|
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Giuliano Montagna. La politica dell’Australia bianca è durata quasi un secolo In Australia non c’è mai stata la separazione razziale come in Sud Africa, se non ché, con l’arma politica “dell’Australia bianca”, attuata di fatto nel 1850, e continuata, in parte, fino al 1966, gli aborigeni sono stati segregati di fatto. Il fine dell’Australia Bianca era di garantire le risorse e il potere politico di controllarle solamente ai bianchi, e per primi ai discendenti degli inglesi, che l’avevano colonizzata. Per questo oltre alle genti di colore per un bel po’ di anni i governi australiani hanno chiuso la porta in faccia anche ai sud europei, perché i capelli li avevano neri, e non biondi, e gli occhi non erano azzurri abbastanza. Con serrature di questo genere, che sbarravano le porte, a rimaner fuori, manco a dirlo, erano gli indiani, i neri, gli arabi ed i nord africani, e perfino gli eschimesi. Le origini di questa sistematica discriminazione risalgono all’incirca al 1850, quando i cercatori d’oro negli stati del Victoria e del nuovo Galles del Sud contestarono la presenza massiccia nei campi auriferi di cercatori d’oro provenienti dal Celeste impero. Ci volle poco perché i minatori provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti dessero loro la caccia, che si concluse con parecchi morti a Lambing Flat e Buckland River, e non ci volle altro per i due governi statali per costringere i cinesi a lasciare il paese e a restringerne l’immigrazione. Poi fu la volta dei kanakas, provenienti dalla Nuova Caledonia e da altre isole del Pacifico, che lavoravano nei campi di canna del Queensland e in alcune fattorie. I bianchi, timorosi di perdere il lavoro, oppure che accettassero salari più bassi, si opposero non solamente ai kanakas ma a tutti gli immigrati. Lo Stato del Queensland minacciò di non entrare a far parte della federazione (nel 1911) se tutti i “colorati” non fossero stati rimandati a casa loro e non venisse posto fine al traffico degli indigeni delle isole del sud pacifico. Esponenti politici di altri due Stati, Nuovo Galles del Sud, avvertirono che non ci sarebbe stato più posto in Australia del futuro per asiatici e genti di colore. Questo divenne legge federale nel 9001. La legge prevedeva l’espulsione di tutti gli immigrati indesiderabili e nuove restrizioni sull’immigrazione, ad esempio gli insani di mente o coloro che potevano finire a carico dello stato, elementi pericolosi, ammalati, portatori di malattie contagiose, criminali, prostitute e manovali anche in possesso di contratti di lavoro. Un’altra restrizione ha il sapore di beffa. Prima di poter sbarcare gli aspiranti immigrati dovevano sottoporsi all’esame di dettato. Non nella loro lingua, naturalmente. La lingua veniva decisa dal doganiere di turno che, se in vena di scherzare, poteva imporre ai poveracci la lingua cinese, o qualsiasi altra. Queste forme odiosamente restrittive resero popolare all’opinione pubblica la politica dell’Australia bianca. Ma non solo: nel 1919 l’allora primo ministro Hughes sostenne che quella politica aveva reso un grandissimo servizio al Paese. Il concetto di una Australia bianca, abitata solamente dai discendenti dei coloni britannici, è stata ribadita allo scoppio delle ostilità con il Giappone, se non ché nel corso del conflitto affluirono nel paese molte persone “colorate”. Molti lo lasciarono a guerra finita; diversi però restarono sposando magari delle donne bianche. L’allora ministro dell’Immigrazione Caldwell ventilò l’idea di espellerli, ma questa volta l’opinione pubblica dissentì. Nel 1949 l’allora primo ministro Holt consentì a 800 rifugiati non di razza bianca e a molte spose di guerra giapponesi di restare nel paese, e questo viene considerato ancora oggi il primo passo per l’abolizione della politica dell’Australia bianca. Il secondo, e più importate passo fu quello di consentire a chi risiedeva in Australia da almeno 15 anni di acquisire la cittadinanza: nel 1958 venne emendata la legge sull’immigrazione, che aboliva il “famoso” esame di dettato, con cui non si consentiva l’ingresso agli indesiderati a discrezione del solo funzionario doganale di servizio alle frontiere. La nuova legge, invece, consentiva l’immigrazione anche ai non europei in possesso di qualifiche professionali utili all’Australia, considerati facilmente adattabili nella società. La “morte” ufficiale della politica dell’Australia bianca è avvenuta nel 1966. In quella occasione venne stabilito che i residenti da almeno 5 anni potevano ottenere la residenza permanente. Giuliano Montagna
|