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Editoriali recenti
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Rodolfo Vettorello |
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domenica 08 agosto 2010 |
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo: IL CLAN VERDURIN di Rodolfo Vettorello A San Pietro di Feletto, nei colli a poca distanza da Conegliano, presso il bed&breakfast “Casa Flaminio” di via Pianale 61 ha sede un quasi sconosciuto nel luogo ma famoso nel mondo degli intellettuali, un Centro Culturale chiamato “Clan Verdurin”. Punto di incontro e polo di riferimento per artisti, pittori scrittori e poeti. L’Associazione Culturale tra le altre attività ha gestito nel corso dell’anno 2010 la quarta edizione del Premio Nazionale di Poesia Religiosa intitolato: “I Versi di Dio”. Si dice i colli di Conegliano e la mente va subito, ma solo per alcuni, ai dolcissimi sfondi delle tele di Cima, per i più, ai filari infiniti delle viti del Prosecco e del Refrontolo. Nessuno immagina che in un luogo così carico di attività frenetiche che ruotano intorno alla coltivazione e alla cura della vite, si possa nascondere anche altro. Si incrociano piccoli trattori che trainano barili di anticrittogamico che dai viottoli tra i campi invadono di colpo la carreggiata delle dolcissime strade che si inerpicano e poi precipitano dai colli che si inseguono all’infinito. Altri uomini e altre macchine corrono tra i filari nei giorni di primavera, macchine diverse, enormi e fantastiche batteranno le colline nei giorni della vendemmia. Altri ancora percorreranno i sentieri tra le vigne per spigolare quello che sarà rimasto sui tralci quando si avvieranno al riposo dell’inverno. Nessuno può immaginare, in questa musica di attività umane e di canti di galli da un casale ad un altro, un’isola di silenzio e di pensiero, un piccolo eremo racchiuso nelle mura di una vecchia casa colonica. Casa Flaminio, si chiama e la pagina di internet a lei dedicata la definisce un bed and breakfast con solo poche camere. Non si parla invece di cosa sia realmente questa isola di poesia, un luogo unico e particolare dove accade qualcosa che ai nostri giorni non è più consueto. L’incontro quasi casuale di intellettuali che smettono il loro abito ufficiale e vestono i panni dell’uomo qualunque per incontrare altri intellettuali in una atmosfera magica, fuori dal tempo. Un luogo che qualcuno chiama “La piccola Atene”,non certo quella voluta dai Gonzaga a Sabbioneta, niente di importante e di ufficiale. Solo la casualità miracolosa dell’incontro. I colli del Prosecco e la cultura più nobile, un incontro non certo nuovo perché Conegliano conserva memoria di aver ospitato il primo nucleo di questo evento. Un gruppo di medici umanisti e letterati, fra tutti il grande Nino Della Gentil, dette inizio, subito dopo la guerra in questa cittadina veneta a un Premio Letterario, il Silver Caffè che mobilitava una grande folla di intellettuali. Ad una sua edizione parteciparono, tutti insieme, Tristan Tzara, Ungaretti, Calvino, Comisso, Piero Chiara, Vittorini, Luzi e Andrea Zanzotto. Quando Silver Caffè chiuse i battenti tutto pareva doversi consegnare all’oblio. Esiste però uno spirito del luogo, un’anima delle cose che in realtà non muore mai, ha solo bisogno che qualcuno se ne prenda amorosa cura per vivere sia pure in maniera sottile e sotterranea e per riemergere solo quando le condizioni si facciano più favorevoli. Si può pensare alle istituzioni che talvolta si innestano su eventi spontanei con una certa protervia, arrivando spesso a consentirne la vita ma mortificandone l’anima. Abbiamo detto Piccola Atene per dire di uno spirito del luogo che non ha bisogno di istituzioni per esistere o rinascere, gli basta il soffio d’amore di un innamorato. Due innamorati, in questo caso, Flaminio e Lia che si prendono cura dell’essere che va a morire, lo curano, lo coccolano, gli ridanno la vita. E lo fanno da cinquant’anni ormai ma con la stessa dedizione ed entusiasmo. Flaminio e Lia, non certo due intellettuali togati e austeri ma due anime poetiche e di infinita apertura, capaci di accogliere e canalizzare in un flusso unico e generoso tutte le contraddizioni e gli inevitabili contrasti tra i personaggi che ruotano intorno al loro mondo di pensiero e di cultura. Una Piccola Atene che fa capo alla loro casa tra i campi, un consesso di personaggi che un figlio di Andrea Zanzotto ha chiamato “Clan Verdurin”. Un modo ironico per alludere ai salottieri eroi della saga proustiana. Verdurin, che Flaminio e Lia pronunciano alla veneta dando al nome un vago sapore orticolo. Il luogo degli incontri, la casa bianca nel centro dei vigneti è fatta per ospitare , con la grande cucina dal bancone centrale, affacciata sul tinello rivestito di ramaioli, con la sala di soggiorno con l’immenso tavolo centrale per riunirsi, per discutere, per scrivere, per mangiare. Una casa per ospitare e per portare i segni dei passaggi di chi ama il luogo e viene riamato da Lia e da Flaminio. Segni di pittori sulle porzioni di muro ancora libere per affreschi dell’ultimo minuto, cumuli di libri che poeti e scrittori abbandonano in ogni angolo disponibile. Sono arrivato quassù quasi per caso. L’idea più recente dei due angeli della poesia è stata quella di ridare vita a un premio letterario, anzi, nello specifico, un premio di Poesia Religiosa intitolato “I Versi di Dio”. Quando mi è capitato di incrociare il bando, non sapevo nulla di tutto quello che stava dietro né potevo immaginare cosa significasse quell’indirizzo cui spedire le poesie. Clan Verdurin. Passare da questi luoghi e avere voglia di curiosare non può essere casuale, penso sia sempre opera di quello spirito del luogo che ha fatto approdare a questa casa il vascello fantasma della Poesia. Lia, una donna minuta e vivacissima, ti investe di calore umano, di istintiva simpatia e ti studia, da dietro le lenti dei suoi occhiali, per capire se un filo almeno di ciò che serve per stare qui, ti gira appena intorno al capo, come un’aura. Penso decida che, sì, la persona sia quantomeno da studiare.. Flaminio, alto e di grande portamento sembra quasi severo per via dei baffi e delle fluenti chiome bianche. Sembra affidarsi alla valutazione della signora Lia per decidere della nostra sorte. Io, inaspettatamente e senza particolari meriti di spiritualità, ho vinto con tre poesie il Premio “I Versi di Dio”. Nessuna conoscenza dei testi sacri e perciò nessuna citazione colta. Solo abbandono a una volontà superiore che ci sovrasta e silenzioso ascolto di una voce interiore. Una giuria che ha premiato le buone intenzioni evidentemente, ma è andata così. Scopro che in giuria c’è stato un amico, grande e celebrato poeta che ammiro, Paolo Ruffilli. Sarebbe un piacere incontrarlo ma per quel 13 giugno dovrò essere in Sicilia. Lia custodirà il mio premio. Eccomi oggi a ritirarlo. L’esame non deve essere andato male se Lia invita me e Mina a restare per il pranzo. Flaminio premette che non ci sono camerieri per cui bisognerà accontentarsi e arrangiarsi. Un pranzo nel tinello a ridosso della cucina, chiacchiere dai fornelli al tavolo, chiacchiere intorno a un bicchiere di vino, chiacchiere dal lavello dove Mina rigoverna, chiacchiere al caffè. Tutti i fantasmi della letteratura vengono rievocati con affetto. Tutti quelli che sono passati di qui, che hanno sostato a questo stesso tavolo vengono ricordati senza citare i cognomi, come si parlasse di amici, di parenti.. Qualcuno potrebbe anche arrivare nel pomeriggio, a volte non avvisano nemmeno con una telefonata. Forse anche Paolo con la moglie, (Ruffilli abita a Treviso, trenta chilometri da qui), potrebbe arrivare ed anche qualche altro. Dobbiamo ripartire però anche perché leggiamo negli occhi di Flaminio un po’ di stanchezza e il bisogno di un pisolino pomeridiano. L’esame deve essere andato davvero bene se Lia baciandoci, prima di salire in macchina, ci dice: Vi aspetto per il 15 agosto, portate qualcosa di cucinato da voi, come tutti gli altri venti ospiti. Potrete restare a dormire, vi terrò una camera, perché si farà tardi, si resterà a parlare fino a notte. Ci sarà Paolo e la moglie, ci sarà Massimo (Cacciari forse), Zanzotto no perché è malato, ci saranno Luciano, Davide (che sia Rondoni?), Mario, Angelo…. Post scriptum: giusto per dovere di cronaca propongo le tre poesie premiate. IL VASCELLO FANTASMA Dolcissimo cielo che inondi d'azzurro il profondo degli occhi nascondi le stelle più grandi che brillano a notte nel fondo laddove ora cerca lo sguardo e non trova nient'altro che un limpido lago di sole. La placida luce del giorno che illumina il mondo nasconde di là dalla vista universi. Il Dio che conosco non posso cercarlo nel cielo se quello che vedo é soltanto un perfido inganno, un miraggio. Nel buio profondo é nascosto un mondo universo e il suo senso. E Lui che non posso vedere di giorno non posso cercarlo nel punto del cielo che voglio Per questo mi lascio inondare per essere cieco nel sole. La notte le vedo le stelle, più in fondo nascosta, sepolta nel buio la forma del Dio che conosco. Non servono gli occhi a vederlo, vascello fantasma sperduto che naviga notti profonde mi basterà il cuore a sentirlo. IO VADO VERSO LÀ Sciolto titanio la pianura d’acqua e come un urlo bianco la mezza luna accende la laguna. Un volo di gabbiani in controluce e più lontano, come una freccia in cielo, un cormorano. Non mi va di parlare, sto guidando, perché la scena non mi lascia fiato e ho gli occhi aperti come due voragini per inghiottire un sole svaporato. Si va come si andasse ad incontrare il Dio che si nasconde laggiù in fondo, in un tramonto che non vuol finire. E il cuore si spaura di silenzi e d’una quiete quasi surreale. Il Dio che voglio e in cui mi piace credere si cela dietro l’ultimo filare di pioppi allineati sullo sfondo. Io vado verso là, corro sull’argine; a destra il fiume lento e la corrente che pare pigramente risalire nel gioco di marea che scende e sale. Dall’altro lato la laguna immobile e un orizzonte quasi disperato. Io vado verso là. Il Dio che non conosco e ch’è nascosto mi osserva di sicuro da lontano; non so dove si va da questa parte, ma se mi aspetta Lui, dovunque vada io vado dove va qualunque strada. NATALE, UN TEMPO.. Natale della vita mia d'allora fatto di poco e tanta tenerezza. La mamma che dispensa una carezza ed un sorriso e una carezza ancora. Se tutto manca pure il cuore ignora che cosa sia davvero la ricchezza e non si invidia nulla. La dolcezza é tutta nell'amore che colora il mondo ch'é racchiuso in una stanza presso la fiamma accesa di un camino. Se c'é un Presepio, un segno di speranza, ci basterà trovare nel mattino a piè del letto come é nostra usanza solo un' arancia, il dono di un Bambino. |
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Matteo Bosco: Il fallimento di un cineforum |
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venerdì 30 luglio 2010 |
