mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia”. Poi, alla fine, dopo avergli raccontato che il suo svago è “far finti fior”, spiega che “quando vien lo sgelo il primo sole mio, il primo bacio dell’april è mio”.  Tuttavia, ciò che veramente l’accomuna a Rodolfo è quel “Germoglia in un vaso una rosa, foglia a foglia l’aspiro, così gentil è il profumo di un fior”;  e la conclusione: “Ma i fior ch’io faccio, ahimé, i fior ch’io faccio, ahimé non hanno odore”.  Il che va perfettamente d’accordo col forziere dei sogni di lui: siamo di fronte a due perfetti squinternati, due tipi da rinchiudere, insieme alle loro rose e ai loro gioielli.  Per fortuna i matti e i poeti sono di casa all’opera, e ciò che pare strano è normale, e il normale esiste solo quando è profondamente umano.  

    da “Raccontare l’opera” 

    IV. Don Giovanni                                   

    C’era una volta in Spagna, quando gli uomini portavano ancora  la spada al fianco, un nobile e ricco cavaliere chiamato don Giovanni.Contrariamente alla maggior parte dei suoi pari, egli non se ne stava tutto il giorno a far niente, consumando la vita sempre nello stesso luogo, tra battute di caccia, festini e banchetti. Don Giovanni era curioso del mondo, e ogni tanto, sì,  faceva ritorno in patria, ma poi ripartiva alla ventura.  Era bello e assai ben fatto nella persona. Amava le scienze, la musica e ogni forma d’arte. Era colto, raffinato, affascinante. Ma ciò che lo rendeva unico era il suo modo di amare le donne. Gli piacevano tutte quante, e quando dico tutte, intendo proprio tutte. Quasi che tutte insieme, idealmente, ne forgiassero una enorme, gigantesca: una sorta di donnone universale. Molto più facile il contrario, quando ci si illude che una sola le contenga tutte. Ma don Giovanni non la pensava così, e perciò le collezionava. Un modo originale di trascorrere il tempo sulla terra, in attesa dell’ultimo viaggio verso l’ignoto.In questa piacevole occupazione gli anni erano volati, il numero delle conquiste si era allungato a dismisura, con rappresentanti di ogni età e paese. Il nostro cavaliere, sempre snello e inossidabile, non si sognava di cambiare sistema. Ovunque fosse, le prendeva e le lasciava, senza ombra di rimorso. Ora, nel tempo di cui narra questa storia, don Giovanni aveva un servitore di nome Leporello. Un tipo decisamente sveglio, che il suo padrone l’aveva compreso meglio di chiunque altro. Da servo fedele, ne assecondava gli eccessi amorosi, spingendosi perfino a redigere una lista delle amanti, in un libricino coperto di caratteri fitti fitti, che portava sempre con sé. I due erano da poco tornati in Spagna da un lungo viaggio, quando a don Giovanni si presentò una nuova avventura. Eccolo dunque intento ad arrampicarsi sul balcone di un alto palazzo, ancora scattante, malgrado la non più verde età. Leporello, al solito, faceva da palo. La prescelta era stavolta una giovane dama chiamata donna Anna, il classico tipo della madonnina infilzata. Le grida di costei allarmarono non poco Leporello, il quale cominciò seriamente a preoccuparsi, quando vide la stessa dama, in camicia da notte, rincorrere il suo padrone. Ci sarebbe stato da ridere, se all’improvviso non fosse comparso il padre della ragazza, il Commendatore in persona, anche lui in camicia e berretto da notte, cinto di spada e molto bellicoso. Don Giovanni si vide costretto a battersi. Due o tre stoccate, e l’incauto vecchio fu fatto secco.Servo e padrone se la filarono nel buio della notte, un istante prima che donna Anna si gettasse, spiritata e urlante, sul cadavere del padre. La scortava don Ottavio, il degno fidanzato. Era costui un compito cavaliere assai sussiegoso e striminzito come una prugna secca, il quale nutriva per donna Anna una rispettosa venerazione. Purtroppo era anche di quelli che al momento di agire sanno solo aprire la bocca, e se ne stanno lì, piantati, ad aspettare la manna dal cielo. Donna Anna, invece, nonostante l’aria da santarellina, di temperamento ne aveva da vendere; tant’è che subito, senza perder tempo, promosse don Ottavio a suo paladino (non aveva altri sotto mano), e lo incitò a ritrovare il fellone che aveva osato insidiarla, ammazzandole il padre. Egli naturalmente giurò e spergiurò di vendicarla. Poi, rivelandosi un vero maestro nella scelta dei tempi, le chiese di sposarlo. Si può immaginare che cosa gli rispondesse lei. “Che diamine, col genitore ancora caldo e coperto di sangue, venirmi fuori con certe idee!”. Se queste non furono le esatte parole, il concetto dovette risultare fin troppo chiaro, perfino a una testa di legno come don Ottavio.Nel frattempo don Giovanni, dopo un sonno ristoratore, e per nulla turbato dall’insuccesso della notte, passeggiava fiutando l’aria come un segugio: in tal modo era solito presentire l’approssimarsi di una donna, ed è raro che si sbagliasse. Infatti, di lì a poco, comparve una dama velata di nero, dall’aria profondamente afflitta. Appena egli cominciò a sciorinare le consuete galanterie, d’improvviso, con un grido, lei scoprì il volto e attaccò ad insultarlo. Poi si sciolse in lacrime, lo tempestò di pugni, quindi pianse di nuovo; infine ricominciò a dirgliene di tutti i colori.  Leporello guardava la scena con una faccia che diceva chiaramente: “te la sei voluta e ben ti sta”. Sì, perché l’afflitta non era altri che donna Elvira, l’ultima moglie di don Giovanni.  Avete capito bene, moglie, e come no! Talvolta il nostro uomo sposava le sue vittime, specialmente quando non poteva farne a meno. Per esempio ogni volta che c’era di mezzo un convento, una novizia o finanche una madre badessa: in questi casi giocava la carta del matrimonio. Le poverette ci cascavano e si facevano rapire, salvo poi ad essere piantate di lì a tre giorni.  