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LA BOCCIATURA DI UN CINEFORUM La bocciatura di un cineforum organizzato fra colleghi, amici e perché no, semplici curiosi, non dovrebbe suscitare alcun clamore: le alternative non mancano e poi, sebbene difficile da ammettere per un cinefilo, non tutti condividono questa passione. Per tali motivi, il giorno in cui il mio entusiasmo venne fiaccato da un rifiuto pressoché unanime nei confronti della suddetta iniziativa non avrei dovuto pormi alcuna domanda ma, semplicemente, rivedere la mia idea di serata alternativa. Tuttavia di rado rinuncio alla sfida lanciata dalle due semplici ed affascinanti sillabe che costituiscono la parola “perché” e proprio da qui, da questa domanda, iniziano le mie considerazioni. Il cineforum altro non è che un pretesto, un artificio letterario che mi consente di introdurre un disagio reale, talmente reale che la sua diffusione, come spesso accade, l’ha reso consuetudine, prassi, accettata, al punto tale dal far apparire anacronistica e vagamente farsesca ogni forma di denuncia. Il fenomeno su cui punta il faro polemico, geograficamente limitato alla mia realtà, la città di Milano, è l’ormai diffusa incapacità - trasversale ad ogni fascia d’età ma più dolorosa quando essa colpisce le nuove generazioni - di godere dell’armonia, della passione e del trasporto che l’arte sa offrire, sia essa figurativa che letteraria: romanzi e poesia sono le espressioni che maggiormente risentono della crisi. Il lettore, a questo punto, ha il diritto ed il dovere di denunciare una grave imprecisione in ciò che ho scritto: l’espressione “diffusa incapacità” infatti, addossa sulle vittime la colpa dei carnefici, nulla di più ingiusto, e me ne scuso, avrei dovuto esprimermi in modo diverso, denunciando il divieto, imposto a noi tutti, di appropriarci dei doni del “bello”. È un fatto tristemente noto che una lirica, con le disarmanti sinestesie, l’ardito uso dell’ossimoro, i suoi dolci simboli o un romanzo, densamente popolato di immagini, critiche e spericolate allegorie della realtà, siano considerati “faticosi”, non in grado di impegnare le nostre ore libere e, in ogni caso, non in grado di competere con i nuovi svaghi, immediati e confezionati con colpevole sapienza. Non voglio essere profeta di sventure o, ancor peggio, rimarcare l’ovvio, e non intendo nemmeno incolpare il progresso bensì porre la questione, lo è veramente ? E, in primo luogo, tutto ciò che ci viene proposto lo è ? L’attuale sistema sociale, con i suoi meccanismi diretti, unilaterali e capillari di comunicazione, è davvero una fonte di crescita ? Non sarà, al contrario, il “carnefice” di cui sopra, impegnato a creare modelli, imponendo a noi tutti di seguirli per poi, quale coronamento di un’esistenza, sostituirci ad essi ? Non sarà, tale sistema, il responsabile di un appiattimento, di una pigrizia che ci priva della bellezza e che, al tempo stesso, ci impedisce di apprezzala al di fuori di esso? Il lettore stia pur certo che non è mia intenzione muovere guerra alle nuove tecnologie, un elemento imprescindibile per ogni spirito curioso, per chiunque ami conoscere, vedere, vivere la propria sensibilità pienamente e, aspetto non meno importante, fonderla con quella di tutti coloro che la condividono, ignorando barriere geografiche o culturali: i nuovi mezzi di comunicazione, e le forme attraverso le quali si articolano, potrebbero essere lo strumento eletto per la diffusione, la comprensione, la creazione di nuclei innovativi, plasmati sotto la forgia delle più diverse ed interculturali forme d’arte. Questi strumenti, tuttavia, se impugnati come un’arma, come un oggetto per nulla scevro da condizionamenti, ma, al contrario, rigidamente sottoposto a criteri utilitaristici, trasformano il progresso in una mera colata di cemento, colata non sempre metaforica. L’effetto di questa aberrazione tecnologica - peraltro sotto gli occhi di tutti - è la disgregazione delle coscienze estetiche, la diseducazione nei confronti di ciò che viene detto, sia esso un archetipo (e quindi per definizione preesistente alla storia) o il frutto di una sintesi materialistica, il momento artistico, l’esperienza