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LA BOCCIATURA DI UN CINEFORUM La bocciatura di un cineforum organizzato fra colleghi, amici e perché no, semplici curiosi, non dovrebbe suscitare alcun clamore: le alternative non mancano e poi, sebbene difficile da ammettere per un cinefilo, non tutti condividono questa passione. Per tali motivi, il giorno in cui il mio entusiasmo venne fiaccato da un rifiuto pressoché unanime nei confronti della suddetta iniziativa non avrei dovuto pormi alcuna domanda ma, semplicemente, rivedere la mia idea di serata alternativa. Tuttavia di rado rinuncio alla sfida lanciata dalle due semplici ed affascinanti sillabe che costituiscono la parola “perché” e proprio da qui, da questa domanda, iniziano le mie considerazioni. Il cineforum altro non è che un pretesto, un artificio letterario che mi consente di introdurre un disagio reale, talmente reale che la sua diffusione, come spesso accade, l’ha reso consuetudine, prassi, accettata, al punto tale dal far apparire anacronistica e vagamente farsesca ogni forma di denuncia. Il fenomeno su cui punta il faro polemico, geograficamente limitato alla mia realtà, la città di Milano, è l’ormai diffusa incapacità - trasversale ad ogni fascia d’età ma più dolorosa quando essa colpisce le nuove generazioni - di godere dell’armonia, della passione e del trasporto che l’arte sa offrire, sia essa figurativa che letteraria: romanzi e poesia sono le espressioni che maggiormente risentono della crisi. Il lettore, a questo punto, ha il diritto ed il dovere di denunciare una grave imprecisione in ciò che ho scritto: l’espressione “diffusa incapacità” infatti, addossa sulle vittime la colpa dei carnefici, nulla di più ingiusto, e me ne scuso, avrei dovuto esprimermi in modo diverso, denunciando il divieto, imposto a noi tutti, di appropriarci dei doni del “bello”. È un fatto tristemente noto che una lirica, con le disarmanti sinestesie, l’ardito uso dell’ossimoro, i suoi dolci simboli o un romanzo, densamente popolato di immagini, critiche e spericolate allegorie della realtà, siano considerati “faticosi”, non in grado di impegnare le nostre ore libere e, in ogni caso, non in grado di competere con i nuovi svaghi, immediati e confezionati con colpevole sapienza. Non voglio essere profeta di sventure o, ancor peggio, rimarcare l’ovvio, e non intendo nemmeno incolpare il progresso bensì porre la questione, lo è veramente ? E, in primo luogo, tutto ciò che ci viene proposto lo è ? L’attuale sistema sociale, con i suoi meccanismi diretti, unilaterali e capillari di comunicazione, è davvero una fonte di crescita ? Non sarà, al contrario, il “carnefice” di cui sopra, impegnato a creare modelli, imponendo a noi tutti di seguirli per poi, quale coronamento di un’esistenza, sostituirci ad essi ? Non sarà, tale sistema, il responsabile di un appiattimento, di una pigrizia che ci priva della bellezza e che, al tempo stesso, ci impedisce di apprezzala al di fuori di esso? Il lettore stia pur certo che non è mia intenzione muovere guerra alle nuove tecnologie, un elemento imprescindibile per ogni spirito curioso, per chiunque ami conoscere, vedere, vivere la propria sensibilità pienamente e, aspetto non meno importante, fonderla con quella di tutti coloro che la condividono, ignorando barriere geografiche o culturali: i nuovi mezzi di comunicazione, e le forme attraverso le quali si articolano, potrebbero essere lo strumento eletto per la diffusione, la comprensione, la creazione di nuclei innovativi, plasmati sotto la forgia delle più diverse ed interculturali forme d’arte. Questi strumenti, tuttavia, se impugnati come un’arma, come un oggetto per nulla scevro da condizionamenti, ma, al contrario, rigidamente sottoposto a criteri utilitaristici, trasformano il progresso in una mera colata di cemento, colata non sempre metaforica. L’effetto di questa aberrazione tecnologica - peraltro sotto gli occhi di tutti - è la disgregazione delle coscienze estetiche, la diseducazione nei confronti di ciò che viene detto, sia esso un archetipo (e quindi per definizione preesistente alla storia) o il frutto di una sintesi materialistica, il momento artistico, l’esperienza sensibile e sensoriale per definizione. A ciò si aggiunga la dilagante incapacità di cogliere l’estetica nella sua naturale definizione, quale settore della filosofia (o della vita) atto alla conoscenza del bello naturale e artistico, ovvero del giudizio di gusto. Stiamo davvero assistendo al passaggio di consegne tra un essoterismo culturale ed uno puramente mediatico ? Arrivato a questo punto, e dopo un prolungato ma innocente indugio, avverto con insistenza il desiderio di definire la forma del mostro: i suoi artigli, le possenti braccia e le sottili antenne. I primi due elementi che vorrei porre all’attenzione del lettore, sottili ma non per questo meno evidenti, sono la capillarità e l’unilateralità con cui questa affascinante e brutale entità divulga il suo messaggio. Essa non ammette replica, impone un’idea ed un linguaggio standardizzati per farsi riprodurre, un codice privo di creatività, l’antidoto contro qualsiasi contaminazione estetica, nessuno è libero di inventare parole, immagini, emozioni, suoni e nel contempo tutti, nessuno escluso, imparano la grigia e desolante codifica. Se questo preambolo ha scosso la coscienza del lettore, la qual cosa mi riempie di un certo, sinistro autocompiacimento, analogo effetto avrà il prosieguo della ripugnante descrizione, una dettagliata panoramica sui modelli che la moderna creatura ci impone di seguire, venerare e, in ultima analisi, rimpiazzare con ciò che di noi è rimasto. Si tratta di forme (o formalismi) predefinite entro le quali vivere il presente ed immaginare il futuro, tutto è concesso ma solo all’interno di questi templi d’argilla da cui la fuga sembra mera utopia. Il messaggio è chiaro: sognate, vivete, sperate, dipingete su questo foglio, ma non uscite dai margini, questo ci viene insegnato per tutelarci o, come direbbero i malpensanti, per controllarci. Tutto ciò opera come un dolce veleno, dolce solo in quanto inconsapevole, per coloro che amano il vagito di una neonata emozione, magari esploso di fronte ad un semplice verso e che invece sono costretti ad osservare un continuo genocidio emozionale. Ragioniamo sul seguente elemento: i momenti che direttamente o indirettamente viviamo, nonché i pensieri che elaboriamo e le nuove sensazioni che siamo in grado di sperimentare sono, in misura maggiore o minore, figli degli stimoli che provengono dall’esterno e se tali stimoli divengono onnicomprensivi a noi rimane ben poco. Ogni singolo messaggio, oggigiorno, contravvenendo a tutti i dettami artistici (semmai l’arte ne abbia avuto uno), contiene tanto l’emozione che si propone di scatenare quanto - ed il solo pensiero genera in me dolore - la reazione ad essa: ciò che ne deriva è l’assuefazione, la resa incondizionata di fronte ad un tutto esterno che produce un nulla interiore. Le conseguenze le immaginiamo, il lettore ancora in grado di farlo si ritenga pure un privilegiato: atrofie cognitive, rifiuto nei confronti di tutto ciò che è in potenza e richiede, per realizzarsi in atto, un qualsiasi sforzo interpretativo, la soggettività sembra bandita in nome di una spenta unicità, piatta e circolare. I romanzi abbandonati ed i versi letti solo in contesti scolastici ne sono una prova: le menti e le fantasie non sono abituate a compiere quei soavi voli interpretativi che permettono di planare dolcemente sui tappeti d’emozione che gli autori hanno intessuto per noi, il disinnamoramento è molto più doloroso di un amore mai nato. Sebbene il quadro dipinto dalla mia penna virtuale appaia cupo, quasi disperato, vorrei rassicurare il lettore e, perché no, anche me stesso: quando viene descritto un problema ed in particolar modo, quando chi lo descrive ne è coinvolto (o sconvolto), gli accenti risultano marcati ed i toni gravi, si ha quasi la sensazione che una totalità di male sovrasti un bene infinitesimo, non sempre è così: uomini, ragazzi, autori in gamba e sensibili esistono, sono molti ed in molti luoghi ma, come il lettore sa bene, non sempre è la cardinalità di un problema a renderlo tale, non è necessario un rigido inverno, ma un’ora di gelo basta per bruciare un germoglio. Matteo Bosco |
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Un saggio su Antonin Artaud di Franco Celenza |
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mercoledì 12 maggio 2010 |
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12 Maggio 2010 Pubblichiamo la prefazione di Cesare Milanese al fondamentale saggio di Franco Celenza sul grande e incompreso Antonin Artaud PREFAZIONE DI CESARE MILANESE
Leggere Artaud, conoscere Artaud, al di qua e al di là della sua concezione del teatro, anche se è soprattutto al teatro che egli deve la sua rilevanza, come teorico, a partire dagli anni della sua riscoperta, dopo il 1960, soprattutto in virtù del suo testo considerato fondamentale dalle generazioni teatrali successive: Il teatro e il suo doppio, che risale al 1938. Ma ciò che viene prima e ciò che viene dopo la data di quest’opera, senz’altro la principale, non è meno importante ai fini della valutazione di valore e di intensità della sua opera complessiva, che rinvia alla necessità e alla obbligatorietà di considerarla unitariamente e per l’appunto complessivamente. È ciò che ha fatto Franco Celenza con questo libro, La ragione in fiamme. Il titolo è desunto da un’espressione di Michel Foucault, che Celenza mette in esergo al suo volume, riferita specificatamente alla figura di Antonin Artaud in Storia della follia nell’età classica. La ragione sottostante di questa citazione foucaultiana consiste nel fatto che Artaud, insieme ad altri autori, che si possono considerare suoi consimili in tormento mentale ed esistenziale: Baudelaire, Poe, Rimbaud, Lautréamont, Nerval, Van Gogh (tutti inficiati dalla "ragione in fiamme"), deve essere considerato uno dei "classici" dell’età moderna così peculiarmente qualificata da questa forma eccedente ed "incendiaria" nell’uso e nella dissipazione della vita e dell’intelligenza. Questo è il precipuo risultato dell’esposizione compiuta da Celenza, che non dimentica, di conseguenza, di inscrivere Artaud nella più vasta costellazione dei "folli" della letteratura di tutti i tempi, Tito Lucrezio Caro, Torquato Tasso, Friedrich Hölderlin, Friedrich Nietzsche... Infatti George Bataille, che lo ricorda alcuni mesi dopo la sua morte, avvenuta nel 1948, così scrive sulla rivista "Critique": "Il nome di Artaud sarà associato a quelli di Hölderlin, Nietzsche, Van Gogh. Di lui si serberà il ricordo di un uomo consumato da un fuoco interiore, che volle lasciare un segno della sua sofferenza e che finì consumato dall’impossibilità di raggiungere compiutamente quel segno." Ciò che interessa prevalentemente a Celenza è questa componente della figura di Artaud, componente sulla quale si innesta anche la sua poesia, costituita dal flusso di una parola pulsionale al tempo stesso conscia ed inconscia, associandosi in questo al giudizio espresso da Jean Cocteau che qualifica Artaud come "il poeta agli ordini della sua notte".Prima ancora di considerarlo quale antesignano della specifica idea di teatro con la quale la critica in genere lo connota, l’Artaud di Celenza viene inquadrato quale portato e portatore di una scrittura pura (la scrittura che va oltre la scrittura d’uso referenziale e mimetico) e quindi quale portato e portatore di una sua letteratura, anzi della letteratura tout court, il cui tratto essenziale dovrebbe essere costituito dal conseguimento, come dice lo stesso Artaud, di una "Parola che vada al di là delle parole", quelle del testo comunemente scritto e parlato, e che sappia trarre la sua funzione "religiosa" propria di un incantesimo: il raggiungimento di una situazione anteriore al linguaggio (è sempre Artaud che così si esprime) e in grado di scegliersi (si tratti o non si tratti di una elaborazione da teatro: tra l’altro di un teatro che va oltre il teatro), un linguaggio proprio in quanto musica, gesti, movimenti, parola. Ed è tenendo conto di questa base concettuale che Celenza ha costruito il suo libro e che in apertura si preoccupa prima di tutto di fornire una rassegna particolareggiata