Ma donna Elvira non era una tipa facile, una che si lasciasse mollare così sui due piedi, con l’abito da sposa ancora indosso. S’era ficcata in testa che il Cielo le avesse affidato una santa missione, grazie alla quale il fedifrago sarebbe stato redento. Ciò avrebbe pienamente giustificato il suo errore, fuggire dal convento e lasciarsi sedurre da un siffatto uomo. A vederla con quell’aria da Esercito della Salvezza stampato in volto, don Giovanni ebbe prima un moto di disappunto, poi la lasciò sfogare. Infine, usando Leporello come paravento, si accinse a battere in ritirata, ma ne fu impedito dall’arrivo di donna Anna e dell’immancabile don Ottavio. Senza dar peso alle voci che giravano sul conto dell’eccentrico cavaliere, ma interessandogli solo la sua fama di abilissimo spadaccino (la qual cosa avrebbe esonerato lui stesso dal battersi), don Ottavio chiese a don Giovanni protezione ed amicizia. Quello naturalmente gliele accordò, giurando che per sua mano la bellissima donna Anna sarebbe stata vendicata.  E lo disse con l’espressione più seria e solenne di questo mondo, tanto che persino il re degli scettici gli avrebbe creduto.  “Ma ora dovete proprio scusarmi, amici miei”, disse il seduttore. “Un affare imprevisto mi costringe a ritirarmi”. “Eh, ti piacerebbe cavartela così a buon mercato”, intervenne donna Elvira, che fino ad allora se ne era rimasta in silenzio,  rannicchiata come una tigre in attesa del balzo. “Signori, ve ne prego, non credete neanche una parola di quello che dice”. E narrò loro del suo infelice stato. “La poveretta ha perduto la ragione”, bisbigliò don Giovanni, rivolto agli altri due. “Perciò compiamo tutti un atto di misericordia: assecondiamola”. Poi, sottovoce a donna Elvira: “mia cara, se avete intenzione di fare una piazzata, riflettete su quello che dirà la gente”. E la trascinò via.Quasi stritolando il braccio di don Ottavio, donna Anna fece uscire un grido soffocato: “è lui!”. “Lui chi?”, disse l’ignaro fidanzato. “Ma lui, lui, il fellone. L’ho riconosciuto dalla voce”. “Cielo, è mai possibile?”, obiettò don Ottavio, al quale più di tutto sarebbe rincresciuto vedere don Giovanni trasformarsi in un nemico. Mille volte meglio averlo come amico.  “Mio bene, riflettete, ne siete proprio sicura?”. “Sicurissima”. “Ci mancava pure questa”, pensò don Ottavio seriamente preoccupato. “Qui c’è da rimetterci la pelle”.Don Giovanni, nel frattempo, s’era imbattuto in una festa di nozze paesana. Tale situazione non gli era affatto nuova, anzi costituiva da sempre un piacevole antidoto per gli affanni; specialmente nel caso in cui la sposa si mostrasse propensa a mutare stato, da contadina a gran dama, nell’arco di pochi minuti. Il seduttore prendeva grandissimo spasso a cronometrare la velocità con cui la villanella di turno si affrettava a far fagotto, abbagliata dal miraggio di un’esistenza più gratificante.Neppure la graziosa Zerlina ci mise molto a cadere nella rete. Il signor cavaliere, paragonato al suo Masetto, era un vassoio di prelibatezze di fronte a un piatto di polenta. Ma da un po’ di tempo a don Giovanni le cose non andavano più lisce come prima; Leporello se n’era accorto e stava zitto, naturalmente. Stavolta fu donna Elvira, sempre in agguato e agguerritissima, a rompergli le uova nel paniere.  “Attenta ragazza mia!”, esordì con voce concitata. “Costui mente come respira; vedi tu stessa come sono ridotta per colpa sua”. E avanti sullo stesso tono, finché, per coronare l’opera, la trascinò via con sé. Don Giovanni, tuttavia, non era tipo da arrendersi ai colpi avversi della sorte. Passando subito al contrattacco, ordinò a Leporello di invitare quei buoni paesani a una grande festa nel suo palazzo.C’erano prosciutti, pasticci e pasticcini. Il vino scorreva a fiumi. Non mancavano i suonatori, affinché tutti potessero ballare. Don Giovanni era davvero un signore munifico e liberale. Chiunque si presentasse al portone, nobile o plebeo, veniva accolto. Così, nella confusione generale, pochi si avvidero dell’approssimarsi  di tre maschere in domino.  Tiriamo a indovinare? Quali volti a noi ben noti potevano nascondersi dietro le tre maschere? Coi guastafeste raramente ci si sbaglia: si trattava proprio di donna Elvira, seguita a ruota da donna Anna e da quel sepolcro imbiancato del suo cavalier servente. Attendevano un passo falso di don Giovanni, che non tardò a manifestarsi.Mentre Leporello teneva occupato con l’assaggio di vini  diversi il caro Masetto - che a gran voce spergiurava di voler sbranare, anzi ridurre in polpette il signor cavaliere -, questi seguiva Zerlina come un’ombra, ovunque lei andasse. Non che la cosa le dispiacesse, malgrado gli avvertimenti di donna Elvira, ma è lecito supporre che egli le ispirasse un vago senso d’inquietudine. Da una parte non aveva nessuna voglia di sfuggirgli, dall’altra faceva di tutto per restare in mezzo alla gente.  Da tempo avvezzo a quel genere di manovre, lui la spinse a poco a poco verso uno stretto corridoio, che conduceva in un’ala deserta del palazzo. Zerlina, rendendosi conto di quale piega stava prendendo la situazione, si trovò all’improvviso di fronte a una scelta.  Decise di mettersi a urlare come un’ossessa.  Don Giovanni ebbe appena il tempo di sgusciar via attraverso una porta segreta, quindi acciuffare Leporello per la collottola e accusarlo davanti a tutti di essere il colpevole.  Meraviglioso tempismo: avrebbe ingannato chiunque, eccetto i tre rompiballe in maschera che dall’inizio avevano spiato ogni sua mossa. Peccato che a don Giovanni non servissero prediche. Bisognava semplicemente avere il coraggio d’infilzarlo, la qual cosa non era certo nelle corde di don Ottavio. Quanto a Leporello, uscì dalla festa piuttosto ammaccato e incavolato col suo padrone, che fu costretto a medicarlo con più di una moneta d’oro.Spuntò la luna e i due si ritrovarono a bighellonare sotto le finestre di donna Elvira, non senza una ragione, trattandosi di don Giovanni; ma la ragione non era donna Elvira, bensì la sua cameriera. Occorreva neutralizzare la padrona, renderla inoffensiva, cioè allontanarla fisicamente. A questo avrebbe provveduto Leporello, travestito da don Giovanni, il quale a sua volta avrebbe indossato gli abiti del servo. Molto spesso la realtà consiste soltanto in ciò che si vuol credere ad ogni costo, come insegna il caso di donna Elvira. Furono sufficienti l’abito di Don Giovanni, e soprattutto due paroline dolci, biascicate con voce contraffatta, a convincerla che si trattasse proprio di lui. Chi si trovò a mal partito in quel frangente fu il misero Leporello, costretto a tirarsi dietro quella palla al piede, e a tenerle testa a suon di giuramenti che gli facevano venire la nausea.  