sensibile e sensoriale per definizione. A ciò si aggiunga la dilagante incapacità di cogliere l’estetica nella sua naturale definizione, quale settore della filosofia (o della vita) atto alla conoscenza del bello naturale e artistico, ovvero del giudizio di gusto. Stiamo davvero assistendo al passaggio di consegne tra un essoterismo culturale ed uno puramente mediatico ? Arrivato a questo punto, e dopo un prolungato ma innocente indugio, avverto con insistenza il desiderio di definire la forma del mostro: i suoi artigli, le possenti braccia e le sottili antenne. I primi due elementi che vorrei porre all’attenzione del lettore, sottili ma non per questo meno evidenti, sono la capillarità e l’unilateralità con cui questa affascinante e brutale entità divulga il suo messaggio. Essa non ammette replica, impone un’idea ed un linguaggio standardizzati per farsi riprodurre, un codice privo di creatività, l’antidoto contro qualsiasi contaminazione estetica, nessuno è libero di inventare parole, immagini, emozioni, suoni e nel contempo tutti, nessuno escluso, imparano la grigia e desolante codifica. Se questo preambolo ha scosso la coscienza del lettore, la qual cosa mi riempie di un certo, sinistro autocompiacimento, analogo effetto avrà il prosieguo della ripugnante descrizione, una dettagliata panoramica sui modelli che la moderna creatura ci impone di seguire, venerare e, in ultima analisi, rimpiazzare con ciò che di noi è rimasto. Si tratta di forme (o formalismi) predefinite entro le quali vivere il presente ed immaginare il futuro, tutto è concesso ma solo all’interno di questi templi d’argilla da cui la fuga sembra mera utopia. Il messaggio è chiaro: sognate, vivete, sperate, dipingete su questo foglio, ma non uscite dai margini, questo ci viene insegnato per tutelarci o, come direbbero i malpensanti, per controllarci. Tutto ciò opera come un dolce veleno, dolce solo in quanto inconsapevole, per coloro che amano il vagito di una neonata emozione, magari esploso di fronte ad un semplice verso e che invece sono costretti ad osservare un continuo genocidio emozionale. Ragioniamo sul seguente elemento: i momenti che direttamente o indirettamente viviamo, nonché i pensieri che elaboriamo e le nuove sensazioni che siamo in grado di sperimentare sono, in misura maggiore o minore, figli degli stimoli che provengono dall’esterno e se tali stimoli divengono onnicomprensivi a noi rimane ben poco. Ogni singolo messaggio, oggigiorno, contravvenendo a tutti i dettami artistici (semmai l’arte ne abbia avuto uno), contiene tanto l’emozione che si propone di scatenare quanto - ed il solo pensiero genera in me dolore - la reazione ad essa: ciò che ne deriva è l’assuefazione, la resa incondizionata di fronte ad un tutto esterno che produce un nulla interiore. Le conseguenze le immaginiamo, il lettore ancora in grado di farlo si ritenga pure un privilegiato: atrofie cognitive, rifiuto nei confronti di tutto ciò che è in potenza e richiede, per realizzarsi in atto, un qualsiasi sforzo interpretativo, la soggettività sembra bandita in nome di una spenta unicità, piatta e circolare. I romanzi abbandonati ed i versi letti solo in contesti scolastici ne sono una prova: le menti e le fantasie non sono abituate a compiere quei soavi voli interpretativi che permettono di planare dolcemente sui tappeti d’emozione che gli autori hanno intessuto per noi, il disinnamoramento è molto più doloroso di un amore mai nato. Sebbene il quadro dipinto dalla mia penna virtuale appaia cupo, quasi disperato, vorrei rassicurare il lettore e, perché no, anche me stesso: quando viene descritto un problema ed in particolar modo, quando chi lo descrive ne è coinvolto (o sconvolto), gli accenti risultano marcati ed i toni gravi, si ha quasi la sensazione che una totalità di male sovrasti un bene infinitesimo, non sempre è così: uomini, ragazzi, autori in gamba e sensibili esistono, sono molti ed in molti luoghi ma, come il lettore sa bene, non sempre è la cardinalità di un problema a renderlo tale, non è necessario un rigido inverno, ma un’ora di gelo basta per bruciare un germoglio. Matteo Bosco
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