e documentata della biografia di Artaud, uomo del tormento, dello smarrimento e della desolazione, che tuttavia trova nella componente poetica il dato della propria autentica dimensione. Di conseguenza tale esposizione biografica si accompagna ad una puntuale ricostruzione impostata su un criterio rigorosamente cronologico delle opere di Artaud, che in genere la valutazione della maggior parte dei suoi commentatori ed interpreti spiega e piega in prevalenza orientandosi sull’aspetto della sua teorizzazione teatrale, il che sfocia per conseguenza nella riduzione ad una interpretazione troppo settoriale che non può non risultare almeno parzialmente incompleta ed anche, se vogliamo, alquanto impropria, pur dovendo riconoscere che il nome di Artaud ha derivato e deriva la sua peculiare rilevanza dai rivolgimenti sostanziali e formali che il teatro ha assimilato soprattutto nei decenni a lui successivi. Ai fini del superamento di questa limitazione interpretativa, Celenza ha impostato il suo libro come una rassegna paritetica di tutti i generi espressivi praticati da Artaud, visti e considerati nella loro sequenziale attinenza biografica, il che contribuisce non poco al far sì che il suo saggio assuma un’impronta ispirata all’esigenza della semplicità e della chiarezza; di conseguenza anche della completezza. Fa parte di questa esigenza di completezza l’elencazione preliminare dei principali orientamenti della critica, sia militante che accademica, dell’opera e della figura di Artaud che vanno dal 1956 al 2008, vale a dire comprensivi del periodo della sua consacrazione come ispiratore profetistico dei movimenti d’avanguardia che hanno determinato il panorama soprattutto teatrale dell’epoca presente, anche se attualmente essa si può considerare conclamatamente chiusa e conclusa. È una elencazione, quella di Celenza, che va da Blanchot a Derrida, da Foucault a Sollers e da questi ultimi ad Artioli e Bartoli, passando attraverso i filoni psichiatrico e poi antipsichiatrico di Deleuze e Guattari.Maurice Blanchot, particolarmente acuto nel saper cogliere la componente aporetica del pensiero di Artaud, rileva in lui "un’impossibilità di pensare che è insita nella stessa attività del pensare" ed associa il nome di Artaud "a quello di Nietzsche e di Hölderlin per quello spazio impensabile ed infinito che precede ogni linguaggio e che delimita una lotta fra il pensiero come ‘niente’ e la sua disperazione." Sempre sulla scia dell’analisi di Blanchot, significativo, sul piano delle forme dell’espressione elaborate da Artaud, è questo appunto aggiuntivo di Celenza: "La frammentarietà letteraria all’interno delle avanguardie rispecchierebbe una lacerazione esistenziale già considerata da Hegel e Heidegger come condizione dell’uomo davanti alla morte. Ne consegue che l’esperienza letteraria è esperienza di morte e il senso della scrittura è il suo tentativo di stabilire una condizione di libertà con la morte." Contrapposto a Blanchot, per l’approccio troppo letterario di costui ad Artaud, Jacques Derrida, autore di una storica prefazione al Teatro e il suo doppio, mette piuttosto l’accento sull’aspetto filosofico dello stesso Artaud, considerato da lui prevalentemente, dice Celenza, per "il suo proposito di opposizione alla metafisica occidentale e alla sua ‘tradizione dei saperi’". Celenza fa altresì presente che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso "le idee della nouvelle critique (Derrida, Foucault, Barthes) hanno impresso un’accelerazione determinante e a lungo discussa" alla prospettiva artaudiana e che in particolare la linea interpretativa di Derrida ebbe una grande influenza nelle successive letture degli scritti di Artaud. In quegli anni Blanchot, Foucault e Laplanche si erano interrogati sulla problematica di due discorsi particolari presenti nelle scritture e nei pensieri di Artaud, il discorso critico e il discorso clinico, nel tentativo enunciato da Derrida (in La scrittura e la differenza, la sua opera principale) "di riconoscere il passaggio di una parola che, senza sdoppiarsi... parli della follia e dell’opera, addentrandosi prima di tutto nella loro enigmatica congiunzione". Più in particolare Foucault che in generale considera quello della follia come linguaggio di "assenza d’opera", ammette la "presenza d’opera" proprio in Artaud che ha tramutato il linguaggio della sua follia in discorso d’opera e precisa in questo modo la sua considerazione: "i progressi della medicina potranno far scomparire completamente la malattia mentale, come già la lebbra e la tubercolosi; ma so che una cosa sopravviverà, e cioè il rapporto tra l’uomo e i suoi fantasmi, il suo impossibile, il suo dolore senza corpo, la sua carcassa durante la notte". Frase che riproduce appieno la condizione esistenziale e creativa di Artaud. Contestualmente Philippe Sollers (su "Tel Quel", rivista ad impianto ideologico marxista) ha avviato un progetto di rilettura degli scritti di Artaud, intravvedendone una portata "eversiva" ad orientamento progressista ed operando uno scarto interpretativo rispetto alle "letture" mistico-spiritualistiche che non potevano non addensarsi soprattutto sull’ultimo Artaud. Orientamento quest’ultimo deliberatamente privilegiato ed analizzato da Umberto Artioli e Francesco Bartoli con il loro Teatro e corpo glorioso. Saggio su Antonin Artaud del 1978: libro quest’ultimo particolarmente complesso e raffinato che Celenza definisce come la prima ricostruzione storica e organica italiana dell’opera artaudiana, libera dai condizionamenti delle letture francesi e dalle interpretazioni disparate e settoriali. Un libro, ribadisce sempre Celenza, che vede in quella di Artaud "la più imponente teorizzazione della scena come luogo d’evocazione del magico, come cerimonia collettiva in cui si celebra il rito della riunificazione tra le opposte valenze del cosmo e dell’inconscio", considerate soprattutto in chiave teosofica e gnostica. Ovviamente ampia disamina viene fornita altresì di quella parte della critica e della interpretazione artaudiana che è stata condizionata (e non poteva non esserlo) – e come si è già detto – dal filone psichiatrico e in parallelo da quello psicoanalitico con prevalenza ad impostazione lacaniana, seguito negli anni Settanta dall’indirizzo antipsichiatrico (i già citati Deleuze e Guattari). Infatti: "Se Derrida, nel ’65, aveva messo in guardia dai rischi di una riduzione dell’esperienza di Artaud ad un caso clinico, furono Gilles Deleuze e Félix Guattari a capovolgere in positivo la supposta schizofrenia di Artaud in termini chiaramente antipsicoanalitici." Celenza, particolarmente attento al versante italiano delle interpretazioni artaudiane, non manca di segnalare le prese di posizione più recenti, come quelle di Florinda Cambria e di Eugenio Borgna, che prendono nettamente le distanze da Deleuze e Guattari (e per quanto riguarda Cambria anche da Derrida). Ed aggiunge, a ulteriore sostegno di queste due ricusazioni, il seguente giudizio di Marco Calzigna: "Ciò che convince meno, in questa riassunzione di Artaud entro la schizoanalisi deleuziana, è la sistematica sottovalutazione del dolore... come matrice profonda, come primo motore della scrittura e delle attività espressive." E a proposito della constatazione del dolore come matrice dell’effetto poetico a cui Artaud perviene è estremamente significativo ciò che si legge al nono paragrafo del secondo capitolo che è dedicato agli Orientamenti della critica. 1956-2008 e che riguarda un brano tratto da L’intraducibile dolore di C. Dumouliè: considerazione che vale anche come introduzione alla comprensione del titolo principale dell’avventura artaudiana, rappresentata dal teatro, che in sintonia con la tematica del dolore prende il nome di teatro della crudeltà, vale a dire anche della inesorabilità come conseguenza dell’applicazione coerente di una concezione e di una esecuzione formale indefettibile, che per essere pienamente realizzata esige il massimo del rigore, sinonimo della crudeltà tipicamente artaudiana.La tematica del dolore, che in Artaud fa capitolo a sé, non riguarda soltanto il dato da cui si genera quel tipo di "crudeltà" che caratterizza in modo specifico il suo teatro (non costituisce soltanto una questione che si risolve in una esigenza di rigore formale nell’esecuzione della messa in scena), ma è anche il dato che contenendone la poeticità è il fattore testimoniale della sofferenza che è propria dell’alienazione intesa da una parte come malattia mentale vera e propria e dall’altra da considerarsi come il portato di un’interrogazione "metafisica" ossessiva che finisce per risolversi in una dimensione teologica, senz’altro ad impostazione iniziatica: in un sentire che si configura come esigenza d’autoaffermazione incentrata anche sulla problematica di una postulazione violenta dell’esistenza di Dio e al tempo stesso della sua negazione altrettanto violenta. Uno dei culmini, questo, dell’aporia artaudiana di cui si diceva e che apre su un insieme di questioni collaterali, particolarmente acuite e brucianti, su cui Celenza indaga, ad esempio: "Alla domanda se Artaud fosse cristiano, Lotzinger risponde con l’imbarazzante rivelazione di un giovane Artaud che si scopre ebreo, imbarazzante... soprattutto per chi, come Artaud, è stato cresciuto sotto l’influsso della religione cattolica apostolica romana. Artaud era in realtà di sangue maltese, armeno, levantino e greco, un puro meteco quant’altri mai, ebreo quindi, e cristiano per di più." E a questo punto Celenza stabilisce un parallelo con un’altra figura esemplarmente marcata dalla elettività della sofferenza, Simone Weil: "Artaud e Simone Weil erano ebrei gnostici che avevano fatto della loro impossibilità di credere una sfida al Dio cristiano ad esistere".Muovendosi sulla base di questo percorso, Celenza ribadisce "l’esigenza di una ridimensione critica dell’opera di Artaud" su una base più ampia e pertanto più completa: operazione in cui si fa evidente una presa di posizione cautelativa soprattutto in direzione degli appassionati del mito di Artaud propensi a privilegiare in eccesso la componente iniziatica ed esoterica fino al punto da fare di Artaud il portatore di una dottrina occultistica da coltivare in segreto. Celenza si rivolge piuttosto ai cultori-studiosi di Artaud che rimangono deliberatamente fuori del "tempio" dell’esoterismo d’eccesso: certo, che rimangono fuori del "tempio", ma tuttavia collocati entro il cerchio di insieme della vera "dottrina artaudiana", il cui aspetto principale è certamente di tipo filosofico su di una componente esoterica, ma che ha per suo fine oggettivo un esito dalla portata principalmente letteraria, al punto che si potrebbe parlare di un caso di elaborazione di letteratura pura, da mettere in parallelo con l’altro intento principale di Artaud, quello di essersi posto il problema dell’elaborazione di un teatro puro. È da questa impostazione generale (ed è opportuno ribadirlo) che si sviluppa tutto il lavoro di Celenza, condotto sulla base di una metodologia che privilegia la ricostruzione del percorso effettivo compiuto da Artaud in rapporto con la temperie letteraria del suo momento storico a partire da ancora prima della sua affiliazione al surrealismo di Breton, dal quale peraltro verrà espulso per conclamata e dichiarata incompatibilità ideologica sotto l’accusa di individualismo per la sua attività di attore (segnatamente nel cinema) e per la sua iniziativa di avviare l’esperienza del "Teatro Alfred Jarry"; e infine "per lo scarso entusiasmo nei confronti degli obiettivi politici del movimento schierato a favore della rivoluzione