Malgrado avesse ora il campo libero, era scritto che a don Giovanni qualcosa dovesse andare storto. Improvvisamente si vide circondato da contadini armati di forconi, alla cui testa fieramente marciava il buon Masetto. Era lampante a chi volessero fare la pelle, ma l’abito di Leporello, unito al proprio talento istrionico e all’oscurità della notte, li convinsero che il servo ce l’aveva col padrone al pari di loro, se non di più, e così furono pronti a seguirlo.  Egli li spedì tutti da una parte e, trattenuto con sé Masetto, se ne andò con lui all’opposto. Raggiunto un luogo sicuro, gli diede il fatto suo e lo lasciò a terra coperto di lividi.Il vero Leporello, nel frattempo, aveva esaurito tutti gli argomenti con donna Elvira e, siccome non gli andava di passare alle vie di fatto, sfinito da quel lungo vagare negli stretti scarpini di don Giovanni, stava per lasciarsi prendere dallo sconforto. Lo salvarono i più acerrimi nemici di don Giovanni, cioè anche suoi, in quel momento, ma tutto era preferibile all’ardore di  donna Elvira.  Di fronte al furore di donna Anna e don Ottavio, seguiti da Zerlina e Masetto, ancora dolorante per le botte ricevute, l’infelice Elvira si gettò su Leporello, facendogli scudo col proprio corpo. “Giammai l’avrete!”, gridò, e tutti pensarono che decisamente le mancava una rotella. Intravedendo la possibilità di battere in ritirata, Leporello balbettò che lui non era don Giovanni ma Leporello, che gli dispiaceva tanto per donna Elvira e domandava umilmente perdono a tutti quanti. Arretrò di qualche passo e infine se la svignò attraverso un vicoletto buio, lasciando gli altri brasati dallo stupore.Era già notte inoltrata quando Leporello e don Giovanni s’incontrarono nei pressi di un cimitero: l’uno trafelato e con la lingua fuori per il gran correre, l’altro bello fresco e soddisfatto. L’aria tiepida e il luogo tranquillo invitavano a una passeggiatina tra le tombe, ideale dopo una giornata un po’ movimentata. E passeggiando passeggiando, s’imbatterono in un’enorme, anzi gigantesca statua. “Questo dev’essere il Commendatore”, esclamò don Giovanni, solo lievemente stupito da quella repentina apparizione. Leporello, invece, cominciava a sbiancare. “Padrone, questo marmo non mi piace. Pare proprio che ci stia fissando”.“Sei il solito fifone”, ribatté don Giovanni. “Anzi, già che ci siamo, invitalo a cena per domani sera”. Leporello fece per gridare, ma dalla gola gli uscì un debole fischio. “Sbrigati, buffone”, incalzò don Giovanni divertendosi un mondo. Al che il poveretto, tremante in tutte le membra, fece qualche passo in direzione della statua. Poi si fermò, s’inchinò e, balbettando, formulò l’invito.  Solennemente, con un cenno del capo, la statua rispose:  “sì”.Un siffatto ospite andava trattato con tutti i riguardi. Don Giovanni sapeva bene quale fosse il suo dovere nei confronti del vecchio, specialmente dopo avergli bucato la pancia. Fece allestire un sontuoso banchetto.  Leporello, in livrea di gala, aveva avuto tutto il tempo di recuperare il perduto buonumore. Lo aiutarono alcuni bicchieri di quello buono, arraffati di nascosto, insieme a un bel cosciotto succulento.  La cena ebbe inizio senza la statua.  Non che qualcuno si aspettasse di vederla comparire, soprattutto don Giovanni. Malgrado ciò, per suo ordine, una ricca sedia venne sistemata al tavolo, dove egli cenava da solo.  Non fu solo per molto. Trafelata, scarmigliata, in preda al sacro fuoco, giunse donna Elvira.  “Vengo a salvarti”, declamò, “prima che sia troppo tardi”. Per don Giovanni non c’era nulla di peggio di tutte quelle lagne. Tagliò corto: “o la pianti col piagnisteo e mangi qui con me, o te ne vai”.  Inorridita, ella corse verso il portone. Ciò che vide le fece tirare un urlo così acuto da rintronare tutto il palazzo: la statua, l’enorme statua avanzava inesorabilmente col passo cadenzato dei suoi piedoni di marmo.Elvira fuggì, e intorno a don Giovanni si fece il vuoto. Tutti si dileguarono, tranne Leporello, che giacque mezzo morto sotto il tavolo, protetto dalla lunga tovaglia.  Di tutti i paroloni che la statua tirò fuori, riuscì a capire una sola cosa: il vecchio pazzo voleva portarsi via don Giovanni, dove non si sa. Malgrado Leporello avesse mille ragioni per avercela col padrone, dopo tutto quello che gli aveva fatto passare, la prospettiva di vederselo rapire da una statua non gli garbava affatto. Dopo una predica lunga tre chilometri, che era tutto fiato sprecato, il Commendatore invitò a cena don Giovanni, porgendogli una mano grossa come una casa. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo, Leporello gli gridò di non farlo, ma don Giovanni non era mai stato un vigliacco. Afferrò la manona del vecchio e fu inghiottito da un’oscura voragine, che si richiuse sopra di lui.Quando Leporello trovò il coraggio di emergere da sotto il tavolo, si rese conto dello strano silenzio che avvolgeva le cose.  Il palazzo era deserto, il padrone non c’era più e non sarebbe tornato. Raccolse il mantello e uscì barcollando. Si diresse all’osteria.Quanto agli altri, se foste curiosi di sapere che fine abbiano fatto, ve lo dirò.  Sparito don Giovanni, che egli aveva ritenuto pericoloso tanto come amico che come nemico, don Ottavio ripartì all’attacco con donna Anna, sperando di trovarla più malleabile; ma ella gli domandò un anno di tempo per smaltire il suo dolore, rivelando quanto fosse ardente la passione che nutriva per lui. Donna Elvira tornò in convento e visse nel ricordo dello sposo, attribuendogli col tempo tutta una serie di virtù che non si era mai sognato di possedere. Zerlina fece buon viso e si accontentò del suo piatto di polenta, senza però escludere in cuor suo la possibilità di assaggiare, un giorno, qualcosa di più raffinato.

    V. Aida 

    C’era una volta nell’antico Egitto, mentre gli schiavi faticavano a tirar su le piramidi, una superba principessa di nome Amneris, che s’intendeva poco di sudore e fatica, ma sapeva tutto di unguenti e creme di bellezza. La sua arroganza era tale da tramortire qualunque uomo osasse alzare lo sguardo su di lei.

    Questa superbia era la spina nel fianco del Faraone suo padre, il quale ormai disperava di potersi trastullare un giorno con dei nipotini, e sospirava invano.

    Ma sentite cosa accadde alla superba principessa.

    Ella teneva presso di sé una schiava etiope di nome Aida, figlia di un re che tutti credevano morto. A differenza della padrona, Aida era dolce e mansueta. Spesso intonava melodie da far piangere i sassi, che Amneris trovava decisamente lagnose. Guai se avesse potuto leggere  nel suo cuore! 

    Purtroppo Aida nascondeva un segreto: era amata dall’unico esemplare maschile per cui Amneris avrebbe  ceduto volentieri corona e trono. Chi possiede tutto, spesso, vuole la sola cosa che non può ottenere.

    Radames, la superstar dell’esercito egizio, amava perdutamente Aida. Troppo aggressiva, Amneris, per i suoi gusti: l’avrebbe comandato a bacchetta. Meglio una pecorella smarrita che lo adorasse, aprendo bocca il meno possibile. La pecorella ovviamente lo ricambiava, morendo dal terrore di essere scoperta.

    Ora, avvenne che in Egitto risuonassero nuovi clamori di guerra: gli Etiopi tornavano all’attacco, non paghi delle sconfitte subite. Il fiero Radames già macinava luminosi progetti: uno, sbaraglio il nemico; due, colmo di gratitudine, il Faraone mi concede Aida. Liscio come l’olio.

    Ma non è sempre detto che due più due faccia quattro. Il nostro eroe in carriera aveva trascurato un piccolo dettaglio: Amneris. Certi sguardi calienti da lui rivolti a sappiamo bene chi, non erano sfuggiti alle antenne paraboliche della principessa. Con quegli occhi di fuoco puntati addosso, Aida tremava sempre di più.

    Un mattino vide avanzare la sua regale nemica. Senza l’ombra di un’ancella. “Sta cercando me”, pensò, gridando mentalmente aiuto. Amneris, tuttavia, aveva sulle labbra un sorriso incoraggiante,  e l’aria di chi si sta sgranchendo le gambe su e giù per il palazzo, stufa di star seduta sul trono.

    “Guarda un po’ chi si vede, Aida!”. La poverina spazzò il pavimento con la veste..

    “Su su, non è il caso che ti prostri, siamo entrambe figlie di re. Anzi, ti ho già detto più volte di considerarmi tua amica”.

    “Quando mai?”, si stupì Aida, ritenendo più prudente annuire e far buon viso a quest’ultima mattana della regale donzella. Pareva proprio che Amneris si fosse svegliata quel giorno col capriccio di conversare. In realtà seguiva un piano ben preciso: stordire la vittima, poi, di colpo, calare la scure.

    Il gioco riuscì. Alla notizia che il valoroso Radames era, ahimé, caduto in battaglia, Aida diede un grido straziante e stramazzò al suolo. Amneris la ghermì come un avvoltoio, arpionandola con le unghie lunghissime, laccate di viola.

    “Peccato che mi sia sbagliata: Radames vive”.

    “Vive? Grazie agli dei!”, mormorò Aida con un flebile sospiro. E svenne di nuovo.

    “Oserai dunque negare che lo ami, che lui ti ama?”. Amneris la scrollava come la bufera scuote un alberello. Ella rinvenne, per forza. Poi, già che si trovava a un millimetro dalle imperiali pantofole, abbracciò le gambe statuarie di Amneris, supplicandola di lasciarle l’uomo. Povera grulla, chissà chi credeva d’incantare.

    Radames, nel frattempo, mentre quelle due giocavano al gatto e il topo, avanzava sopra un carro trionfale, in mezzo alla folla inneggiante al vincitore degli Etiopi. Sbrigati principessa, molla la tua vittima e vatti a vestire d’oro, che lui ti veda risplendere come Iside in persona. In effetti Amneris, avendo udito il suono delle trombe e il boato della folla avvicinarsi, dette un’ultima strapazzata ad Aida e la lasciò a terra come un bambolotto di pezza.

    Fu un trionfo degno del più grande guerriero che si fosse visto in Egitto negli ultimi tempi. Era evidente che il Faraone puntava su quel giovanotto, nella speranza che gli togliesse la famosa spina dal fianco.

    Radames, invece, era lontano mille miglia col pensiero. Anzi, tutto quell’oro che riluceva dal trono, gli procurava un fastidio tremendo. “Che pacchianata”, mormorava tra sé. “Ma dove sarà finita Aida?”. Si guardò intorno preoccupato, fino ad incontrare due occhioni smarriti che facevano capolino dietro un elefante.

    Aida gli fece segno di tacere, poi sparì. Qualcuno l’aveva tirata per la manica. Uno che vantava su di lei i diritti del sangue: Amonasro, il re suo padre.

    Vivo e vegeto, si aggirava in incognito, travestito da vucumprà. “Ti devo parlare”, le disse brusco e sottovoce, “domani al crepuscolo al tempio di Iside”. Certo, qualcosa di brutto bolliva in pentola. “Che vorrà dirmi?”, tremò Aida, domandandosi se anche il padre avesse scoperto il suo segreto.