comunista". Motivazione che troverà una puntuale controrisposta nella presa di posizione di Artaud che, in qualità di propugnatore di una radicalità di tutt’altro tipo, accuserà i surrealisti di coltivare una concezione ristretta della rivoluzione. Celenza così sottolinea: "Nei confronti di Artaud, irrequieto e ribelle per natura, immerso quotidianamente nella condizione dell’alienazione, l’esibizione fondamentalista dei surrealisti diventa un atteggiamento precostituito e sterile. Artaud contro la società e le istituzioni non si esibiva ideologicamente, ma viveva in assoluta autenticità la sua lotta personale". Artaud manifesta infatti apertamente e risolutamente (polemicamente e quindi a modo suo furoralmente) il suo rifiuto per una rivoluzione di carattere "materiale", che si risolva semplicemente nel passaggio del potere dalle mani della borghesia a quelle del proletariato, opta invece per l’affermazione di un rivolgimento interno e totale dell’essere: rivolgimento di cui il teatro deve saper farsi condizione di una trasformazione radicale, apportatrice di una nuova realtà, tale da far diventare l’esperienza teatrale una situazione vissuta non meno reale di quella effettivamente reale, anzi con qualcosa, o meglio con molto di più. Celenza annota: "Quanto risulta schematico, freddo e cerebrale nei testi dei surrealisti, in Artaud è genuinamente vissuto". Che in lui è un vissuto portato agli estremi del vissuto stesso. Era inevitabile allora che nel suo decorso di vita ispirato alla necessità della estremizzazione, Artaud dovesse finire per trovarsi continuamente solo e derelitto. Ed è sempre stato così per tutto l’arco della sua vita. Quello che egli scrive di sé nel 1923 all’attrice Génica Athanasiou, la più importante "presenza d’amore" della sua vita tormentata, vale a definire tutto quello che egli ha dovuto attraversare fino alla fine dei suoi giorni: "Del resto sono persuaso che la mia salute non potrà resistere ancora molto a tutti questi colpi. Sono uno straccio vivente, un mucchio di sporcizia martirizzato". Ne aveva di che nella sua esigenza di una rivoluzione del tutto diversa da quella propugnata generalmente da altri.Ne consegue che la vita e l’opera di Artaud non potevano non essere ciò che furono: un unicum intraducibile e non trasferibile ad altri ed è ciò che risulta anche quando egli si confronta con autori che gli sono affini e che egli utilizza secondo i propri intenti, "riscrivendoli". Alcune delle opera principali di Artaud sono opere di "riscrittura". È questo un risultato che si ricava con nettezza seguendo la linea ricostruttiva elaborata da Celenza, il quale, nella sua rassegna, ripetiamo, rigorosamente cronologica, si avvale di una metodologia multidisciplinare e perciò di tipo comparatistico. Parte della sua indagine infatti, condotta sui testi artaudiani (anche direttamente riportati) consiste nella loro esposizione di messa a confronto con quelli degli autori (anch’essi direttamente riportati da Celenza) e utilizzati da Artaud nella sua operazione di "riscrittura". È un confronto che prende in esame tre situazioni testuali: quella del romanzo gotico Il monaco di Mattew Gregory Lewis, quella della figura dell’imperatore Eliogabalo, quale ci viene tramandata dallo storico latino Elio Lampridio e infine quella del dramma I Cenci trasposizione artaudiana dell’omonima opera del poeta romantico Percy Bysshe Shelley. A proposito dell’"intervento" di Artaud sul Monaco di Lewis, Celenza è esplicito nell’individuare l’operazione di riscrittura: "La sua non fu né una traduzione (lo dice nella Premessa) né un adattamento, ma una sorta di ‘copia francese’ dell’originale inglese uscito nel 1796" e aggiunge una significativa annotazione di ordine esclusivamente stilistico quando rimarca un’altra delle "prerogative" artistiche di cui Il talento di Artaud disponeva: la sua marcata capacità di esprimersi attraverso il disegno e la pittura, qualità che egli sapeva trasferire anche in termini di scrittura scritta. Dice Celenza: "Artaud, originale a suo modo e dotato di una spiccata tendenza all’immagine pittorica anche nella scrittura, scrisse di essersi comportato come ‘un pittore che copiasse il capolavoro di un antico maestro, con tutte le conseguenze di armonie, di colori e di immagini sovrapposte che il suo modo di guardare suggerisce’".Sono orientamenti ed intendimenti che si ripresentano anche nell’Eliogabalo o l’anarchico incoronato, lavoro in cui, fra l’altro, Artaud condensa, tra le varie motivazioni, anche la sua tipica propensione per una visione orientale del tutto diversa, ed anche avversa, a quella cosiddetta occidentale. Ed è sempre Celenza che così precisa: "A suo modo distante dalla tradizione di Sade, Blake e Byron, Artaud scrisse di Eliogabalo in chiave metafisica, poetica, religiosa e teatrale su fondamenti esoterici. Il tema metafisico è costituito dalla contrapposizione tra il principio maschile e il principio femminile che rimandano all’androgino originario e alla conseguente caduta come risultato della separazione e quindi dell’opposizione dei due principi (problematica tipica di una visione orientale delle cose, N.d.R.). Lontana da un impegno puramente letterario di matrice decadentistica, alla maniera di Baudelaire o di Flaubert, la ‘metafisica sacra’ di Artaud ha letto la storia del suo personaggio speculare come emblema di una condizione umana, alla ricerca della ragione ultima dell’essere, cioè di colui che vive." Infine I Cenci. Si tratta dell’unico lavoro teatrale scritto in termini da riscrittura e allestito spettacolarmente da Artaud (nel 1935) rivelatosi per altro un risultato mancato sia di pubblico che di critica, e tratto, oltre che dall’omonimo lavoro di Shelley anche da un racconto di Stendhal. Indicativo di ciò che si sarebbe dovuto intendere per teatro della crudeltà, lo spettacolo dei Cenci, dove Artaud opera in base alla distinzione tra testo spettacolo e testo drammatico, è fondato, dice Celenza, "sull’intensità, sulla passione e sull’eccesso espressi nell’azione, in una visione del mondo anarchica e primitiva." Annotazione, questa, di Celenza, in apparenza soprattutto tecnica, ma in realtà sostanziale per la concezione artaudiana del teatro. Annotazione che così prosegue: "In confronto alla tragedia di Shelley, il lavoro di Artaud intendeva trasmettere al pubblico il potere demoniaco del conte Cenci non attraverso ciò che ne diceva, ma con il dirompente impatto della sua presenza fisica in modo tale che gli altri personaggi reagissero verso di lui soprattutto in termini gestuali e cinetici. A fronte di un teatro di parola, fondato sulla psicologia e sul moralismo, bisognava privilegiare l’azione e l’accelerazione degli eventi". Era questo l’ideale cercato ed era questo l’intento perseguito e in parte conseguito anche meglio nelle opere più direttamente sue, le opere da scrittura che maggiormente contengono quel tasso di purezza a cui Artaud stesso si atteneva e si riprometteva di pervenire.Tra queste opere "più proprie" va annoverato senz’altro Al paese dei Tarahumara, testimonianza in presa diretta del suo viaggio in Messico del 1936: viaggio iniziatico e terapeutico alla ricerca della esperienza "originaria" (con tutto il significato di ambiguità e di contraddittorietà che il termine "originario" costituisce in Artaud) tra i "primitivi" della Sierra Madre, che praticano i riti da lui ritenuti salvifici del peyotl. Tipica opera nella quale Artaud realizza al meglio la sua operazione di passaggio dalla scrittura critica e dalla scrittura da riscrittura per conformarsi il più possibile ad una scrittura pura, disinibita e pulsionale, certamente "delirante", ma per ciò stesso espressivamente e poeticamente realizzata come più coerente e più trascinante di quelle più usuali. Un esito che vale anche per le Lettere da Rodez, contrassegnate da una stilistica incline anche alla glossolalia e da prove di un linguaggio estremizzato, irrelato e intransitivo, nato sotto l’impulso di un "delirio" dettato dalle "discese" nell’inconscio e perciò più vicino a ciò che si potrebbe qualificare come il sottostante originario del dire e del pensare, che alla fin fine si risolve in linguaggio poetico. Celenza a questo proposito osserva: "Del suo delirio sosteneva che fosse un aspetto della sua visione poetica, una forma superiore di lucidità, abolendo di fatto il confine tra conscio ed inconscio"; e riporta ciò che Artaud scrive al suo medico curante il 20 maggio 1944 e che equivale ad una vera e propria dichiarazione di poetica: "Gli stati mistici del poeta non sono deliri dott. Ferdière. Essi stanno alla base della poesia. Trattarmi da delirante è negare il valore poetico della sofferenza... ed è da questa sofferenza ammirevole dell’essere che ho tratto i miei poemi e i miei canti. Come mai quello che amate nella mia opera non riuscite ad amarlo nella persona che io sono? È dal mio io profondo che io traggo i miei poemi e i miei scritti, e voi li amate. Ogni poeta è un veggente... Se io non credessi nelle immagini mitiche del mio cuore, non riuscirei a farle vivere". È lo stesso tipo di Stimmung (o, per dirla alla Foucault, lo stesso tipo di episteme) che Artaud mette anche alla base del Van Gogh, il suicidario della società, scritto nel 1947, l’anno prima della sua morte, in cui egli sostiene che non esiste epidemia o eruzione vulcanica che come la pittura di Van Gogh sia capace di far vedere all’uomo la crudeltà originaria e ineliminabile della vita, e testualmente dice: "Questo è ciò che mi colpisce in Van Gogh, il più pittore di tutti i pittori e che, senza andare oltre ciò che viene chiamato ed è la pittura, senza uscire dal tubo, dal pennello, dall’inquadratura del motivo e dalla tela per ricorrere all’aneddoto, al racconto, al dramma, all’azione in immagini, alla bellezza intrinseca del soggetto e dell’oggetto, è riuscito ad appassionare la natura e gli oggetti a tal punto che nemmeno i più favolosi racconti di Edgar Allan Poe, di Herman Melville, di Nathaniel Hawthorne, di Gérard de Nerval, di Achim von Arnim o di Hoffmann, dicono di più sul piano psicologico e drammatico su tele da tre soldi". È l’elenco che lo stesso Artaud fa dei suoi "consimili", da lui chiamati in "correità" di eccesso nelle faccende dello spirito, i "suicidati" dalla società e i forzati della sensibilità, gli ossessionati dell’esigenza di una diversa e più completa forma di vita e come lui orientati alla ricerca dell’"originario", sia di se stessi che delle cose stesse. Ricerca condotta nell’intento, dice Celenza, di "conservare la propria individualità intrinseca", a costo di morire di rabbia (e di follia) come Friedrich Nietzsche o come Isidore Ducasse, conte di Lautréamont, altri suoi precursori che si sono avventurati, con destino conseguente, nelle regioni estreme del pensare e dell’agire: l’agire del dire. Cesare Milanese |
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I "risvolti di copertina", di Rina Gambini |
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giovedì 19 marzo 2009 |