    Pareva proprio il segreto di Pulcinella. L’indomani al crepuscolo, sulle sponde del Nilo che fluiva silente, Amonasro venne subito al dunque: “tu ami Radames e lui ti ama; stasera ti ha dato appuntamento qui, non provare a negarlo”.

    “Ahi, così l’ha saputo”. Aida si morse le labbra.

    “Se fossimo a casa ti avrei già scorticata viva”, sibilò Amonasro. “Tuttavia, date le circostanze, mi trovo costretto a trarre vantaggio dal tuo colpevole amore: ho bisogno di sapere quale maledetto sentiero sceglierà il nemico per sferrarci l’ultimo attacco. Sta a te decretare la salvezza della patria, o condannarla alla rovina”.

    Aida emise un grido soffocato: “Trascinare nell’onta colui che amo?”.

    “Tradire la patria, piuttosto, rinnegare i parenti, far rivoltare tua madre nella tomba”, scandì Amonasro, abilissimo nel far scattare i sensi di colpa.

    Aida non era Amneris, su questo non ci piove, perché, se lo fosse stata, il caro Amonasro poteva pure attaccarsi al tram. D’altra parte, se lo fosse stata, Radames se la sarebbe data a gambe, per cui, tirate le somme, tra i due mali era sempre meglio essere Aida.

    Riflettuto su ciò in un lampo, ella chinò la testa in cenno di assenso. Amonasro andò a nascondersi dietro un masso, in attesa dell’ignaro giovanotto.

    Egli giunse in perfetto orario e tutto pimpante: le cose stavano andando a gonfie vele, teneva la situazione in pugno. Il Faraone gli aveva offerto Amneris su un piatto d’argento, o più precisamente d’oro, ma lui aveva glissato. Col nemico alle porte, sarebbe stato poco patriottico lasciarsi distrarre da simili progetti. Radames si gonfiò come un tacchino, orgoglioso del proprio acume. Sorda ad ogni lusinga, Aida s’impennò, investendolo con fuochi e fulmini. Una scenata in piena regola. Egli ebbe il suo daffare per calmarla: al vincitore degli Etiopi, aureolato di gloria, il Faraone non avrebbe negato nulla. Sarebbero vissuti felici e contenti su una nuvoletta rosa.

    Aida lo fece subito calare dalla nuvola, ricordandogli il solito insignificante particolare: Amneris. Con lei in giro non c’era altro scampo che la fuga. Il dado era tratto, Radames non poteva che cadere dritto nella trappola. Quale uomo avrebbe resistito?

    Dunque, fuggire. Mandare a quel paese, una volta per tutte, questo impero globalizzante. Fuggire nel deserto, per monti, per fiumi e per valli. Scoprire la natura incontaminata dell’Etiopia, la dolce patria di Aida.

    “Ma per quale via passeremo, se ci sono soldati dappertutto?”, sussurrò lei con un filo di voce.

    “Per questo non c’è problema”, rispose lui tranquillo, e ormai del tutto rimbecillito. “Il sentiero che ho scelto per tendere un’imboscata al nemico, farà al caso nostro”.

    “Quale sentiero?”, insistette Aida, sempre più flebile.

    “Le gole di Napata!”, concluse trionfalmente il nostro eroe.

    A questo punto Amonasro sbucò da dietro il masso. “Noi saremo lì ad aspettarvi”, proruppe stentoreo, come uno squillo di tromba. Radames fece un balzo, quasi gli fosse caduto in testa un tizzone ardente.

    “Ma chi, tu?”.

    “Sì, io, Amonasro,  il re degli Etiopi”.

    “Tu, il re? Che ho mai fatto!”, gemette il poveretto, “sono un traditore”.

    “Uno sporco traditore”, fece eco Amneris, incavolata marcia, catapultandosi fuori dal tempio di Iside, che le aveva offerto riparo fino a quel momento.

    Mancava che al Faraone fosse saltato il ticchio di celarsi dietro una palma, tanto per esserci anche lui; ma fortunatamente se ne stava a palazzo,  lontano dai guai.

    Dunque è vero, gente: il mitico Radames è caduto, e cadendo ha fatto tanto rumore. Ora che sta di fronte ai sacerdoti, ragazzi, sono cavoli suoi. Cosa gli racconterà?

    L’eroe è muto come una tomba. “Così si dà la zappa sui piedi da solo”, commenta il popolo scuotendo la testa. “Presto lo vedremo sparire sottoterra, e chi s’è visto s’è visto”.

    Eppure qualcuno lavora per salvargli la pelle: Amneris, la superba. Avvolta in un frusciante mantello, ella scivola nella sala dove il prigioniero attende la fatale sentenza. “Mi è dato ancora salvarti”, pronuncia in tono ieratico. “Discolpati, ed io impetrerò la tua grazia”.

    “Parli di grazia, tu che mi hai tolto Aida, che forse l’hai uccisa? Odio la vita e non vedo l’ora di scendere nella tomba”.

    “No, tu vivrai!”, grida Amneris, caduta finalmente dal piedistallo. “Lo sai quante notti ho vegliato per te, spargendo lacrime amare?”. E soggiunge: “Ti sbagli, Aida non è morta, è solo scomparsa”.

    Tutto inutile, cara principessa, il potere stavolta non ti servirà a nulla. L’imbecille è come un toro impazzito e tu non conti niente. Tra lui e te c’è un muro tanto spesso che ad abbatterlo non basterebbero mille schiavi d’Egitto.

    I sacerdoti, con voce tonante, scandiscono le accuse, una volta, due, tre; ma Radames è muto come un pesce.

    Intanto Amneris si dispera, si torce le regali mani, si spezza le unghie, si strappa i capelli, mescola l’umiliazione alle lacrime. Poi, come è nell’ordine delle cose, la tensione si scioglie. Il pazzo viene condannato a scendere vivo sottoterra, e la nostra principessa, fin troppo punita per la sua superbia, può cominciare a piangerlo come si piange un morto.

    E Aida, mi chiederete, dov’è finita? Se ve lo dico, ho paura che non mi crediate. Eppure, le cose più incredibili accadono talvolta sotto la luce di Osiride, e non soltanto nelle fiabe. La mite pecorella s’era nascosta nella tomba dell’amato giovane. Proprio così, ci si era infilata alla chetichella, allo scopo di morire con lui.