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I risvolti di copertina di Rina Gambini I frequentatori di librerie non attribuiscono eccessiva importanza ai risvolti di copertina, ma gli editori sanno bene che hanno la funzione di invogliare il possibile lettore all’acquisto del libro, in quanto vengono letti, se pur sommariamente, da coloro che si accingono a sceglierne uno. Pertanto, il risvolto deve avere il pregio di essere convincente, coinvolgente e allettante, e proprio per questo richiede l’esperienza e la capacità di uno scrittore smaliziato. Negli anni della grande editoria, quelli dal 1960 al 1980, i risvolti di copertina venivano affidati a illustri letterati, che si prestavano a tale incarico consapevoli che da esso dipendeva spesso la fortuna del libro, ed anche dell’editore. Caso eclatante è quello di Italo Calvino, che per Einaudi scrisse i risvolti di libri che ebbero un inimitabile successo: per esempio, dei libri di Alberto Arbasino, di Carlo Cassola, e ancora di “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani, di “Matrimonio di provincia” della Marchesa Colombi, e molti altri. Questi risvolti, tecnicamente ineccepibili, avevano il pregio inimitabile della sinteticità e della colloquialità, in quanto Calvino usava un tono amichevole nei riguardi dell’eventuale lettore ed acquirente, che spingeva alla scelta. C’era anche una buona dose di astuzia, come quando per il romanzo di Raymond Queneau, “Zazie nel metrò”, paragonò implicitamente la protagonista all’immortale Lolita, mettendo sullo stesso piano le inconsistenti avventure di Zazie con quelle ben più significative dell’eroina di Nobokov. I risvolti di copertina erano, pertanto, delle piccole pietre preziose di un “genere letterario” minore, che, se scarsamente considerato dalla critica, deve essere rivalutato dal pubblico. Non a caso la casa editrice Einaudi ha pubblicato nel 2003 un volume di tiratura limitata, dal titolo “Il libro dei risvolti”, curato da Chiara Ferrero, in cui si ricorda questa illustre tradizione editoriale. Rina Gambini |
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Alcune poesie dei soci ispirate dal Natale |
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mercoledì 24 dicembre 2008 |
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Nell’augurare BUON NATALE a tutti coloro che ci seguono, proponiamo alcune liriche di nostri soci, che interpretano lo spirito della Festa. IL NATALE A Natale tutto il mondo è in festa... I bambini sono ansiosi di scoprire quali regali riceveranno sotto l’albero! Le luci brillano nelle città e illuminano anche i paesi! Dal cielo oscurato dalle nuvole scendono soffici fiocchi di neve, ci accarezzano il viso e ci regalano un immenso tappeto bianco. Nell’aria si respira gioia. Negli occhi della gente si “legge” un desiderio di pace. Pace per il mondo intero: - Buona Natale a tutti... Giulia Fantoni – anni 9 PRESEPE
Per accogliere meglio la Festa del Santo Natale ho allestito un Presepe nel cuore so così dove andare quando devo pregare: il Bambinello è dentro la stalla con il tetto a finestrella c’è San Giuseppe, la Verginella con il bue e l’asinello a lato che lo scaldano col fiato. Siedo al piano ogni tanto e una dolce nenia Gli canto: “Dormi dormi, Tesoro mille Cherubini in coro...” Una ninna-nanna di Natale una semplice pastorale e mi par di udire allora un dolce tinnir di campane vicine eppur lontane: una lieta arcana armonia che vibra all’unisono con la mia. Qual gaudio celestiale! Perché la notte non scenda sul mondo Signore fa’ che ogni fratello abbia un Presepe nel cuore. Antonietta Sedda NATALE Natale del cuore, Natale della mente nascita di amore, comprensione, accettazione, povertà, coerente semplicità, interiorità Compostezza, autenticità, carità. È un gesto di solidarietà che riverbera nel cuore di chi non ha . È la risposta a chi chiede è la preghiera di chi crede è la gloria di chi annulla ogni vanità. È il messaggio di chi sorride di chi si accende di bontà, di umanità. È lo sfolgorare di ogni virtù che induce alla gloria della immortalità. Marisa Battoglia A GESÙ BAMBINO
Ninna nanna, ninna nanna profum di legno lesto avanza a coprire la Capanna nella Notte Santa. Nell’annuncio in ciel ai Magi della Stella Cometa, le tue manine son di seta, i tuoi piedini, Gesù, di velluto Maria Vergine sussurra nella mangiatoia sollevandolo da una culla di paglia in cima alle stelle tra divin suon di ciaramelle. Ornella Cappuccini NATALE
Un cielo nuovo si rivela attraverso nubi che diventano rosse al canto burrascoso della marea crescente. Natale lascia un’impronta duratura sulla via indistinta dei sogni. Natale traccia un’orma fugace sulla sabbia inerme del tempo. Una speranza vera s’affaccia attraverso profumi che paiono familiari al tepore discreto del fuoco generoso. Natale racconta una storia lontana sulla brezza palpitante dell’innocenza. Natale intona una melodia silenziosa sulla follia chiassosa del mondo. Sara Cordone È NATALE
Scende... Nel cuore della gente Un pensiero gentile Un sorriso cordiale Si apre… Una visione Di bontà totale È Natale Giorno di festa. Strade colme di neve Luci colorate Scaldano il cuore E sento… Nel cuore della gente Un infinito amore. Anna Giacalone È NATO IL MESSIA
Un tempo Isaia sì profetò: “Mandate, o cieli di sopra, la vostra rugiada, le nubi piovano il giusto, si apra la terra e germini il Salvatore”. Due vecchi senza figli, Elisabetta e Zaccaria, il marito sacerdote, da un angelo divino ricevettero l’annunzio della nascita di un figlio. Lo stesso messaggero da una vergine, sei mesi dopo, andò per annunziarle la nascita del Figlio dell’Altissimo di Cui scese lo Spirito su essa. Rispose alla chiamata la Sua ancella che visitò più tardi Elisabetta: nel grembo di colei vi fu un sussulto del figlio che le nacque, ossia Giovanni; fu l’ultimo profeta. Intanto il Sole per sorgere ormai stava sempiterno. Salì Giuseppe con Maria, sua sposa, alla città di Davide, Betlemme. Gesú qui nacque e in una mangiatoia deposto fu. Un gruppo di pastori, avvolti dalla Luce del Signore, sentirono gran gioia ed uno stuolo di angeli lodava Dio dicendo: «Agli uomini che ama pace in terra e Gloria a Dio, dei cieli nel più alto». Alberto Nessi IL REGALO FIRMATO
Quest’anno tra i regali di Natale che ho ricevuto da parenti e amici ce n’è uno davvero un po’ speciale di quelli che ti rendono felici. È un rametto di pigne che ha raccolto la Mariuccia, un’amica, quest’estate quando in montagna nel bosco verde e folto faceva le sue lunghe passeggiate. L’ha dipinto lei stessa tutto d’oro e di lustrini verdi l’ha adornato. Lo tengo come un piccolo tesoro è unico, fantastico, firmato: “Vera amicizia ed affetto sincero”. Inoltre l’ha creato in armonia con tutto quanto l’Universo intero il più grande stilista che ci sia. Pina Paduano NATALE
Brillano le luci del solitario abete sul ponte illuminando la neve sulla strada deserta. Un lampione, acceso a metà rischiara l’acqua gelida del fiume sottostante. Lontano, il suono monotono di un clacson alla fermata: è un saluto, è un augurio in questa fredda notte di Natale! Leda Panzone Natale SANTO NATALE
Neve scende dal cielo e tetti ricoperti di bianco, luci in ogni casa e allegria nelle famiglie. Alberi di natale e presepi or s’illuminano, regali nascosti al di sotto e bambini con la frenetica voglia d’aprirli. Tutti vanno a dormire e a mezzanotte forse un omino scenderà dal camino per crear suggestione. O forse non è illusione basta solo aprir il cuore per ritrovare la vera emozione. Roberto Tesauro 25 DICEMBRE
Oggi il cielo è sceso sulla terra col Salvatore. Oliviero Verdinelli |
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Note dall'Australia |
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mercoledì 23 luglio 2008 |
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Giuliano Montagna. La politica dell’Australia bianca è durata quasi un secolo In Australia non c’è mai stata la separazione razziale come in Sud Africa, se non ché, con l’arma politica “dell’Australia bianca”, attuata di fatto nel 1850, e continuata, in parte, fino al 1966, gli aborigeni sono stati segregati di fatto. Il fine dell’Australia Bianca era di garantire le risorse e il potere politico di controllarle solamente ai bianchi, e per primi ai discendenti degli inglesi, che l’avevano colonizzata. Per questo oltre alle genti di colore per un bel po’ di anni i governi australiani hanno chiuso la porta in faccia anche ai sud europei, perché i capelli li avevano neri, e non biondi, e gli occhi non erano azzurri abbastanza. Con serrature di questo genere, che sbarravano le porte, a rimaner fuori, manco a dirlo, erano gli indiani, i neri, gli arabi ed i nord africani, e perfino gli eschimesi. Le origini di questa sistematica discriminazione risalgono all’incirca al 1850, quando i cercatori d’oro negli stati del Victoria e del nuovo Galles del Sud contestarono la presenza massiccia nei campi auriferi di cercatori d’oro provenienti dal Celeste impero. Ci volle poco perché i minatori provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti dessero loro la caccia, che si concluse con parecchi morti a Lambing Flat e Buckland River, e non ci volle altro per i due governi statali per costringere i cinesi a lasciare il paese e a restringerne l’immigrazione. Poi fu la volta dei kanakas, provenienti dalla Nuova Caledonia e da altre isole del Pacifico, che lavoravano nei campi di canna del Queensland e in alcune fattorie. I bianchi, timorosi di perdere il lavoro, oppure che accettassero salari più bassi, si opposero non solamente ai kanakas ma a tutti gli immigrati. Lo Stato del Queensland minacciò di non entrare a far parte della federazione (nel 1911) se tutti i “colorati” non fossero stati rimandati a casa loro e non venisse posto fine al traffico degli indigeni delle isole del sud pacifico. Esponenti politici di altri due Stati, Nuovo Galles del Sud, avvertirono che non ci sarebbe stato più posto in Australia del futuro per asiatici e genti di colore. Questo divenne legge federale nel 9001. La legge prevedeva l’espulsione di tutti gli immigrati indesiderabili e nuove restrizioni sull’immigrazione, ad esempio gli insani di mente o coloro che potevano finire a carico dello stato, elementi pericolosi, ammalati, portatori di malattie contagiose, criminali, prostitute e manovali anche in possesso di contratti di lavoro. Un’altra restrizione ha il sapore di beffa. Prima di poter sbarcare gli aspiranti immigrati dovevano sottoporsi all’esame di dettato. Non nella loro lingua, naturalmente. La lingua veniva decisa dal doganiere di turno che, se in vena di scherzare, poteva imporre ai poveracci la lingua cinese, o qualsiasi altra. Queste forme odiosamente restrittive resero popolare all’opinione pubblica la politica dell’Australia bianca. Ma non solo: nel 1919 l’allora primo ministro Hughes sostenne che quella politica aveva reso un grandissimo servizio al Paese. Il concetto di una Australia bianca, abitata solamente dai discendenti dei coloni britannici, è stata ribadita allo scoppio delle ostilità con il Giappone, se non ché nel corso del conflitto affluirono nel paese molte persone “colorate”. Molti lo lasciarono a guerra finita; diversi però restarono sposando magari delle donne bianche. L’allora ministro dell’Immigrazione Caldwell ventilò l’idea di espellerli, ma questa volta l’opinione pubblica dissentì. Nel 1949 l’allora primo ministro Holt consentì a 800 rifugiati non di razza bianca e a molte spose di guerra giapponesi di restare nel paese, e questo viene considerato ancora oggi il primo passo per l’abolizione della politica dell’Australia bianca. Il secondo, e più importate passo fu quello di consentire a chi risiedeva in Australia da almeno 15 anni di acquisire la cittadinanza: nel 1958 venne emendata la legge sull’immigrazione, che aboliva il “famoso” esame di dettato, con cui non si consentiva l’ingresso agli indesiderati a discrezione del solo funzionario doganale di servizio alle frontiere. La nuova legge, invece, consentiva l’immigrazione anche ai non europei in possesso di qualifiche professionali utili all’Australia, considerati facilmente adattabili nella società. La “morte” ufficiale della politica dell’Australia bianca è avvenuta nel 1966. In quella occasione venne stabilito che i residenti da almeno 5 anni potevano ottenere la residenza permanente. Giuliano Montagna |