    Qui si sono tutti bevuti il cervello, direte voi. Dipende dai punti di vista, dico io.

    C’è sempre chi preferisce un giorno da leone a una vita da pecora. Quali gioie ineffabili abbiano goduto i due amanti nel buio discreto della cripta, prima di scivolare nel sonno mortale, tutti noi siamo in grado di immaginarlo. E’ quindi lecito affermare che essi, anziché vivere, morirono felici e contenti.

    Quanto alla povera Amneris, lasciamo che si culli nell’illusione e consumi le ginocchia sulla nuda pietra. Un fato crudele, insieme alla cieca giustizia degli uomini, le hanno strappato lo sposo. Lui è là, solo, nell’oscurità della tomba. Immobile e freddo come il marmo, ma totalmente, eternamente suo. 

     

     

    X. L’opera da quattro soldi (da un libretto mai musicato) 

     

    C’era una volta, non troppo tempo fa e non importa dove, un giovane  assicuratore di non so quale Compagnia, il cui nome non ha molta importanza. Quello che ci preme stabilire è cosa facesse il suddetto assicuratore nei ritagli di tempo, nelle ore buche, quando gli saltava un appuntamento,  durante le code ai semafori,  a notte tarda, o la mattina presto ogniqualvolta non riusciva a dormire, cioè quasi sempre.

    Se si fosse potuto leggergli nel cervello, sulle prime si sarebbe rimasti colpiti dal groviglio di segni neri costituenti una matassa indistinta; poi con pazienza e lenti adeguate il groviglio avrebbe preso forma di lettere, parole, frasi e infine periodi separati da una congrua punteggiatura. Insomma perché girarci attorno? Il nostro assicuratore pensava e ciò che pensava lo metteva su Word, come dire nero su bianco: era uno scrittore. Per la precisione era convinto di esserlo, il che è comune a tanti.

    Tutto era cominciato anni prima con un diario segreto, indi c’erano stati tentativi di racconti, qualche timida poesia, un breve romanzo epistolare pubblicato a sue spese ed ora il grande salto, la fatica degli ultimi mesi, un romanzo vero. Di quelli con tutti i crismi, bei personaggi, bell’intreccio, dialoghi serrati, parolacce al posto giusto, sesso quanto basta: a dirla tra noi, il solito giallo che se fa tanto di piacere al pubblico è come il maiale(o la tesi di laurea), non se ne butta via niente. E stavolta lui faceva sul serio, voleva il successo e l’avrebbe avuto.

    Cosa poi si celasse dietro questa determinazione, frustrazioni varie, ossessioni di grandezza o spinte mediatiche, noi lo rimettiamo all’analista e al sociologo di turno, poiché onestamente non ce ne può fregar di meno. Ci interessa invece il modo insolito con cui ebbe a ottenere ciò che voleva più di ogni altra cosa al mondo.

    Appena finito di depositare (personalmente, non fidandosi delle poste) il frutto dei suoi sforzi presso i grandi editori (basta con le mezze tacche, aveva giurato a se stesso), egli si disponeva ad attenderne un qualche responso, quando del tutto inaspettata gli giunse la convocazione da parte del più grande, il mitico, il supremo. Certo non da lui in persona, ma tramite un funzionario inequivocabilmente attendibile che fissò l’appuntamento il tal giorno, alla tal ora. La certezza di non essere vittima di uno scherzo lo sosteneva incrollabile, fondata su un basso continuo che gli andava ripetendo che quella era la volta buona. Per cui non si concesse neanche il beneficio del dubbio, domandandosi almeno perché lo avessero chiamato tanto presto: ciò corrispondeva talmente ai suoi desideri e all’intima convinzione di essere un genio che non si pose alcun dilemma. Andò.

    Il funzionario, di cui riconobbe la voce gracchiante, lo ricevette un lunedì pomeriggio alle cinque. L’ufficio non aveva nulla di speciale, era solo stranamente privo di mobilio, fatta eccezione per un largo tavolo di stile avvocatesco e due sedie di pelle nera. Di fronte al nostro scrittore stava un tipo apparentemente insignificante, di età indefinibile, col cranio liscio e un paio di occhiali all’antica, grandi e dotati di lenti scure. Benché fosse impossibile coglierne l’espressione e si presentasse a mezzo busto, come tagliato in due, giacca e cravatta senza pantaloni, il giovane seppe all’istante con chi aveva a che fare. Si stupì tuttavia di non provare terrore, ma solo una vaga inquietudine e un senso di freddo.

    Ci sono fenomeni che si comprendono prima con l’istinto che con la ragione, e certezze che si raggiungono senza bisogno di prove. Restava da vedere se avrebbe potuto ricavarne effettivi vantaggi, o se in cambio gli si chiedesse troppo. Per “troppo” egli certamente non intendeva l’anima, poiché quella era già disposto a barattarla, bensì qualcosa di oscuro, una clausola che al momento gli sfuggiva e in seguito non avrebbe potuto controllare.

    Tutto questo gli balenò per un attimo, mentre teneva sotto gli occhi il contratto pronto per la firma. Si provò a leggerlo e rileggerlo, ma non riuscì a trovare niente di scorretto. Chi può dire se leggesse davvero o credesse invece di leggere? Diciamo che il suo sguardo era fortemente distratto dall’assegno che la mano dell’altro gli aveva allungato sotto il naso. Anche la penna gli fu porta con sollecitudine: firmò.

    Da quel fatale lunedì, l’esistenza dell’ex assicuratore non si limitò a subire un mutamento radicale. Il successo, o meglio la fama, o più esattamente la gloria, lo investì come un’onda anomala di proporzioni planetarie, uno tsunami che avrebbe potuto sommergere la Terra con i suoi abitanti. Fu un caso letterario senza precedenti che fece il giro del mondo e dei talk- show; apparve negli angoli più remoti e improbabili del Pianeta, fu tradotto in lingue mai sentite, fu veduto in mano agli analfabeti; se ne fecero film per la televisione, per il cinema, pezzi teatrali d’avanguardia e non, letture pubbliche, letture radiofoniche, riduzioni per bambini, fumetti, poster, T-shirt. E naturalmente ad esso seguirono i libri-fratelli, sfornati dopo una gestazione di circa nove mesi e non meno osannati del libro-madre. Infine arrivò il Nobel.