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Gabriella Schina: la poesia di Patrizia Cavalli |
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venerdì 20 giugno 2008 |
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“Duro intelligere e morbido sentire” la poesia di Patrizia Cavalli “Non viaggerei mai senza il mio diario. Si dovrebbe avere sempre qualcosa di eccezionale da leggere in treno”(O. Wilde) Riderei compiaciuta e divertita se sapessi che Patrizia Cavalli l’ha detto proprio del taccuino delle sue poesie, preparando la valigia; rientrerebbe poi, in una sorta di mitologia stravagante e non molto aderente alla realtà, nata attorno a lei. Da Poesie (Einaudi 1999) a Sempre aperto teatro (Einaudi 1999) a Pigre divinità e Pigra sorte (Einaudi 2006), con accenti e urgenze diverse, siamo di fronte ad una scrittura vera, avvincente, pensante, una scrittura che ha trovato la sua misura nel confronto con la vita e con il mondo dell’immagine, in una forma stilistica che si risolve in una raffinata e articolata struttura tecnica. “L’unità dell’insieme (…) è data in Cavalli dall’inesauribile ricerca di un bene perduto, che dal gioco infantile l’ha portata per gradi, ma senza mai perdere l’innocenza originaria, al gioco poetico”. Così Alberto Asor Rosa in un articolo apparso su La Repubblica del 22 luglio 2006, descrive il percorso di questa scrittura, azzardando e riducendo il processo poetico a mero riempimento di un vuoto, perdendo di vista, a mio avviso, la manifestazione di una densità di senso e di forma, la lucentezza di una poesia di sincronismo che congiunge volitivamente, creando un’armonia ritmica tanto particolare e difficile da dimenticare. A “quella vocina un po’ infantile e coraggiosa” (continua Asor Rosa) rintracciata non so dove, risponderei semplicemente con i versi della Cavalli “Duro intelligere e morbido sentire,/il peggio che ci possa capitare”. Condizione a ben pensare che distingue, o dovrebbe, il poeta, dal resto della comunità umana, dove l’inversione in morbido intelligere e duro sentire, sembra costituire la norma. Il poeta, ben conosce quella sovraesposizione di troppa anima, “molto ambiziosa anima che sale/perché si vuole mescolare stoltamente al cielo (…)”.Movimento e attesa dominano, un movimento costituito da effetti labirintici delle parole e di senso (Amore non mio e neanche tuo), capovolgimenti che ridefiniscono il sentire e poi l’attesa, quella cui non sfugge alcun rumore e l’essere - dolorosamente sensibile – si espande attendendo ogni suono emesso dall’esistenza. I versi ci colgono spesso di sorpresa, ci è ignota la destinazione di ogni pagina, sembrano essere composti in quel momento, per noi, estemporanei, illusione d’improvvisazione e la forma si dipana a volte discorsiva, a volte asciutta. Sonore ed energiche, le parole creano istantanee, che ci costringono a inusuali collegamenti, spiazzanti; la Cavalli rompe l’ovvio, l’ordinario pensare, categoria ignota alla geografia dei suoi versi. A volte invece ci getta con elegante noncuranza, anticipi spiati ad un divenire, lì, a portata di mano, incita a guardare gli ipotetici esiti di un incontro. E’ anche pronta a congelarci con la comicità, attraverso un precipitarsi dentro la cosa di cui parla, in una sorta di eccesso che finisce per produrre questo effetto così singolare, tanto lontana da quell’ironia , ovvero da quella distanza, che si è soliti attribuirle. A volte ci pietrifica, fermando qualsiasi cedimento ad ansie o ad eccessi verbali o sentimentali, tanto decisa ad afferrarci l’anima e lo sguardo e a tenerli fissi allo spettacolo della vita, senza concessione alcuna né a noi, né a lei. Spesso si è parlato della sua poesia come poesia della quotidianità. I versi e il ritmo serrato propongono un’idea forte della parola, pur misurandosi con la fragilità ontologica della condizione umana, dell’essere ‘deietti’, abbandonati sulla terra. Il suo frammento si apre verso il tutto, frutto di una profonda analisi che attraverso la parola “essenziale” è in grado di ricomporre il tutto in una sintesi. I componimenti brevi sono squarci da cui guardare, da cui il poeta ci guarda. Allora a che serve indicare una poesia come quotidiana, esiste una poesia dei massimi sistemi da contrapporre? Pigra divinità e pigra sorte ha tratti profondamente tristi, il tema della morte ritorna con tutto lo sgomento che le appartiene: morte invadente, nascosta e aggirata, irrimediabilmente ineluttabile, indecente ed è proprio lei a modificare lo scenario che ci circonda. La Cavalli contro la morte, ingaggia un discorso complesso e doloroso, il tempo, cui essa è inevitabilmente collegata è continuamente interrogato ed eluso, lo si sfugge, lo si sospende attraverso i versi, lo si riconduce ad una circolarità che garantisce dalla dissoluzione; a volte invece si cristallizza a consolidare la memoria, ad immagazzinare il benessere in un lampo, ”Non essere felici dentro quell’aria/pareva un sacrilegio (…)”. Nella sua poesia non trovo depositi di nostalgia, la vita rinasce in continue piccole e grandi occasioni, la storia è fragile, opinabile, mutevole e per questo, per viverla c’è bisogno di spazi ampi, anche dentro di sé, “O amori – veri o falsi/siate amori, muovetevi felici/nel vuoto che vi offro”. La mutevolezza chiede aria, spazio per ricongiungimenti, per ritorni improvvisi in noi di un segmento di tempo apparentemente passato e che proprio per la sua circolarità, si ripresenta improvviso quando meno te l’aspetti, una sera “mettendo dentro il suo sacchetto il pane”. C’è un mondo che è inquinato e inquina, che invade con i suoi “impiegati solerti del rumore”, privi di “umano stupore”; si riempiono luoghi, piazze deputate al “dolce agio”, per poi improvvisamente svuotare e abbandonare, senza capitalizzare nulla, senza storia. E’ l’epoca dell’assenza e dell’incuria, il male esteriore si fa anche interiore e gli amori si trasformano in “storie”, condannati al presente. In quest’esistenza ci si urta “dandosi calci tiepidi e sbadati forse/sperando che nel muoversi si accenda/qualche segreto dimentico ardore. (…)”. In mezzo a questo mondo fatto di rumore e di tentata comunicazione, la Cavalli ci ricorda che i sensi restano pur sempre i custodi e i garanti del nostro essere nel mondo; e prima di interpretare, di dire, è necessario percepire meravigliati “E’ come quando d’estate alzando gli occhi/al cielo sperando di vedere una stella/che cade, o che/potrebbe cadere, (…)/(…) si compia ciò che voglio si avveri il desiderio. Anche se non lo so/non lo conosco, la stella lei lo sa,/perché è lontana.”. Il poeta interroga le ragioni, le condizioni del piacere o del dolore, i piccoli infiniti micromutamenti del nostro essere e sentire, misura la propria inettitudine e la propria dismisura. Invita tra le righe, consapevole o no, a sviluppare i sensi pigri e appiattiti e lo fa con la discrezione del silenzio, dove si delinea quel pieno di energia, di “rincorsa” che consente di toccare taglienti verità…e la pagina si richiude nel silenzio. Gabriella Schina E’tutto così semplice, si, era così semplice, è tale l’evidenza che quasi non ci credo. A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi, mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi da ‘Pigre divinità e pigra sorte’ Einaudi 2006 |
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AIDS: è tutto vero quello che ci raccontano? |
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venerdì 06 giugno 2008 |
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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera ad una sieropositiva, del dott. Giuseppe Alfieri che esprime le sue personali opinioni e riflessioni sul tema HIV e AIDS. Invitiamo i nostri Soci e lettori ad intervenire in questo importante dibattito. Gentile amica, ho ascoltato le tue angosce ed i tuoi tormenti. Mi hai detto che da quando ti hanno trovata positiva al test dell’HIV, non vivi più. Vorrei metterti a parte di alcune mie riflessioni, considerazioni e convincimenti personali sull’argomento. Negli ultimi anni vi è stata una crescita esponenziale della documentazione scientifica internazionale, a partire dal fondamentale AIDS, Il Virus Inventato, del virologo di fama mondiale Peter H. Duesberg (con prefazione del premio Nobel Kary B. Mullis), che indica in modo assolutamente logico che il virus HIV non è la causa dell’AIDS. Mi sorprende quindi che chi è riconosciuto come "sieropositivo", non venga compiutamente informato sul fatto che l’equazione HIV=AIDS non è affatto dimostrata. Come ti sarà chiaro dopo avere finito questa lettera, ci troviamo di fronte ad una campagna terroristica che non demorde, alla disperata caccia di fondi pubblici e privati (soldi, per intenderci). Chi è “positivo” al test dell’HIV è una persona nel cui sangue sono stati trovati anticorpi che si ritengono associati alla presenza di questo virus. A parte il fatto che i test attualmente impiegati sono estremamente remunerativi per le industrie che li producono, ma fortemente criticati per quanto riguarda l’attendibilità e la specificità, la “positività all’HIV” non è una malattia, come invece si afferma da parte di chi ha interesse (economico) a propalare questa sciocchezza. Infatti non c’è alcuna prova scientifica che l’equazione HIV=AIDS sia vera, mentre è vero che un "positivo" al test HIV non è un malato. Ci sono o ci sono stati moltissimi malati di AIDS nei quali non è stata rilevata la presenta di HIV e ci sono moltissime persone “positive”, anche da decine di anni, all’HIV che non hanno sviluppato l’AIDS. Per spiegare quest’ultima assurdità i cosiddetti esperti hanno inventato il “periodo di latenza”: il virus HIV sarebbe un “lentovirus” (lentissimovirus, sarà chiamato tra qualche anno), che rimarrebbe inattivo a lungo prima di diventare patogeno. Il problema è che da un periodo di latenza di alcune settimane, siamo passati ad alcuni mesi, poi ad alcuni anni ed ora, di fronte all’evidenza, si è dovuto ammettere che il periodo di latenza si prolunghi per decine di anni: ci sarebbe dunque paradossalmente tutto il tempo di morire serenamente di vecchiaia a cent'anni, incidenti stradali a parte. Questa teoria non è solo assurda, ma assolutamente ridicola.Tutto ciò contraddice palesemente i fondamentali postulati di Koch che si sono sempre dimostrati un valido criterio di valutazione logica per i microorganismi patogeni. Come forse sai, l’AIDS non è una malattia univoca, ma una sindrome, un complesso sintomatologico, cioè l’espressione di una concomitanza di patologie diverse. I malati di AIDS sono colpiti da un certo numero di infezioni tipiche (ne sono state finora identificate una trentina), causate da agenti patogeni opportunisti, che approfittano del crollo delle difese immunitarie per sferrare il loro attacco. Nelle persone sane, il sistema immunitario (abbreviato S.I.), è in genere perfettamente in grado di resistere a tali attacchi, tanto è vero che le malattie la cui concomitante presenza definisce la sindrome AIDS, sono estremamente rare. Inoltre l’AIDS colpisce solo determinati gruppi sociali di persone, il che è un fatto misteriosissimo dal punto di vista dell’infettivologia e dell'epidemiologia, che dovrebbe far definire il presunto agente patogeno HIV un virus razzista e discriminante. Ma non è così: ci sono ragioni scientifiche e comportamentali precisissime per le quali: - omosessuali maschi (uso abituale di "poppers", cioè nitriti alchlici, potenti distruttori del S.I.)