    E’ palese che in tutto ciò vi fosse qualche stortura, principalmente per il fatto che mai una critica si levò all’indirizzo dell’opera, nemmeno uno straccio di voce dissidente da nessuna parte. Se si apriva bocca era per cantarne le lodi, quasi che tutti fossero vittime di una strana forma di persuasione, una sorta d’ipnosi collettiva che in tempi lontani e fiabeschi avrebbe preso il nome d’incantesimo.

    L’unico a non essere sfiorato dalla magia era il diretto interessato, che, pur navigando e quasi affogando nell’oro, non ne aveva la mente ottenebrata. Anzi, più il tempo passava più si sentiva investito da una tagliente lucidità. Innanzitutto riguardo a se stesso.

    Lui che si era creduto un genio, prima, ora che ognuno lo considerava tale senza un briciolo di discussione, ebbene, adesso era il solo critico della sua opera. E tanto severo da concludere alla fine che si trattasse di un’opera da quattro soldi, madre e fratelli compresi, tutto un cumulo di fesserie. Passando i giorni ciò gli divenne insostenibile, e visto che sapeva bene chi dover ringraziare per lo scherzo di pessimo gusto, tornò dopo anni al punto di partenza.

    Pareva che il tipo non si fosse mosso di un millimetro dalla postazione che faceva svettare il suo mezzo busto, quasi avesse sonnecchiato tutto quel tempo nell’attesa della scena che doveva svolgersi, unico scopo del suo essere lì. Solo, qualcosa di simile a un ghigno ne deformava impercettibilmente l’espressione; il che offrì al nostro scrittore un appiglio per entrare in argomento.

    Protestò di essere vittima di una frode, o meglio, si corresse, di un vizio del contratto introdottovi a sua insaputa o di cui probabilmente non s’era accorto, magari, perché lui aveva sempre creduto che in gioco ci fosse la sua… e invece solo ora si rendeva conto che ben altro era stato il prezzo. A questo punto raschiò la gola e fece una pausa in cui l’altro s’inserì con perfetto tempismo.

    Caro signore, proferì con estrema pacatezza, non vorrà farmi credere che Lei ignorava le nostre regole. Il contratto non ha mai, dico mai, indicato la Sua anima quale risarcimento dei…chiamiamoli favori da noi elargiti riguardo alla di Lei carriera, se così vogliamo definirla. Aggiungo che il commercio delle anime da tempo non è più nel quadro delle nostre attività. La invito pertanto a rileggersi il sopracitato contratto. E gli porse una cartellina nera, anticipando la mossa che l’altro fece per afferrare la sua, di colore viola.

    Lo scrittore lesse, e leggendo fu quasi abbagliato da una luce di suprema consapevolezza: vide se stesso e si comprese come mai gli era accaduto prima. Seppe di essere un artista mediocre, ne fu definitivamente certo, come si può esserlo di fronte a un’equazione matematica. Era tutta scritta sul contratto la storia della sua trasformazione da felice illuso con manie di grandezza, a disperato cosciente di sé. Questo il prezzo, in cambio dell’oro e della laude dei contemporanei, che si sarebbe dissolta in indifferenza dei posteri. In pratica, un’enorme bolla di sapone, della quale soltanto lui era a conoscenza, e che dimostra quanto in simili casi il sapere costituisca una condanna. Stavolta l’impassibile funzionario ghignava apertamente.

    Tentando di scusarsi per la sua dappocaggine, il poveretto domandò con voce flebile che gli fosse concesso recedere dal contratto. La risposta si perdette in un sibilo e risultò difficile coglierne il senso, almeno per noi, impotenti spettatori di quella situazione incresciosa. Privati della consueta onniscienza di narratori, in quel caso dovemmo soccombere, non ci fu verso di conoscere come la storia andasse a finire.

    Fiduciosi, tuttavia, che il lettore sappia trovare da sé una soluzione per questa vicenda, da parte nostra suggeriremo due ipotesi principali. A) Non è impossibile che il solerte funzionario fosse una sorta di buon diavolo moralista e finisse quindi con l’esaudire la richiesta dello scrittore – il quale in tal caso se ne tornò a fare l’assicuratore - dopo aver cancellato il tutto (compresa l’opera da quattro soldi) con un provvidenziale colpo di spugna. B) E’ altresì possibile che si trattasse di un vero diavolo maligno e non fosse disposto a fare sconti a chicchessia, onde per cui si aprono due sottoipotesi: B1) lo scrittore si rassegnò e col tempo imparò ad apprezzare gli innegabili vantaggi della propria condizione, ritrovando la perduta autostima a colpi di strizzacervelli; B2) lo scrittore non si rassegnò, cadde in profonda depressione e una notte senza luna si gettò da un ponte dell’autostrada, con un pesante zaino sulle spalle contenente tutta la sua opera.

    La mia casa, ovvero la Pappa Fatta

     

    Credo proprio di essere una di quelle non rare persone che fin dalla nascita si sono ritrovate la pappa fatta.  Ciò rappresenta un grosso svantaggio.  Si sa che quando la vita ti applica  un bel razzo acceso, per usare un eufemismo, sul fondo della schiena, che tu lo voglia o no, sei costretto a darti una mossa.  Nel mio caso, invece, tutto il contrario: io potevo dormire tra sette guanciali, non perché si nuotasse smodatamente nell’oro, bensì a causa di quella tipica agiatezza piccoloborghese, accompagnata da grigiore e sonnolenza, che contraddistingue la classe impiegatizia cui appartenevano i miei.

    Classe impiegatizia alquanto spuria, a dire il vero, perché derivante da un’improbabile mistura di decaduti fasti nobiliari austroungarici e da ex solida borghesia lombarda.  Ciò significa che, se putacaso mi fosse passato per la testa di fare la parrucchiera, non dico la fisioterapista, perché negli anni Settanta non era ancora di moda, avrei certamente suscitato un coro di proteste inorridite.  Una ragazza di buona famiglia doveva fare il classico, come minimo, e poi l’insegnante di lettere come mia zia, cheperunadonnaèsempreilmestierepiùbello.