- tossicodipendenti (uso di droghe che danneggiano il S.I. e frequentemente soggetti a gravi malattie infettive, per lo scambio di siringhe, che indeboliscono il S.I.)
- emotrasfusi (vedi oltre)
- popolazioni nere dell’Africa più disperatamente povera. (condizioni igieniche e nutrizionali miserabili, con il S.I. perennemente sotto attacco da parte di agenti patogeni) .
siano gli obbiettivi preferiti dell’AIDS. L’AIDS è il risultato di una profonda inefficienza del sistema immunitario che a sua volta è dovuta a stili o a condizioni di vita particolari propri dei gruppi sopraelencati (nel caso degli emotrasfusi, il crollo delle difese immunitarie dipende proprio dal fatto di essere emotrasfusi). Stando così le cose (ed il fatto che stiano così è dimostrato proprio dal fatto che moltissimi tra coloro che a vario titolo si occupano di AIDS in tutto il mondo siano angosciati dal possibile esaurirsi della pioggia di soldi che li ha beneficiati finora, perché il pubblico è sempre più consapevole che la storia dell’HIV=AIDS non sta in piedi), si capisce che ci siano dei colpi di coda terroristici tipo il messaggio di recente veicolato dalla grande stampa, che sostiene: anche gli eterosessuali sono “a rischio”, basta una “scappatella” per ammalarsi. Per ammalarsi di cosa? Di “positività” all’HIV, perbacco! Questi disperati tentativi terroristici di spaventare anche chi non appartiene ai gruppi a rischio, non ha neppure il pregio dell’originalità: tentativi analoghi risalgono alla metà degli anni ‘90, ma già allora una decisa smentita da parte di medici seri in tutto il mondo (ce ne sono ancora, grazie a dio!) ne ha sventato l’efficacia. Oggi come allora, però, ci troviamo di fronte a questo meccanismo perverso che, essendo il motore primo di una cascata di miliardi senza precedenti nella storia delle ricerche bio-mediche, ottenebra le coscienze e le intelligenze: - chi ha una polmonite è un malato di polmonite.
- chi è “positivo” all’HIV (qualunque cosa ciò voglia dire) sarà un futuro ammalato di AIDS.
- chi ha la polmonite ed è “positivo” all’HIV è un malato di AIDS.
La medicina ed i medici sono stati scippati del loro diritto-dovere di diagnosticare una malattia: la diagnosi la fa una macchina, un test biochimico, oltretutto inaffidabile.Così l’unico che ha la speranza, probabilisticamente ben fondata, di guarire, è il malato del primo tipo, che verrà opportunamente curato con antibiotici. Gli sfortunati appartenenti alle altre due categorie moriranno avvelenati dai farmaci antiretrovirali che dall’AZT in avanti sono stati impiegati assurdamente a piene mani come farmaci anti-AIDS, con grande gioia delle imprese farmaceutiche che li producono. Il fatto che la mortalità da HIV/AIDS (dove la presenza di “positività” HIV diventa una patologia, in quanto “curata” con farmaci che sono un fattore aggravante dell’AIDS e non la cura, essendo essi stessi potentissimi immunosoppressori), sia stata (fortunatamente) in continua in diminuzione negli ultimi anni, non è dovuta all'uso di anti-retrovirali (AZT ecc.), ma dipende sostanzialmente da tre fattori: 1) sempre più medici, rendendosi conto della terribile tossicità dei farmaci antiretrovirali, hanno diminuito i dosaggi ai loro pazienti ed hanno introdotto terapie cicliche anziché continue. Inoltre molti medici che, pur volendo rispettare i canoni della teoria ufficiale HIV=AIDS, non hanno rinunciato a ragionare con la propria testa, si limitano a prescrivere farmaci antiretrovirali solo alla comparsa di sintomi conclamati di AIDS, valutando che il rapporto rischio/beneficio sia sopportabile, ma rinunciando ad avvelenare gente sanissima in presenza della sola “positività”. Purtroppo, però, va riaffermato che l’uso di farmaci antiretrovirali comporta solo rischi e nessun beneficio: al contrario questi farmaci tossici aggravano la sindrome AIDS, per il semplice fatto che agiscono da potenti immuno-soppressori in persone che hanno già il proprio sistema immunitario gravemente compromesso). 2) molti “sieropositivi” si sono resi conto che al momento della scoperta della “sieropositività” stavano benissimo e che avevano cominciato a stare male da quando avevano iniziato la “terapia” con gli antiretrovirali: così hanno buttato questi farmaci velenosi nella spazzatura e da allora hanno ricominciato a stare bene. 3) Gli appartenenti ai gruppi a rischio (con l’ovvia eccezione degli sfortunati emotrasfusi e degli africani poveri) si sono resi conto (molto prima degli illustri dotti che sostengono l’equazione HIV=AIDS) che la possibilità di contrarre l’AIDS era direttamente legata ai loro stili di vita e li hanno in gran parte modificati. Queste sono le ragioni per le quali gli ammalati di AIDS e i morti per AIDS sono in costante diminuzione. Che poi ci siano nel mondo più o meno “positivi” al test dell’HIV è un fatto clinicamente ed epidemiologicamente irrilevante. L’HIV è, come quasi tutti i retrovirus, assolutamente innocuo. Cara amica, ti prego, per cominciare, di leggere Peter Duesberg, L’AIDS, il virus inventato, edito in Italia da Baldini Castoldi Dalai ed un fondamentale articolo in Internet: IL VIRUS INVENTATO- La truffa AIDS/HIV: le cose che non vi hanno mai detto [http://www.ilvirusinventato.it], che ha inoltre il pregio di una ricca bibliografia e un esauriente corpo di citazioni.L’articolo si conclude con queste parole: “Questo sito è stato realizzato per passione da persone che non hanno nessun particolare motivo per difendere l’una o l’altra teoria, se non un irrinunciabile ingenuo imbarazzante amore per la verità” Quanti di quelli che con l’AIDS si sono arricchiti potrebbero sottoscrivere a cuor leggero queste parole? Cordiali saluti, e vivi serena. |
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Una riflessione di Antonietta Sedda |
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venerdì 09 maggio 2008 |
A proposito di Leopardi “Sorella Luna” L’ultimo canto leopardiano Nel corso di una più attenta e proficua rilettura dei Canti leopardiani, le mie riflessioni indugiarono particolarmente sui versi suggestivi e pietosi dell’ultimo Canto vergato dal Poeta morente. Lo compose, infatti, in fin di vita, tant’è che i sei versi finali non sono neppure autografici, poiché da lui dettati al suo amico carissimo, Antonio Ranieri, con il quale convisse sette anni in una villetta alle pendici del Vesuvio, in cui compose, entro l’anno 1836, LA GINESTRA (suo testamento poetico), nonché IL TRAMONTO DELLA LUNA, l’ultimo Canto, composto in parallelo con il tramonto della sua esistenza terrena. Ricordo che, durante il succitato riesame, avvertii una spinta emozionale e, fu così, che mi balenò l’idea di avviare uno studio, ancorché breve, sulla poetica-filosofica del nostro Poeta più caro. Per entrare direttamente in argomento, mi preme evidenziare che, in quest’ultimo Idillio, titolato appunto IL TRAMONTO DELLA LUNA, il Poeta verseggiò, per l’ultima volta, la sua Poesia più pura, e la luna che tramonta vuole essere il termine di paragone per il tramonto della giovinezza. “Quale in notte solinga / Sovra campagne inargentate ed acque / Là ‘ve zefiro aleggia,...”. Inizia così il suo raffronto, quindi pone la relativa conclusione a grande distanza: “Tal si dilegua, e tale / Lascia l’età mortale / La giovinezza. / Abbandonata, oscura / Resta la vita.” Com’è noto il Poeta ritiene che, soltanto nella verde età, l’uomo vive in armonia con se stesso e con il mondo. Giammai, come in quest’ultimo Idillio, Leopardi è stato tanto vicino alla umana tragedia, “alla umana disperazione”, il suo cruccio più grande portato per tutta la vita, talmente grave, da inquinare anche la libertà del suo Canto. Ma la Poesia (grazie al Cielo), è pura e immortale come l’Anima, sì che, anche le voci più imbarazzanti si acquietano e si ricompongono nella sua purezza. Sono versi di alto livello e di grande valenza umana, espressi dal Poeta morente in quest’ultimo Canto, definito da alcuni critici un allegorico “canto del cigno”, che suggerisce un ritratto del Poeta vincolato dolorosamente al triste destino dell’uomo. La meditazione sulle sorti dell’umanità dolente è stato sempre il suo rovello più pungente, per cui, amareggiato dai raffronti della vita, più non riconobbe un Dio che veglia e che cammina accanto all’uomo e, nel cielo senza Dio, spinse lo sguardo verso gli abissi stellari, che contemplava spesso dalla terrazza della sua casa paterna, o seduto “su verde zolla”, su cui sostava e trovava intermediaria “Sorella Luna”, amica dei suoi sogni e dei sogni che accompagnano i mortali nella verde stagione. La luna lo ha sempre incantato: nei suoi Idilli la nomina ben venticinque volte e uno di essi è direttamente intitolato ALLA LUNA, invocata amichevolmente, confidenzialmente: “O graziosa luna”, “O mia diletta luna”, come se essa soltanto potesse comprendere la sua pena incessante. Quanti dialoghi fra lui e la luna! E nei suoi molteplici dialoghi e nelle sue accorate confessioni, Egli ha sempre trovato sollievo e ristoro nelle tante afflizioni che la sorte gli serbò a staia. Nell’Idillio intitolato direttamente alla luna rimembra ancora “l’ermo colle”, mentovato ne l’INFINITO, (il Monte Tabor vicinissimo alla sua casa di Recanati), allorquando veniva a rimirarla per esternare le sue angosce, derivate, oltre che dalla delusione dei suoi affetti privati, anche dai dissidi familiari che contribuirono ad amareggiare l’animo del Poeta, già in precarie condizioni di salute. E per dare seguito al discorso concernente quest’ultimo Idillio, non posso non ottemperare all’obbligo di proseguire per segnalare i versi più salienti: “Dietro Appennino od Alpe, o del Tirreno / Nell’infinito seno / Scende la luna e si scolora il mondo; / Tal si dilegua, e tale / Lascia l’età mortale / La giovinezza.” Da questo panorama idillico e da questi luoghi indeterminati proviene gran parte della sua maestria poetica. Ma, in quest’occasione, l’interesse del lettore è attratto maggiormente dal fatto che, il Poeta si sente ancor più vicino alle sorti dell’umanità e, per la stessa ragione, fa breccia, in modo empatico, nella mente di chi legge. Perciò stesso, mi sento accomunata da un feeling tutto particolare con il Poeta che soffre con / e per l’umanità sofferente, ma che riesce, tuttavia, a esternare il suo dolore con la dolce armonia delle parole, che commuovono e rapiscono il sentimento più profondo dell’animo umano e toccano molte corde del cuore del lettore-poeta. Non è irrilevante il