    La mia casa di allora era lo specchio dei suoi abitanti.  Un’amica che anni dopo ebbe la ventura di entrarci, rimase addirittura sconvolta dalla sua atmosfera da loculo.  Forse esagerò un poco, probabilmente influenzata dalla conoscenza diretta dei miei genitori, ma nell’insieme la sua impressione si può definire esatta. 

    Il palazzo è ancora là, piantato e solido, al centro di una delle vie più trafficate di Genova.  Con la facciata rifatta sembra persino elegante, una vecchia signora del primo Novecento.  L’appartamento è quasi più un ufficio che una vera casa:  al piano ammezzato, tra il viavai dei condomini; una volta, di fronte c’era pure un bordello, che poi è stato chiuso. 

    Ma la cosa più triste erano i mobili.  Non antichi e neppure vecchi, ma raffazzonati, senza senso: qualcuno persino nuovo, di formica, come i pensili e il tavolo della cucina; altri, commissionati a un falegname di Carpeneto amico di mio padre, che vive ancora poveretto, ma per fortuna non lavora più. Si dà il caso che i prodotti della sua arte, in tutto il loro splendore, me li sia goduti io nella mia camera, la più allegra di tutta la casa, per via del suo colore chiaro, mentre il resto era di un marronaccio cupo.

    Qui trascorsi un’adolescenza non del tutto infelice.  Mi attirerei un fulmine se osassi affermare il contrario.  In fin dei conti la pancia era piena, freddo non ne sentivo e quanto a certe esigenze estetiche, tipo la questione dei mobili, non mi pare il caso di farne una tragedia. 

    L’atmosfera, quella sì che non posso dimenticarla, anche se adesso ci ripenso come a un morbillo contratto nell’infanzia, senza ombra di rimpianto.  Ecco, l’atmosfera che vi si respirava potrebbe far pensare a quei treni regionali della linea Genova-Ovada, polverosi, coi loro ritardi sempre uguali, noiosi e prevedibili, fermi sul ponte dell’Acquasanta o in galleria, che t’infondono quasi un senso di sicurezza nel loro disordine.  

    La mia casa era così, come un treno di pendolari, con l’odore della pappa fatta che aleggiava intorno e ti si avvolgeva nella mente .

    Ma c’era anche una pappa non metaforica e tutt’altro che dannosa, riservata allo stomaco. Mio padre, ragioniere ipocondriaco che poco o nulla conservava del sangue avito, ma teneva in gran considerazione il medico di famiglia, mio padre cucinava da dio.  Poche cose e sempre le stesse, tanto per non smentire il culto dell’abitudine; però tali da sovvertire una  volta per tutte l’idea che un uomo prevedibile non possa nascondere ogni tanto una sorpresa.   In cucina mio padre faceva volteggiare la sua mole di cento e passa chili in modo quasi leggiadro, brandendo il cucchiaio di legno.  Il ricordo del suo sugo di carne, del suo risotto, delle sue focacce al formaggio e alla salvia, delle sue frittatine al pesto, dei suoi gnocchi di patate mi accarezza il cuore.  Penso:  è tutto ciò che mi resterà di lui quando se ne sarà andato, il sapore dei suoi sughi.

    Fu all’epoca del liceo che cominciò la mia fuga da casa.  Fuga virtuale e per nulla avventurosa, dietro la porta della mia stanza, interrotta regolarmente all’ora dei pasti.  I libri, i voli della fantasia possono costituire una comoda soluzione per chi non è capace  di rinunciare alla famosa pappa.  Ci sono molti modi di chinare la testa:  uno fa il dentista perché lo faceva suo padre, o l’impresario di pompe funebri per non rompere una tradizione di famiglia;  un altro semplicemente non sa cosa fare di se stesso. 

    Mia madre, lei parlava poco, forse per compensare la logorrea di mio padre, i cui argomenti vertevano costantemente su certi temi fissi come mifamalequimifamalelà,  o cosasimangiaoggi,  o cosac’èoggiallatele. 

    A volte rideva, e quando rideva lei era una festa, perché per un breve istante tornava ad essere quella che era stata e che io non avevo mai conosciuto.  Il suo riso somigliava a una specie di acuto prolungato, che solo a sentirlo ti faceva piegare.  Aveva perso quasi tutto con la guerra.  Poi un cugino le aveva procurato un posto fisso alla Camera di Commercio di Genova, in archivio, il classico piacere fatto a una parente povera. 

    Negli uffici si portava allora la cappa nera.  Da bambina ci sono stata in quel buco polveroso: oltre a mia madre c’erano tre vecchie signorine, di cui una gobba, una nana e l’altra enormemente grassa.  Tutte parlavano con voce tremula e gentile, sottovoce, per non disturbare.  E scrivevano, scrivevano su grandi libroni, col pennino e l’inchiostro.

    Mia madre era allegra, malgrado tutto.  Talvolta alla sera dispiegava sul tavolo della cucina un’enorme camicia di mio padre, accingendosi a stirarla.

    Io la guardavo attonita, chiedendomi come facesse a seguire tutte quelle anse di stoffa senza smarrirsi; a un certo punto, trionfante, lei sollevava tra le braccia la camicia come una vela, poi, energica e veloce, cominciava a piegarla.

    Non mi raccontava quasi nulla, mentre io a lei tutto.  A noi piaceva camminare nei vicoli dopo l’ufficio, prima di tornare a casa;   lei si rianimava, io la prendevo a braccetto e finivamo per comprare la focaccia al formaggio.  Ogni tanto si andava da Buonafede a mangiare un krapfen con la panna, e allora sì che era festa.

    Oggi mia madre è vecchia e cerca invano le parole, che buffo, ma è tardi per raccontare.  Di lei mi resterà il silenzio e l’eco della sua risata.

    La casa di Genova è vuota, non ne vogliono sapere di affittarla.  Una volta al mese ritiro la posta e ogni tanto mi pigliano questi pensieri,  di quale svantaggio ci sia nel ritrovarsi la pappa fatta, anziché un bel razzo acceso sul didietro,  e cosa significhi non aver saputo far nulla di se stessi.

    Ma per quanto mi sforzi, non riesco a fare di questo una tragedia, né a spremere una lacrima che non contenga pure qualcosa di dolce.                                                                                                             

     

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    8 luglio 2010
    Presentiamo la copertina del nuovo libro di Cristina Bobbio: "Papagena, amore mio, Guida semiseria ai libretti d'opera."
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