fatto che il sommo recanatese seppe conciliare la sua Poesia con l’altezza delle sue meditazioni sulle sorti dell’umanità: Egli avvertì, più di altri, il cupo mistero delle forze del Male, esistenti e operanti nel nostro pianeta, nonché le tendenze di certune ideologie nefaste, che uccidono gli ideali e contrastano fatalmente la ricerca del Bene comune, del Vero e del Bello, ostacolando anche il percorso storico su cui l’umanità ha sempre marcato i suoi passi nella marcia ininterrotta verso il raggiungimento completo e definitivo d’un traguardo luminoso, verso un avvenire di pace e d’amore, che interessa tutto il genere umano. Dunque, il Poeta fu cosciente che la sua Opera aveva un impegno morale, civile e sociale a pro dell’umanità, poiché i poeti hanno sempre svolto una funzione civile. A tal proposito desidero sintetizzare una riflessione del più grande Poeta russo vivente, uno dei più importanti del mondo, Evgenij Evtušenko, il quale asserisce che, nonostante il trascorrere del tempo e i vari mutamenti delle epoche storiche, il Poeta assolve sempre le stesse funzioni: canta l’amore per il mondo e per l’umanità per colpire al cuore il Male esistente e liberare l’uomo dal dolore con il dolore espresso attraverso la bellezza dei versi, ossia, mediante il dono salvifico della sua Arte Poetica. In aggiunta, desidero palesare una riflessione del tutto soggettiva, che potrebbe introdurre un requisito da associare a ulteriori ricognizioni, ancorché lente e graduali, del pensiero e della figura del Poeta. Infatti, Egli ignorò che qualsiasi impegno che opera in campo sociale, non di rado, affonda le sue radici nell’humus evangelico e, per ciò stesso, non conobbe i segni appaganti della Forza e della Luce che provengono dalla Fede, di modo ché la sua vita restò inappagata. Affascinato dall’argentea luce lunare, il nostro non volle, o non seppe andare oltre; innegabilmente deluso e disgustato dagli insegnamenti paseudo-cristiani impartitigli dall’algida sua genitrice, non riuscì a discernere “quella Luce vera, che è l’unica capace di illuminare le strade buie del mondo.”... “di quest’oscuro granel di sabbia, il qual di terra ha nome.” (LA GINESTRA, v.190). Ma forse, senz’ombra di dubbio, il Poeta scoprì finalmente una Presenza rasserenante tra gli arcani silenzi de L’INFINITO. Ciò è presumibile, ma le vie dell’animo umano restano sempre insondabili. Ciò nonostante, il Leopardi non era un materialista, bensì un naturalista puro, semplice e schietto e, pur avversando il fanatismo religioso-cattolico della madre, che lo spinse verso una religiosità morbosa, che gli incuteva paure e incubi dell’aldilà e dell’inferno, inconsciamente, si accostò al Cristianesimo. E molto amò senza mai sentirsi riamato, e molto diede all’Italia e al mondo, poiché la sua Poesia si inserisce nel vasto movimento della cultura europea, e amò senza nulla chiedere o ricevere, vita natural durante, in un mondo spesso ostile in cui “Virtù viva spreziam, lodiamo estinta.” Leopardi amava la Verità e ha sempre dichiarato che la sua inclinazione non è stata mai di odiare gli uomini, ma di amarli. E, se così è, perché non considerare i Pensieri come un doveroso servizio di un testimone onesto e senza illusioni, il quale sente il dovere di aprire gli occhi del lettore-amico sugli errori e sul Male esistente nel mondo? Pertanto, non è esagerato leggere i Pensieri come un supremo atto d’amore! Egli ha sempre avuto in odio l’ipocrisia e nei Pensieri sfila tutto l’amaro elenco dei vizi che sono propri della specie umana e, in primo luogo, appunto, l’ipocrisia, per cui “il mondo ordina di parere uomini da bene, e non di essere.” Colgo pertanto l’occasione, che mi offre l’opportunità di rimeditare e approfondire il suo pensiero e la sua figura e mi accingo a trattare l’argomento con animo libero e sereno, affrancato da qualsiasi pregiudizio, al fine di ottenere un’immagine del Poeta tutta mia, la quale, giusta o falsa che sia, ha pur sempre un valore umano. I modi per accostarsi al Leopardi, come si sa, sono molti, secondo le ideologie, i fini e gli interessi, per cui, escludendo qualsiasi preconcetto o sovrastruttura, data la circostanza, mi permetto di “forviare”, ossia, di rendere un’immagine diversa del Poeta, sfrondata da tutte quelle nozioni che abbiamo ereditato dalla scuola e dalle tradizioni, in cui la sua vera immagine risulta spesso falsata. E, in primo luogo, e per quanto attiene al pessimismo leopardiano, mi garba attingere lumi e chiarimenti da fonti libere ed evolute, che dimostrano un certo carattere assiomatico, per il semplice fatto che, con la massima schiettezza e convinzione, hanno dichiarato che giammai, a proposito di un Artista, si può parlare di pessimismo, poiché dal momento in cui abbiamo sotto gli occhi la sua Opera, verifichiamo direttamente che l’Artista ha dato prova esplicita del suo ottimismo, dimostrandosi convinto che i mezzi concessigli dalla Provvidenza per operare nel campo dell’Arte – e aggiungo nel sociale, poiché l’Arte è il vero sociale – è cosciente di farsi interprete di certi motivi universali, che abbracciano i problemi e le inquietudini dell’uomo. Del resto, Leopardi ha sempre protestato con fermezza e anche con rabbia, contro il diffuso pregiudizio che lega le sue pagine amare alla personale situazione di sofferenza fisica, anziché alle convinzioni personali, che scaturiscono da un ragionamento logico. Tale pregiudizio consiste nella miopia e nella sordità dei critici, per non parlare della loro malafede. Allora, il torto dei cattolici alla Niccolò Tommaseo, degli idealisti alla Croce e dei positivisti, non consiste soltanto nella loro affermazione dell’esistenza del rapporto tra malattia e pessimismo, bensì nel non aver riconosciuto che l’esperienza della malattia non fu un motivo di lamento individuale, ma divenne, per converso, un formidabile strumento conoscitivo. Per di più, occorre associare la tesi provvidenzialistica, secondo la quale, Dio o la Natura consegue, pur attraverso l’infelicità dei singoli individui, la felicità generale dell’umanità, e ciò si rapporta al Cristianesimo, poiché le vittime completano l’Opera salvifica del Cristo. È dunque indispensabile ribadire e riconsiderare il concetto, secondo il quale “La malattia impresse nel sommo recanatese una coscienza particolarmente precoce e acuta nella intuizione della infelicità dell’uomo e una lucidità chiara e sicura della vanità delle cose del mondo.” Per concludere in bellezza e, a sostegno delle mie argomentazioni, non posso non riandare col pensiero al suo Idillio più amato: L’INFINITO, che ha suscitato nei critici e nei lettori i ragionamenti più disparati, e che molti definiscono “preghiera religiosa” e “comunicazione tra il Poeta e l’Assoluto”. Poesia pura, ma di una purezza metafisica in questa occasione, in cui il Poeta si accosta alla purezza come poche altre volte era arrivato. Pertanto, questi versi hanno valore di universalità ché si staccano dal mondo reale: la siepe, che chiude la vista del paesaggio e lo stormire delle fronde, i sovrumani silenzi e l’interminabili spazi ispirano nell’animo del Poeta motivi di vera quiete e, nella sommessa armonia della chiusa, conclude: “E naufragar m’è dolce in questo mare.” Invero, è soavemente gradevole abbandonarsi e annullarsi in un mare di solitudine, di silenzio e di poesia, raggiunto soltanto con il distacco da qualsiasi voce terrena. Tale privilegio è concesso unicamente agli spiriti straordinari e sommi, che hanno vissuto nelle più alte sfere, elevati e semplici, “poiché le persone più grandi sono le più semplici” e che, a motivo di ciò, hanno lasciato un’impronta intramontabile sulla terra. Campeggia, nella Galassia, il nome del Sommo Poeta Italico, GIACOMO LEOPARDI, che ha donato alla cultura artistica-letteraria, nazionale e internazionale, uno strumento proficuo di civiltà e di progresso per l’arricchimento e la evoluzione del tono della vita del sodalizio umano. In coesistenza, ha tramandato ai posteri la Bellezza, l’Armonia e l’Amore per la Poesia – l’antidoto migliore contro il Male – per ciò stesso, l’unica forza capace di migliorare e di trasformare il mondo in cui viviamo. Antonietta Sedda |
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Considerazioni sulla Poesia |
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venerdì 29 febbraio 2008 |
Un intervento di Emidio Montini "Riprendendo l'interrogativo di ben più celebri personalità: a che serve la poesia oggi, ci vien fatto di chiederci, in un tempo orgiastico sì ma non sacro?... Redime? Cura? Salva? Consola?Nulla di tutto questo. Minima o massima che sia - ma chi lo decide? - la poesia semplicemente "è", attestando quello che una parte del cuore umano ha forse dimenticato, nello sforzo di sopravvivere in un secolo di acuminate spine, nella tribolazione quotidiana delle troppe promesse disattese: nel clima di sospetto fra tribù rese fra loro alleate più dal timore reciproco che da un rispetto reale.Essa "è", semplicemente. Polla vivificante, fonte di controversia, ma innegabilmente vera, nel suo tentativo strenuo e variegato di comunicare che la nera notte della savana e il volto del Cristo, un solo aspetto sono di un universo ben più vivo d'ogni concetto, d'ogni potere - senza remissione di fronte ai fantasmi delle troppe sfingi del passato: senza perdono, fino al giorno della luce...Semplicemente essa "è", al di là di chi la produce, colei che, pesante, non è pietra; colei che, leggera, come il sangue è densa: tonante voce d'ognuno che - ignoto e muto - con noi divide l'Albero della Vita, nonché il sogno di una nuova alleanza (oh! eterno desiderio) fra il regno del Padre e quello del Figlio". Emidio Montini |
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Polemiche e controversie dall'Australia |
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venerdì 29 febbraio 2008 |
Un editoriale di Giuliano MontagnaGiuliano Montagna è stato il Direttore del quotidiano in lingua italiana La Fiamma di Sydney, Australia. Tre anni fa pareva uno scherzo la “dichiarazione di guerra” dell’hobby animalista statunitense PETA contro gli allevatori australiani di pecore, colpevoli (questa la motivazione del People for Ethical Treatment of Animals) di crudeltà ai danni dei 140 milioni di pecore merino che compongono il patrimonio ovino nazionale, il cui prodotto, la lana, è una delle voci importanti dell’export australiano. |
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